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Porto Azzurro e la tragedia del Comet, settant’anni dopo

Il racconto di Fabrizio Grazioso di una delle pagine più tristi della storia longonese

Settanta anni fa, il 10 gennaio 1954, l’Isola d’Elba e Porto Azzurro finirono sulle prime pagine di tutti i giornali più importanti del mondo. Un Comet della BOAC, aereo all’avanguardia dell’epoca,  si schiantò in mare al largo di Punta Calamita, provocando la morte di tutte le 35 persone a bordo. L’aereo, decollato poco prima dall’aeroporto di Roma-Ciampino, si trovava in rotta verso l’aeroporto di Londra-Heathrow, nell’ultimo tratto del suo volo da Singapore. Porto Azzurro, in quei primi anni del dopoguerra, rimase scossa da questa tragedia, che coinvolse tutta la sua popolazione prima nelle ricerche in mare e nel recupero dei morti, ben 35 – fra loro anche personaggi molto conosciuti –  e poi nel supporto delle indagini che videro arrivare dalla Gran Bretagna giornalisti e tecnici per stabilire le cause del disastro. Il piccolo borgo elbano, che non ancora si era affacciato alla notorietà del turismo, rimase profondamente segnato per un lungo periodo da quanto era accaduto.

A ricordarlo, il bellissimo racconto di Fabrizio Grazioso, mirabile custode e fine narratore della storia longonese. Insieme a questo, un filmato che vi riproponiamo, realizzato dal National Geographic  nel 2006, nel quale si racconta tutta la storia del Comet e dei personaggi ad esso legati. Testimone dei fatti nel filmato, fra gli altri, anche Luigi Papi, padre dell’attuale sindaco di Porto Azzurro Maurizio Papi.

Ecco di seguito il racconto di Fabrizio Grazioso

 

Il 10 gennaio 1954 sembrava una domenica come tante altre. A Porto Azzurro don Carlo aveva appena terminato la S. Messa, in piazza c’era il passeggio e qualche bimbo correva su e giù per il selciato, distraendo le brumose chiacchiere degli avventori del bar Corinto. L’umidità batteva il freddo 2 a 0. I pescatori, a largo, oltre Focardo, tirarono sospiri di sollievo: la giornata non era stata poi così nera.
D’un tratto, proprio mentre stavan rientrando, un bagliore, un colpo, uno scoppio destò la loro attenzione. Lo sentirono benissimo anche in paese. Qualcosa era precipitato in mare. E così, senza pensarci due volte, fecero dietrofront. Anche dal molo partirono in tanti. La speranza d’un lieto fine era quasi nulla. Ma provarci era un dovere, un imperativo morale. Arrivati a largo, a circa due miglia da Punta Calamita, la triste scoperta. Valigie, qualche rottame, uomini, donne e bambini. Nessun superstite. Nessun grido d’aiuto. Solo vestiti che profumavano ancora di vita. Un incidente aereo, tra i peggiori del tempo, commosse\scosse gli animi dei presenti.
Il velivolo, comunemente chiamato “Comet”, era un aereo della British Overseas Airways Corporation (BOAC) decollato poco prima da Roma-Ciampino e diretto a Londra; e la sua perdita – pensate – segnò il secondo dei tre incidenti mortali che, in meno di dodici mesi, coinvolsero i famigerati “Comet”.
Secondo quanto emerso dalle indagini, attorno alle 9:50, dopo circa venti minuti di volo, lo stesso comunicò di trovarsi sulla verticale di Orbetello a 26.000 piedi, iniziando poi una conversazione con un altro mezzo della BOAC, fin quando il messaggio s’interruppe e l’aereo sembrò sparire nel nulla.
Si contarono 35 vittime (31 passeggeri e 4 membri dell’equipaggio), 20 delle quali mai più trovate. I corpi a galla furono invece recuperati dalle imbarcazioni longonesi PernaCiro e Montecristo. Una folla sgomenta attendeva in banchina l’arrivo degli uomini. C’era chi piangeva, chi stringeva gli occhi, chi li copriva ai bambini presenti. Le 15 salme, con gran rispetto, vennero poi trasportate nella sala anatomica del cimitero per l’autopsia. L’11 gennaio ne parlava anche il New York Times. Un dramma.
L’intera comunità si diede da fare. Dai grandi ai piccini. Per tre notti, ad esempio, la famiglia Adami (Adamo, Nedo e Aladino) lavorò per realizzare le casse in legno, per restituire alle vittime un po’ di dignità. Infine, una per una vennero portate nella Chiesa parrocchiale e lasciate aperte, vegliate di continuo, affinché i tanti parenti accorsi da Inghilterra e America potessero riconoscere i loro cari e portarli con sé. Non tutti, però, ebbero questa “fortuna”. E la permanenza all’Isola fu ancor più dura.
Intanto procedevano anche le operazioni di recupero del rottame, localizzato dai radar a circa 200 metri di profondità.
Porto Azzurro si trovò così al centro di una triste pagina di cronaca nera, invaso da familiari in lacrime, giornalisti e telecamere. Un primo approccio col piccolo schermo tutt’altro che lieto.
A San Cerbone, camposanto del paese, con un doppio rito (cattolico e protestante), si tenne infine l’epilogo della vicenda: 15 corone, 15 bare. Il silenzio di sottofondo e il lutto nel cuore.
La commissione d’inchiesta istituita dal governo britannico arrivò poi ad individuare con estrema esattezza le cause del disastro, ricondotte alla forma rettangolare dei finestrini di bordo, assolutamente inadatta a sopportare la pressurizzazione (e i polmoni spezzati delle vittime ne corroborarono la tesi). A questo s’aggiunse la scoperta che i supporti attorno ai finestrini eran solo rivettati e non incollati, come invece previsto dalla specifiche originali dell’aereo. Insomma, una tragedia che si poteva evitare.
A memoria di tal evento, presso il cimitero di Porto Azzurro è stato poi eretto un monumento commemorativo ove sono sepolte alcune vittime e nel quale è citato l’elenco delle venti mai ritrovate. Che riposano sul fondo nel nostro mare.
Ancora adesso, col singhiozzo, i ragazzi d’allora hanno inchiodate nella mente le immagini di quella mattina. Specie gli occhi sbarrati al cielo, fermi all’attimo prima della morte.
Sì, in quel lontano gennaio ’54 Porto Azzurro ha dimostrato il suo grande animo, ospitando parenti, madri disperate e figli inconsolabili. Stringendosi attorno, gli uni agl’altri, come una grande famiglia. Storie di settant’anni fa. Storie di vita. Vita vissuta, forse in bianco e nero, ma che era giusto ricordare.

 

 

Ecco di seguito il video del National Geographic

 

Una risposta a “Porto Azzurro e la tragedia del Comet, settant’anni dopo

  1. Fernando Bontempelli Rispondi

    Ricordo benissimo la tragedia. Ero un ragazzino e da San Piero si sentì un forte boato e contemporaneamente alcune persone, come mio babbo che stava andando alla sua cava del Calcinaio, videro una palla di fuoco che precipitava in mare al largo di punta Calamita. In particolare ricordo che, qualche tempo dopo, arrivarono delle navi inglesi per il recupero di ciò che era rimasto dell’aereo e la sera i marinai sbarcavano a Marina di Campo venendo spesso a S.Piero dove frequentavano le tre bettole dell’epoca e da dove, dopo aver bevuto abbondante aleatico, ripartivano barcolando a piedi verso M.di Campo. Noi ragazzini li seguivamo fino a Facciatoia (oggi p.le Belvedere) e ci divertivamo a vederli letteralmente “tombolare” verso la pianura meravigliandoci del fatto che, essendo inglesi abiutuati a bere wisky, non reggevano il ns. vino.

    10 Gennaio 2024 alle 17:58

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