L’assedio alla libertà che ci circonda: difendiamola

di Jacopo Bononi*

Le donne sono più che mai al centro dell’attualità politica e culturale non solo italiana. Si veda il caso della messa tra gli obbiettivi del governo iraniano di Giorgia Meloni di pochi giorni orsono. Subito la solidarietà ‘bipartisan’ ha mostrato come certi eccessi di alcuni regimi hanno il potere di unire e sensibizzare tutte le coscienze libere e democratiche. Anche quelle che non capiscono che Trump non è l’America ma sì, l’America è un baluardo ultracentennale di Democrazia. L’appello di Meryl Streep di alcuni giorni fa per le donne afghane, pronunciato a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (ONU) a New York, è diventato un simbolo globale della denuncia contro il regime dei talebani. Nel suo discorso potente e tagliente, l’attrice ha usato paradossi e metafore immediate per descrivere la totale cancellazione dei diritti umani femminili in Afghanistan. Meryl Streep ha scioccato la platea affermando: Oggi a Kabul una gatta ha più libertà di una donna. Una gatta può sedersi in veranda e prendere il sole, o rincorrere uno scoiattolo in un parco. Oggi in Afghanistan persino uno scoiattolo ha più diritti di una bambina, perché i parchi pubblici sono stati vietati a donne e ragazze. Un uccellino può cantare a Kabul, ma una donna non può farlo in pubblico. L’intervento ha fatto riferimento alle durissime leggi emanate dal Ministero del Vizio e della Virtù dei talebani, che vietano alle donne di parlare a voce alta, leggere, recitare o cantare fuori dalle mura domestiche. L’attrice ha ricordato come negli anni Settanta la società afghana fosse profondamente diversa, con le donne che costituivano oltre la metà dei funzionari pubblici, insegnanti, medici e avvocati. Ha definito il crollo di questa civiltà come un racconto ammonitore per l’intera comunità internazionale. Streep ha esortato i leader mondiali e i paesi a maggioranza sunnita a fermare il lento soffocamento della popolazione femminile afghana, definendo le restrizioni imposte come una vera e propria carcerazione di massa. L’appello si è tenuto durante la presentazione del cortometraggio documentario ‘The Sharp Edge of Peace’. La pellicola racconta l’immenso coraggio di quattro leader ed attiviste afghane, uniche donne ad aver partecipato direttamente ai colloqui di pace con i talebani nel 2020 prima del crollo di Kabul. Il ritorno dei Talebani al potere ha sistematicamente azzerato i diritti umani in Afghanistan, trasformando il Paese in quello che le Nazioni Unite definiscono un regime di apartheid di genere. Dopo il ritiro delle truppe USA e della coalizione internazionale nell’agosto 2021, le promesse iniziali di un governo più moderato sono state smentite da una serie di decreti repressivi che hanno progressivamente cancellato le donne dalla vita pubblica. L’Afghanistan è l’unico Paese al mondo in cui è vietato l’accesso all’istruzione secondaria (medie e superiori) e universitaria per le ragazze. Alle donne è stato proibito di lavorare per le ONG internazionali, per l’ONU e nella maggior parte dei settori pubblici e privati. Nel 2023 la chiusura forzata di tutti i centri estetici ha privato oltre sessantamila donne della loro unica fonte di reddito indipendente. Le donne non possono spostarsi oltre una certa distanza senza l’accompagnamento di un mahram (un guardiano maschio di famiglia, come il padre, il marito o un fratello). L’accesso a parchi giochi, parchi cittadini, palestre e bagni pubblici è categoricamente proibito a donne e bambine. Vige l’obbligo tassativo di indossare il burqa o abiti neri e larghi che coprano interamente il corpo e il viso, lasciando scoperti solo gli occhi. Il colpo definitivo alla libertà individuale è arrivato con la promulgazione della legge sul ‘Vizio e la Virtù’. Questo testo ha reso illegale per una donna far sentire la propria voce in pubblico. Le donne non possono cantare, recitare o leggere a voce alta fuori dalle mura domestiche, poiché la voce femminile è ora considerata un elemento di potenziale tentazione che deve rimanere celato. Situazione simile vive oggi l’Iran, che come già detto ha appena minacciato anche la nostra premier, con un regime teocratico sanguinario che sebbene sia una minaccia reale per l’occidente, la cosa sembra passare in secondo piano in nome di un pacifismo e di un antiamericanismo fuori dalla storia. Almeno dalla nostra storia. Abbiamo già ricordato, tornando all’Afghanistan, su queste colonne il romanzo ‘Il cacciatore di aquiloni’ di Khaled Hosseini, dal quale è stato tratto un celebre e commovente film omonimo. Nel romanzo, i talebani vietano immediatamente il volo e i tornei di aquiloni, considerandoli un passatempo empio. Questa proibizione, che dà il titolo al libro, è la metafora perfetta del soffocamento della libertà. Oggi il regime ha nuovamente bandito gli aquiloni, la musica, i giochi e qualsiasi forma di espressione culturale o svago. Nel libro viene descritta la tragica realtà dell’orfanotrofio di Kabul, dove i bambini soffrono la fame e sono esposti alle violenze dei miliziani. Attualmente, a causa della crisi economica causata dal blocco degli aiuti e dall’estremismo, i bambini afghani vivono in condizioni di malnutrizione cronica e totale assenza di tutela e istruzione. La discriminazione etnica: Il romanzo denuncia ferocemente la persecuzione sistematica dei Hazara (l’etnia sciita e minoritaria a cui appartengono Hassan e Sohrab) da parte della maggioranza Pashtun. L’autore ha espresso più volte il suo profondo dolore per il destino del suo Paese d’origine. In diverse interviste rilasciate ai media internazionali, Hosseini ha dichiarato di avere ‘il cuore in frantumi’ e ha lanciato un forte appello affinché il mondo non volti le spalle all’Afghanistan. Hosseini ha sottolineato come le sue paure più grandi riguardino proprio le donne e le bambine, destinate a vedere i loro sogni e la loro dignità completamente calpestati. Dobbiamo ribellarci a queste dittaure che sono prima ancora che dei corpi, delle menti. Perché la nostra libertà è tale fino a quando avremo la consapevolezza di doverla difendere.

*Jacopo Bononi- presidente del Premio letterario la Tore isola d’Elba

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