Di sicuro l’esame più interessante tra quelli fatti a Giurisprudenza, la filosofia del diritto, permette di applicare principi generali a questioni molto pratiche e di attualità. Nel campo della filosofia del diritto, il delitto di Garlasco è un caso studio perfetto per analizzare il confine tra verità reale, verità processuale e l’oltre ogni ragionevole dubbio. Mantenere una posizione equidistante, considerando sia l’innocenza di Alberto Stasi sia la pista alternativa di Andrea Sempio, permette di esplorare concetti filosofici fondamentali. La filosofia del diritto distingue ciò che è accaduto (verità ontologica) da ciò che viene provato in un’aula di tribunale (verità formale). L’essere umano e i giudici non hanno l’onniscienza. Si muovono nel campo della probabilità e della ricostruzione indiziaria. Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva a sedici anni sulla base di una fitta rete di indizi (pedali della bicicletta, impronte, incongruenze nel racconto). Per il diritto, questa è la ‘verità legale’. La difesa di Stasi invece ha più volte indicato Andrea Sempio (amico del fratello di Chiara) per via di un DNA compatibile sotto le unghie della vittima e di alcuni passaggi orari. Sempio è stato però definitivamente archiviato pare in modo un po’ frettoloso tanto da fa avviare una seconda inhiesta parallela a Brescia che ipotizza atti di corruzione giudiziaria in ordine al magistrato per questo indagato. Si inserisce qui il concetto del ‘ragionevole dubbio’ che è un concetto cardine del diritto penale moderno (Beyond Any Reasonable Doubt) il quale impone che si possa condannare solo se non vi è alcuna spiegazione alternativa logica. Mantenere un’ipotesi di innocenza per Stasi significa applicare un rigore scettico. Se esiste una traccia genetica alternativa (come quella attribuita inizialmente a Sempio), il dubbio filosofico permane. Il diritto non può rimanere nel dubbio per sempre. Deve decidere per garantire l’ordine sociale. La Cassazione ha ritenuto che il quadro contro Stasi escludesse ogni altra ipotesi logica, superando la soglia del ‘ragionevole dubbio’. Se le procedure sono state rispettate e gli indizi convergono, la sentenza è giusta’ per l’ordinamento. Se esiste anche solo l’1% di possibilità che il colpevole sia un altro (Sempio o terzi), la giustizia sostanziale avverte un senso di incompiutezza. L’equidistanza intellettuale è quindi l’approccio del filosofo, mentre la certezza (anche se convenzionale) è l’obiettivo del giudice. Da qui emerge una necessità fondamentale ossia quella di garantire criteri di equidistanza, ossia che non sia imposto un ‘colpevole necessario’ e quindi in breve che non sia accettabile che, messa in evidenza per Stasi la insostenibilità della sua condanna già scontata per tre quarti, si debba per forza vedere in Sempio condannato per il medesimo delitto l’unica via percorribile. Recenti casi giudiziari altrettanto noti come Cogne o come Erba per non parlare del caso Yara hanno aperto dibattiti e ciclicamente li riaprono riguardo al fatto che piste alternative non siano state allora abbastanza battute. Il dubbio sulla qualità delle indagini preliminari nei casi di Cogne (Annamaria Franzoni) e Erba (Olindo Romano e Rosa Bazzi) tocca il cuore pulsante della filosofia del diritto. Questo dubbio non annulla il principio dell’equidistanza, ma ne rappresenta la massima giustificazione teorica. Nella filosofia del diritto, l’equidistanza non è indifferenza cinica, ma distacco critico necessario per valutare se lo Stato ha rispettato le sue stesse regole prima di privare un cittadino della libertà. Si parla quindi di ‘fallibilismo epistemico e di ‘asimmetria del processo. La filosofia del diritto moderno riconosce che la conoscenza umana è sempre fallibile. Nel processo penale esiste una profonda asimmetria: lo Stato ha risorse immense per indagare, mentre il cittadino ha mezzi limitati. Di fronte al sospetto di indagini ‘orientate’ (ossia che cercano solo conferme alla tesi d’accusa ignorando piste alternative, come lamentato dalla difesa a Erba), il filosofo del diritto si pone a metà strada. L’equidistanza impone di non schierarsi né con la verità ufficiale della Procura né con il vittimismo della difesa, ma di pretendere che il metodo scientifico di ricerca della prova sia stato rigoroso. Uno dei maggiori rischi evidenziati dalla sociologia e dalla filosofia del diritto è che gli inquirenti innamorati di una tesi (es. la colpevolezza della Franzoni a Cogne o dei coniugi a Erba) tendano a raccogliere solo le prove conformi, trascurando o contaminando la scena del crimine. Mantenere una posizione ‘equidistante’ permette di analizzare il processo in modo puro. Se le indagini iniziali sono state lacunose, la ‘verità processuale’ che ne deriva sarà inevitabilmente fragile. L’equidistanza filosofica ci ricorda che una condanna non è giusta solo perché l’imputato è ‘probabilmente’ colpevole, ma lo è se il percorso per dimostrarlo è stato impeccabile. Se le indagini sono state inadeguate, viene meno la certezza del diritto. Casi mediatici così violenti generano una fortissima pressione dell’opinione pubblica che esige un colpevole in tempi rapidi e il rischio adesso con il nuovo indagato Sempio è altissimo in questo senso. Il giudice ha il compito istituzionale di chiudere il caso per restituire pace sociale alla comunità (funzione pragmatica del diritto). Il ‘filosofo del diritto’, mantenendosi equidistante, osserva invece il meccanismo dall’alto e si domanda: la società sta sacrificando un potenziale innocente sull’altare della propria rassicurazione? L’equidistanza è quindi lo strumento intellettuale che impedisce al diritto di trasformarsi in una ‘vendetta di Stato’ legalizzata, mantenendo sempre aperto il varco del dubbio metodico di fronte all’errore umano. L’errore giudiziario rappresenta la frattura più drammatica del sistema legale, il momento in cui l’accertamento processuale devia radicalmente dal fatto storico reale. Nella filosofia del diritto, l’equidistanza trova la sua massima ragion d’essere proprio nell’analizzare questa frattura. L’equidistanza impedisce di cadere nella trappola del ‘colpevolismo di Stato’ o del ‘complottismo di difesa’, offrendo gli strumenti per capire come l’errore nasca e come i media ne alterino la percezione, trasformando il dubbio in certezza artificiale. Filosoficamente, il processo penale non è la scoperta della Verità Assoluta, ma un esperimento logico e storiografico vincolato da regole. Il giudice deve ricostruire un fatto passato usando frammenti (prove). L’errore nasce quando il metodo di analisi non è falsificabile. Se gli inquirenti adottano una visione a tunnel (innamoramento di una tesi), smettono di cercare la verità e cercano solo conferme. Per il positivismo giuridico, se una sentenza rispetta tutte le norme procedurali ed è definitiva, essa costituisce ‘diritto’. Per il giusnaturalismo e la filosofia morale, invece, la condanna di un innocente distrugge la legittimità etica dello Stato, rendendo la sentenza intrinsecamente ingiusta. L’equidistanza impone di valutare le regole del processo come se non sapessimo se siamo le vittime, gli imputati o i giudici. Solo mantenendo questo distacco si può pretendere che lo Stato non ‘adotti’ scorciatoie. I talk-show anticipano il verdetto analizzando elementi parziali (intercettazioni decontestualizzate, filmati tagliati). Questo crea una verità virtuale nell’opinione pubblica. Quando la prova reale entra in aula, il pubblico e talvolta i giudici popolari sono già cognitivamente condizionati. Nei casi di Cogne e Erba, i media tendono a eliminare la complessità sfumata del dubbio. Un elemento ambiguo (es. una traccia ematica microscopica o una testimonianza sbiadita dal tempo) viene narrato in TV come la pistola fumante’. Filosoficamente, questo annulla l’oltre ogni ragionevole dubbio e il dubbio, da baluardo di civiltà giuridica, viene dipinto dai media come un ‘cavillo per avvocati’, spingendo verso la condanna a furor di popolo. L’istanza di revisione presentata dalle difese di Olindo e Rosa (e rigettata in via definitiva dalla Cassazione nel 2025) è stata accompagnata da una mastodontica attenzione giornalistica che ha decostruito le prove classiche (confessioni, testimonianze) alimentando il dubbio pubblico. Il ‘filosofo del diritto’ osserva che la Cassazione ha blindato il giudicato formale ritenendo solide le prove originarie mentre i media, al contrario, continuano a vivere nella dimensione del dubbio perpetuo. L’equidistanza non decide chi ha ragione, ma svela il conflitto: il diritto ha bisogno di una fine (la certezza del giudicato) mentre la narrazione mediatica si nutre del dubbio infinito. L’equidistanza è l’unico scudo contro la ‘spettacolarizzazione della giustizia’. Permette di ricordare che la colpevolezza non si decide per acclamazione mediatica né per inerzia burocratica dello Stato. Un sistema è giusto non perché non sbaglia mai (l’errore umano è ineliminabile), ma perché mantiene strutture critiche e indipendenti per riconoscere i propri errori e difendere il cittadino dalla ‘cecità del giudizio comune’. Quindi attendiamo lo svolgersi delle inchieste in corso, tenendo fermi questi principi e coltivando uno spirito filosofico adeguato non da tifoserie ma da posizionamenti equidistanti.
Jacopo Bononi- presidente del Premio letterario la Tore isola d’Elba
Foto tratta da sito facebook su Garlasco


