Io grido: sono innocente. Lo grido da tre anni, lo gridano le carte, lo gridano i fatti che sono emersi da questo dibattimento. Io sono innocente, spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi (Enzo Tortora). Il caso Tortora scosse gli anni ottanta in Italia quanto e forse di più il caso Garlasco non stia facendo oggi. Il 17 settembre 1985 Tortora era stato condannato in primo grado a dieci anni di reclusione con le accuse di associazione camorristica e traffico di droga, basate esclusivamente su delazioni di pentiti senza riscontri oggettivi. Il conduttore televisivo pronunciò questa storica dichiarazione spontanea nell’aula della Corte d’Assise d’Appello di Napoli nel 1986, sfidando apertamente i magistrati e richiamandoli alla propria coscienza. Poche ore dopo quel discorso, il 15 settembre 1986, la Corte d’Appello ribaltò la sentenza precedente e lo assolse con formula piena perché ‘il fatto non sussiste’, ponendo fine al gravissimo errore giudiziario. Furono anni terribili per il ‘sistema giustizia’ italiano esattamente quanto lo sono ora. Allora come adesso furono messe in dubbio le basi del nostro sistema giudiziario e nel caso di Tortora non si trattò in effetti di un errore giudiziario, ma di una fitta e intricata rete di legami tra l’apparato giudiziario e quella che allora era la NCO ossia la Nuova Camorra organizzata di Raffale Cutolo. Pur di addivenire a risultati che fossero di rilievo i magistrati dell’epoca spinsero in modo arbitrario affinchè presunti pentiti o meglio dissociati dalla organizzazione criminale (come amavano farsi chiamare loro) fossero il pilastro delle assurde e indimostrate accuse contro Tortora che il PM definì ‘cinico mercante di morte’ nella sua arringa conclusiva. L’accusa era spaccio di sostanze stupefacenti per conto della NCO stessa. Fu solo Marco Pannella a sostenerlo negli anni bui della vicenda, tanto da candidarlo al parlamento europeo per la Rosa nel Pugno e a farlo eleggere. I magistrati che ordinarono l’arresto, condussero le indagini e condannarono Enzo Tortora in primo grado fecero tutti carriere brillanti e non subirono alcuna sanzione disciplinare o rallentamento professionale. Al contrario, l’unico a non fare carriera fu il giudice che lo assolse. Felice Di Persia fu il sostituto procuratore che firmò l’ordine di arresto e coordinò il blitz della maxi-retata contro la Nuova Camorra Organizzata. In seguito, divenne procuratore capo a Nocera Inferiore e fu persino eletto membro del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), l’organo di autogoverno delle toghe. Lucio Di Pietro affiancò Di Persia nella gestione dell’accusa durante le indagini preliminari. La sua carriera proseguì ai massimi livelli: divenne prima Procuratore Generale a Salerno e successivamente Procuratore Aggiunto della Direzione Nazionale Antimafia (DNA). Diego Marmo fu il Pubblico Ministero in aula durante il processo di primo grado. Rimase celebre per la sua durissima requisitoria in cui definì, come già ricordato, Tortora un ‘cinico mercante di morte’. In seguito, ottenne la promozione a Procuratore Capo di Torre Annunziata e poi di Nola. Molti anni dopo, nel 2014, espresse pubblicamente il suo rammarico e porse le scuse alla famiglia Tortora. Giorgio Fontana fu il giudice istruttore che convalidò le accuse e i mandati di cattura basandosi esclusivamente sulle parole dei falsi pentiti, senza effettuare riscontri oggettivi (come la verifica dell’ agendina in cui il nome ‘Tortora’ era in realtà scritto ‘Tortona’). Ha proseguito regolarmente la sua carriera nella magistratura giudicante. Luigi Sansone fu il presidente del Tribunale di Napoli che emise la sentenza di primo grado condannando il presentatore a 10 anni. Anche per lui non ci fu alcuna conseguenza negativa: passò successivamente a presiedere la Corte d’Assise d’Appello di Potenza e terminò la carriera ai vertici della magistratura. Il destino più amaro dal punto di vista professionale toccò paradossalmente a Michele Morello, il consigliere della Corte d’Assise d’Appello di Napoli che materialmente studiò le carte, smascherò i falsi pentiti e scrisse la sentenza di assoluzione totale per Enzo Tortora nel 1986. A differenza dei colleghi dell’accusa, Morello non fece alcuna carriera importante. Subì un forte isolamento nell’ambiente giudiziario dell’epoca e alcuni colleghi arrivarono a togliergli il saluto per aver smontato l’operato della procura. L’intera vicenda è raccontata in modo magistrale nella serie di Marco Bellocchio ‘Portobello’, da poco disponibile sulla piattaforma HBO. Un’opera cinematografica importante che nella asciuttezza e nella solita e proverbiale capacità interpretativa di Fabrizio Gifuni trova il suo massimo compimento. La rappresentazione del ‘sistema giustizia’ in Italia ne esce con le ossa distrutte così come solo il Maestro dei ‘Pugni in tasca’ poteva fare. I pughi escono dalle tasche e fanno a pezzi la giustizia italiana, ma nel vero senso della parola. Senza appello è la condanna da parte dell’autore di un sistema non solo incapace ma specialmente corrotto nelle fondamenta, ossia in quella che si può definire la ‘lucidità e la correttezza’ che appunto il sistema stesso dovrebbe avere e rappresentare. Vittime e carnefici, i giudici che parteciparono al massacro del conduttore tv escono dalla vicenda quali strumento di squallidi ma abilissimi criminali, capaci di orchestrare alle spalle di un sistema intero perfetti meccanismi tali da portare in galera chiunque. I libri più importanti sul caso Tortora sono ‘Le due vite di Enzo Tortora’ di Vittorio Pezzuto che è considerata la biografia più completa e accurata. Essa ricostruisce meticolosamente sia la straordinaria carriera televisiva del presentatore (il successo di Portobello) sia l’inferno giudiziario, la detenzione e la successiva battaglia politica con il Partito Radicale. ‘Enzo Tortora. Dalla luce del successo al buio del labirinto’ di Daniele Biacchessi che analizza il cortocircuito tra la giustizia e il linciaggio mediatico dell’epoca. Il libro contiene anche una postfazione della figlia Silvia Tortora. ‘Il caso Tortora’ di Luca Steffenoni che è come un legal thriller, ma basato interamente sui fatti reali, questo saggio incrocia il caso Tortora con i grandi e complessi misteri italiani dell’inizio degli anni Ottanta (come il rapimento Cirillo e il caso Moro). Rimane aperto un mistero, ossia come fu possibile che la superficialità, l’incompetenza e la malafede di alcuni magistrati abbiano potuto generare un ‘ mostro giudiziario’ simile. Lo stesso mostro che si sta delineando sul caso Garlasco che, al netto dei ‘guelfoghibellismi’ italici che stanno portando la vicenda a derive mediatiche incredibili con programmi-tifoserie indegni di un paese evoluto e moderno come il nostro, resta un caso esemplare di inefficenza del nostro sistema giudiziario tanto quanto lo fu quello Tortora quaranta anni fa. Un mostro bifronte, si direbbe, ove dopo due sentenze di assoluzione e due di condanna per Alberto Stasi ora si va verso la possibile condanna di un secondo indagato Andrea Sempio e la possibile revisione per il primo. Nel mezzo, come accadde per Tortora, un’ incredibile serie di presunti errori nelle indagini, mista ad incompetenza e a superfiacilità e nel caso della eccessivamente rapida chiusura delle indagini verso il secondo soggetto, anche di possibili fenomeni corruttivi a carico niente meno che del magistrato che chiuse, appunto in fretta, la posizione del secondo protagonista, ora indagato. Insomma un ‘guazzabuglio’ giuridico e giudiziario senza precedenti che potrà riservarci ancora incredibili sorprese. Perché se c’è una cosa che insegna il caso Tortora di quaranta anni or sono è che il sistema si protegge e si tutela, che i magistrati sono scevri in buona sostanza da responsabilità dirette e personali e che soprattutto la ‘casta’ fa barriera. Come sarà possibile che alla fine si accetterà che un innnocente sia stato in carcere per dieci anni e un assassino in libertà? Il sistema si proteggerà e o attraverso la negazione della revisione a Stasi o attraverso la ‘smontatura’ delle accuse della Procura di Pavia contro Sempio, ritroverà il modo di ‘affermarsi’ verso sé stesso e verso l’opinione pubblica. Nel mezzo ci saremo noi cittadini che, vittime della illusione di vivere in un sistema che ci tutela e ci protegge, navigheremo ancora nell’incertezza e nella paura di essere un giorno ‘citofonati’ alle cinque del mattino e di sentire una voce dirci: ‘la prego, ci segua in caserma’. Allora le porte dell’abisso potrebbero schiudersi, anche per noi.
*Jacopo Bononi- presidente del Premio letterario la Tore isola d’Elba

