L’Iran e la solidarietà a targhe alterne. La riflessione

di Jacopo Bononi- presidente del Premio letterario la Tore isola d’Elba

La Procura di Milano ha aperto un’inchiesta per terrorismo, minacce aggravate e sovversione della democrazia contro due uomini residenti in Italia, accusati di perseguitare e minacciare di morte le attiviste e le ragazze iraniane che manifestano contro il regime di Teheran. Le indagini condotte dal ROS dei Carabinieri, scattate a seguito della video-denuncia di una dissidente a Milano, hanno svelato una fitta rete di spionaggio e intimidazioni sul suolo italiano. I due indagati sono strettamente legati a un centro islamico milanese connesso direttamente al consolato iraniano.I metodi di intimidazione del regime utilizzano strategie di pressione psicologica e fisica molto precise. Le ragazze e le attiviste (tra cui note figure pubbliche come l’attivista Pegah Moshir Pour) subiscono pedinamenti fin sotto casa, insulti e minacce esplicite di aggressione fisica. Gli agenti del regime avvicinano le studentesse durante i sit-in intimidendole con frasi come ‘Vi stiamo controllando, i vostri cari a casa piangeranno’. Subito dopo le proteste in Italia, i parenti rimasti in Iran subiscono perquisizioni e interrogatori, venendo costretti a supplicare le figlie all’estero di fermarsi. Viene effettuato spesso l’hackeraggio dei profili social, il blocco mirato degli smartphone e il furto di dati sensibili (come chiavette USB) per raccogliere informazioni sensibili sui dissidenti. Le ragazze iraniane, in gran parte studentesse universitarie, si trovano ad affrontare una forte pressione economica e amministrativa: il regime utilizza il rinnovo dei documenti consolari come arma di ricatto. Molte ragazze rischiano l’espulsione o l’irregolarità in Italia se si rifiutano di collaborare con le autorità diplomatiche iraniane. A causa dei blackout di internet in Iran e dell’altissima inflazione legata alle tensioni interne, migliaia di studenti iraniani in Italia non riescono più a ricevere aiuti economici dalle famiglie. Per questo motivo, la comunità studentesca e diverse associazioni hanno chiesto al Ministero dell’Università (MUR) e ai Comuni italiani l’attivazione di fondi d’emergenza dedicati. Per capire la gravità della situazione in quel paese che gli Usa e Israele stanno cercando di arginare nella folle ricorsa all’arricchimento dell’Uranio, cosa che potrebbe portare a scenari inenarrabili in un prossimo futuro, occorre ricostruire le vicende degli ultimi decenni. La Rivoluzione iraniana del 1979 ha segnato il crollo definitivo della millenaria monarchia persiana, guidata dallo scià Mohammad Reza Pahlavi e ha portato alla fondazione della Repubblica Islamica dell’Iran sotto la guida dell’ayatollah Ruhollah Khomeini. Questo storico stravolgimento geopolitico ha trasformato un paese fortemente laico e filo-occidentale in una teocrazia sciita fondata sulla legge islamica. Il regime dello scià, pur avendo avviato un profondo processo di modernizzazione economica e sociale noto come ‘Rivoluzione Bianca’, presentava gravi problematiche: mancavano le riforme democratiche e il sistema era controllato dal partito unico Rastakhiz. La polizia segreta (SAVAK) torturava e uccideva sistematicamente gli oppositori. I proventi del petrolio rimanevano concentrati nelle mani di un’élite corrotta. Nel 1976, il calo del prezzo del greggio scatenò un’inflazione galoppante che colpì operai, impiegati e piccoli commercianti (bazaari). Gran parte della società rurale e il clero sciita percepivano lo stile di vita promosso dal monarca come immorale e lesivo dei valori tradizionali. L’Iran veniva considerato una pedina nelle mani di Washington, alimentando un forte risentimento nazionalista e anti-imperialista. La rivoluzione fu il culmine di mesi di scioperi di massa e di violenti scontri di piazza, unendo inizialmente fazioni politiche opposte, come comunisti, laici, nazionalisti e religiosi. Ormai isolato e malato, lo Scià lascia l’Iran per non fare più ritorno. L’ayatollah Khomeini rientra trionfalmente a Teheran dopo 14 anni di esilio, accolto da milioni di persone. L’esercito dichiara la propria neutralità; i rivoluzionari prendono il controllo dei palazzi del potere e dei media e un referendum approva con il 98,2% dei voti la nascita della Repubblica Islamica. Un gruppo di studenti islamici nel 1979 assalta l’ambasciata statunitense a Teheran, dando inizio alla storica crisi degli ostaggi, durata 444 giorni, per protestare contro l’accoglienza dello scià negli Stati Uniti. Un bellissimo film, diretto e interpretato da Ben Affleck, ‘Argo’ racconta la vicenda vera relativamente al tentativo rocambolesco ma riuscito di una esfiltrazione di funzionari americani, durante la presidenza Carter, che si spacciarono per componenti di una troupe cinematografica canadese. Il film fu un successo mentre Affleck ottenne l’interdizione perpetua dall’Iran. Tornando a quel periodo storico di cui parlavamo, insediato il nuovo regime viene votata la nuova Costituzione basata sul principio del Velayat-e-faqih (governo del giureconsulto), che assegna poteri assoluti a Khomeini come ‘Guida Suprema’. Una volta ottenuto il controllo, la leadership religiosa di Khomeini estromise brutalmente le componenti laiche e di sinistra della coalizione rivoluzionaria attraverso esecuzioni sommarie e purghe. La vita pubblica subì un drastico oscurantismo religioso. Furono istituiti i ‘Pasdaran’ (Guardie della Rivoluzione) per tutelare l’ordine teocratico. I diritti individuali vennero severamente limitati: per le donne fu introdotto l’obbligo del velo (chador), vennero applicate rigide restrizioni sul lavoro e l’età minima per il matrimonio fu drasticamente abbassata. Venne inoltre reintrodotta la pena di morte basata sulla ‘sharia’ per reati morali, come l’adulterio e la bestemmia. Un destino diverso ma simile occorse all’Afghanistan dove, dopo la ingnomignosa fuga degli USA nel 2021 che abbandonarono il paese, ora il Regime dei Talebani ha portato la nazione allo stremo e all’annullamento di ogni diritto civile e politico, specie per le donne alle quali anche lì è negata ogni possibilità di emancipazione: financo di studiare alle scuole superiori o all’università. Ma ci torneremo. La discussione sul posizionamento della società civile italiana rispetto allo scenario mediorientale, che vede contrapposti da un lato Israele e gli Stati Uniti e dall’altro l’Iran con la sua rete di alleati, mette in luce una profonda frattura ideologica. Mentre l’opposizione al regime di Teheran all’interno dell’Iran è guidata da istanze di libertà e diritti civili (come il movimento Donna, Vita, Libertà), il dibattito geopolitico in Italia risente di logiche storiche e culturali radicate. L’opposizione alla linea politico-militare statunitense e israeliana da parte di ampi settori della sinistra italiana, pur in concomitanza con la condanna teorica delle teocrazie, si spiega attraverso diversi fattori storici e analitici. Per una parte significativa della politica italiana, l’analisi geopolitica si fonda storicamente sulla critica all’imperialismo occidentale. Gli Stati Uniti sono visti come i principali responsabili della destabilizzazione del Medio Oriente (dall’invasione dell’Iraq nel 2003 agli interventi in Libia). Qualsiasi iniziativa militare o diplomatica guidata da Washington viene quindi interpretata con diffidenza. Questo schema ideologico porta talvolta a focalizzare la critica quasi esclusivamente sul blocco occidentale, finendo per relativizzare o passare in secondo piano la natura autoritaria e repressiva dei regimi (come quello iraniano) che si oppongono a tale blocco. La sinistra italiana, in particolare le sue componenti più radicali e i movimenti studenteschi, ha una tradizione decennale di solidarietà con il popolo palestinese. Le azioni militari israeliane nella striscia di Gaza e in Cisgiordania vengono condannate duramente e lette attraverso la lente del colonialismo e della violazione dei diritti umani. Poiché l’Iran e i suoi alleati (come Hamas e Hezbollah) si presentano retoricamente come i difensori della causa palestinese contro Israele, la forte opposizione alle politiche israeliane porta a una complessa ambiguità: si fatica a condannare l’Iran con la stessa veemenza per il timore di indebolire il fronte di pressione contro il governo israeliano. La violenta reazione di Israele al ‘7 ottobre’ ha contribuito ad esacerbare la situazione. Inoltre la cultura del pacifismo radicale ‘pregna’ parte del nostro mondo culturale. Una parte consistente della politica italiana infatti (che include anche l’area cattolico-progressista) aderisce a un pacifismo di principio. Secondo questa visione, la guerra non è mai uno strumento legittimo per risolvere le controversie internazionali o per esportare la democrazia. Lo stesso vale per la Chiesa cattolica. I pacifisti ‘senza se senza ma’ rifiutano l’allineamento militare con la NATO, invocando soluzioni diplomatiche d’emergenza e la fine delle forniture di armi, indipendentemente da chi sia l’aggressore o l’alleato. Se forze progressiste come il Partito Democratico mantengono generalmente una linea di fermo sostegno alle alleanze occidentali (NATO e asse euro-atlantico), condannando senza riserve il regime iraniano, l’antisemitismo e il terrorismo, pur esprimendo forti critiche umanitarie sulla gestione dei conflitti da parte del governo israeliano, formazioni più a sinistra, sindacati di base e collettivi studenteschi concentrano invece la propria mobilitazione quasi esclusivamente contro Israele e gli USA, vedendo il conflitto attuale non come una difesa della democrazia contro il fondamentalismo, ma come uno scontro di potere guidato da interessi occidentali. Nel caso delle ragazze iraniane minacciate, la contestazione del reato di terrorismo (articolo 270 bis del codice penale) rappresenta in questo senso una novità, perché solitamente veniva applicato a chi prepara attentati o recluta combattenti per l’estero, mentre questa volta a rendere ‘di stampo terroristico’ l’azione è l’intimidazione potenziale all’intera comunità iraniana dissidente in Italia, minando quindi le libertà politiche garantite nel nostro Paese. Il mio appello per quello che può valere è di spogliarci da pregiudizi ideologici, ormai assunti a postulati. Queste violente teocrazie minacciano non solo le nostre democrazie, ma soprattutto la coscienza di uomini liberi quali non dobbiamo mai dimenticare di essere. Almeno i più di noi.

Jacopo Bononi- presidente del Premio letterario la Tore isola d’Elba

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli correlati

Elba Isola Europea dello Sport, Nocentini: “Grande occasione”

Il sindaco punta su turismo sportivo, nuovi impianti e sostegno alle associazioni

Marittimi elbani senza medico, Amadio attacca la Regione

Interrogazione urgente di FdI: "Subito soluzioni per oltre 300 lavoratori marittimi"