Violenza a Capodanno, la difesa: “No al processo mediatico”

Lettera aperta delle due avvocate dell'accusato: "Si ignora la presunzione di innocenza"

Le avvocate Cesarina Barghini e Lucia Mannu

Sta entrando nel vivo il processo che si tiene presso il Tribunale di Livorno per giudicare i fatti di quello che è stato battezzato come “lo stupro di Capodanno” all’Isola d’Elba. Fatti che risalgono ad oltre un anno fa, alla notte di Capodanno fra il 2022 e il 2023. La scarna cronaca giudiziaria raccontava che Alessandro Canovaro, 37 anni, PR della discoteca elbana, alla fine della serata “avrebbe violentato nei bagni del locale una barista di 23 anni, poi dimessa dal pronto soccorso di Portoferraio con 25 giorni di prognosi”.

L’uomo, arrestato dai Carabinieri dopo la denuncia della ragazza,  è stato poi scarcerato dopo otto mesi di detenzione all’inizio del processo,  con un provvedimento emesso dal Tribunale di Livorno che ne ordinava l’immediata scarcerazione  senza detenzione domiciliare, con il solo obbligo di dimora e divieto di avvicinamento alla presunta persona offesa.

Nel frattempo il processo sta proseguendo il suo iter, entrando proprio in questi giorni nel vivo con dovizia di particolari sulle dinamiche di quella notte di quasi tredici mesi fa, grazie alle testimonianze delle persone chiamate in causa dalle parti.

Ed è proprio per contestare  – e contrastare – questa dovizia di particolari che appare sui giornali che si occupano di cronaca giudiziaria che gli avvocati difensori di Alessandro Canovaro ci inviano oggi una lettera aperta, nella quale cercano di arginare quella che chiamano “enfasi mediatica” e fanno le loro considerazioni appellandosi alla “presunzione di innocenza” che secondo loro dovrebbe accompagnare l’iter processuale fino al suo completamento.

Un argomento, come capiranno i nostri lettori, estremamente delicato, ma che riteniamo di dover affrontare per completezza di informazione, nel massimo rispetto del lavoro dei colleghi di altre testate che si occupano di cronaca giudiziaria. Nello stesso tempo e per lo stesso motivo restiamo  a disposizione di qualsiasi ulteriore intervento e/o precisazione fosse ritenuto necessario da altre parti coinvolte nella notizia. 

Ecco di seguito l’intervento dei difensori di Alessandro Canovaro

“Vi presentiamo l’art.27 della Costituzione.

È  quel povero e derelitto principio – dimenticato dal mondo – in virtù del quale nessuno può essere considerato colpevole senza una sentenza definitiva. Più sinteticamente:  si chiama “presunzione di innocenza”.

E grazie a Dio esiste ancora.

Il processo ad Alessandro Canovaro non è il processo di Regeni, dove una claque presso il Tribunale sarebbe stata condivisa e partecipata da chiunque.

Qui stiamo parlando di un’altra cosa.

Stiamo celebrando un processo molto complesso, dove ancora deve essere accertato quello che è accaduto, quindi se sia stato consumato o meno il delitto di stupro e, soprattutto, se Alessandro Canovaro sia colpevole o innocente. Lasciate lavorare noi Avvocati, il PM e i Giudici.

E in questo contesto troviamo del tutto fuori luogo  voler anticipare un giudizio di colpevolezza che potrebbe anche non arrivare mai, attraverso un collage di frammenti di varie testimonianze che si sono susseguite nel corso delle udienze celebrate fino ad oggi, fino a travisare la realtà degli accadimenti.

Questo, purtroppo, è l’effetto del c.d. processo mediatico e Alessandro ne sta subendo le conseguenze.

Premesso che i processi si celebrano nelle aule di tribunale, se proprio si dovessero raccontare sui media, l’esposizione dovrebbe essere completa, così da permettere al lettore di comprendere correttamente la realtà processuale che ne emerge.

Estrapolando e virgolettando frasi scelte ad hoc, omettendone altre ben più importanti, è evidente che si dirotta l’attenzione sulla sola versione alla quale si vuol dare risalto.

In particolare, in questa enfasi mediatica alla quale stiamo assistendo, non pare siano state minimamente prese in considerazione le testimonianze del gestore del locale e della di lui compagna, i quali  – a precise domande – hanno riferito che, se quella stessa notte fossero venuti a conoscenza della consumazione di uno stupro, avrebbero immediatamente disposto la chiusura dei cancelli e attivate (ovviamente) le forze dell’ordine!

Si registrano, inoltre, notizie assolutamente fantasiose, quali quella relativa alla chiamata dell’ambulanza (mai avvenuta in realtà)  e della circostanza che la presunta vittima sarebbe stata persino “picchiata” dallo stupratore, reato mai contestato al Canovaro dalla Procura, né da chicchessia!

Ma torniamo sulla claque: offende non solo la nostra professione, ma l’intero sistema del processo accusatorio, presentare l’iniziativa come un tentativo, in buona sostanza, di salvataggio della (presunta ) vittima dagli artigli della difesa dell’imputato “…con gli avvocati della difesa che insinuano un giudizio sul suo comportamento …. e dopo la terza udienza in cui è stata interrogata dalle avvocate della difesa, ha accettato la nostra proposta”. Ritenere di poter mettere il bavaglio alla difesa, significa ignorare le regole processuali della cross esamination, così come è gravissimo affermare che “la voce delle donne non può essere messa in dubbio”, e perché mai?

Siamo donne anche noi,  ma soprattutto siamo avvocati, e per questo il nostro compito è garantire un equo processo per addivenire ad una giusta sentenza, evitando che prevalgano sul diritto le reazioni emotive amplificate dalla gogna mediatica.

Pertanto, fino alla sentenza definitiva, l’imputato ha diritto di ricevere lo stesso rispetto della (presunta) vittima, sulla quale non è certo nostro compito “insinuare giudizi”: noi ci possiamo basare solo su “fatti storici”, perché il nostro codice non ammette altro.

L’udienza è pubblica, sì è vero,  ed è giusto che lo sia.

Ma non per condannare l’imputato a furor di popolo.”

Avv. Cesarina Barghini  e  Avv. Lucia Mannu – Foro di Livorno

 

 

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