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Gemelli: “Impegno Prioritario, troppo autoritarismo”

L'ex presidente del Consiglio Comunale: "Un problema che avevo evidenziato da tempo"

Dall’ex presidente del consiglio comunale di Rio, Mattia Gemelli, riceviamo e pubblichiamo:

“Purtroppo, sebbene l’aridità dei numeri delle dimissioni renda evidente la situazione che si era andata a costituire, si tenta – ancora una volta – di scovare capri espiatori, per rendere meno doloroso il fatto di accettare che la responsabilità non è di chi abdica, ma di chi costringe ad abdicare. Che qualcosa non andasse, quantomeno nella comunicazione e nel dialogo tra di noi e verso l’esterno, l’ho percepito subito, all’inizio di questo percorso appena conclusosi, nel quale, assieme ai miei colleghi candidati, credemmo fortemente nel progetto Corsini. Dopo una serrata campagna elettorale, il cui clima era caldo a seguito della esperienza referendaria che aveva dato i natali al nuovo comune di Rio, la lista impegno prioritario uscì vittoriosa e noi tutti ci insediammo, soddisfatti del consenso uscito dalle urne e di quello che avremmo potuto fare nel prossimo futuro. Il clima rasserenato dovuto dall’esito post elettorale, durò pochissimo e a distanza di mesi da quel giugno del 2018, le incrinature interne iniziarono a farsi sentire: nessuno di chi doveva o poteva provò a mediare e da lì a poco – mancate, le risposte – il compianto cons. Mondellini rimise nelle mani del suo sindaco le deleghe assegnate, solo da qualche mese. L’assenza di un dialogo sano e disteso interno alla maggioranza persistette e taluni esponenti della stessa – compreso il sottoscritto – iniziarono a manifestarlo in maniera più vivace, con atti e fatti che, forse intimoriti dalle incomprensioni della prima esperienza amministrativa, vennero sopiti “dall’alto” con marcati rimproveri asettici di una ragione, ma con il solo obbiettivo di dimostrare chi, nel “braccio di ferro” avrebbe – comunque – vinto. Il sottoscritto, essendosi pertanto accorto che la situazione iniziava a farsi asfittica, scrisse una lettera al sindaco Corsini, facendolo con rispetto, ma denunciando una situazione di grande disagio interno alla compagine amministrativa, che non permetteva un propositivo scambio di pareri interni, bensì solo un andamento politico sospinto solo ed unicamente da “imprimatur” incontestabili e che dovevano dettare l’agenda di tutti noi consiglieri. “Queste fratture, sindaco, se non ripianate, diventeranno irrimediabili spaccature” così, nel settembre del 2019 mi rivolsi all’avv. Corsini, facendolo in maniera sincera, per manifestare la difficoltà di un ragazzo – al tempo ventiduenne -, nel concepire il perché di un atteggiamento tanto dirigista: non ottenni risposta. I colpi incassati da tutti i consiglieri, mai percepiti da chi stava dirigendo l’azione amministrativa, stavano diventando pesanti e le ferite mai rimarginate divenivano sempre più laceranti. Nel frattempo, questo modus operandi non colpì solo la componente politica, ma iniziò ad erodere anche la macchina amministrativa: i dirigenti cambiavano continuamente, i segretari “soggiornavano” per poi andarsene il giorno dopo. I motivi, ovviamente, rimanevano all’oscuro e noi consiglieri – o almeno, il sottoscritto – non eravamo forse degni di conoscerne il perché. L’unica cosa che, però, riuscivo a leggere tra le righe è che dietro a queste fuoriuscite di dirigenti e segretari, rimaneva sempre un velo di insoddisfazione, rancore, commiserazione che il comune di Rio lascava a coloro che, per poco tempo, avevano frequentato quelle stanze. Così, sempre tirando la cinghia, essendo – noi consiglieri – interpellati solo quando necessario, venivamo convocati nelle assemblee istituzionali senza conoscere le decisioni – mai contestabili – di chi le aveva già prese (pur legittimamente, ci mancherebbe) in autonomia: si richiedeva solo obbedienza, assoluta obbedienza a tutto ciò che veniva sbattuto algidamente sul tavolo delle nostre scrivanie. Ogni tentativo di chiedere spiegazioni – anche e soprattutto politiche – divenivano pretesti per essere tacciati di lesa maestà e qualunque spirito di sana critica interna veniva sobillato, schiacciato e aprioristicamente annullato. Nel 2020 gli equilibri precari di chi li aveva resi così esili e poco stabili crollarono drasticamente: l’assessora Battaglia si dimise e, di lì a poco il Vicesindaco Fortunati venne spogliato delle sue deleghe. Lì, dopo un mio tentativo di dare un segnale politico astenendomi dal voto del bilancio consuntivo (nella speranza di rianimare la situazione ormai atrofizzata) brillò, veramente per la prima volta, l’assenza del capo politico della amministrazione che, senza un passaggio dialogico, mirato a comprendere le ragioni di questa spaccatura, si limitò a richiamare dalla minoranza la dott.ssa Barbagli. Così facendo, il sindaco surclassò – peraltro – noi consiglieri che, secondo una logica elettorale, dovevamo esserle preferiti nella nomina dopo Fortunati, almeno per quanto concerneva i voti da ciascuno presi. Dopodiché si tentò di mettere “la sabbia sotto il tappeto”, di ricucire malamente un insieme ormai sciolto e qualunque contestazione, volta quantomeno a capire le ragioni che portavano ognuno ad andare via da ormai tre anni, venivano ammutolite ed anzi erano oggetto di pressioni politiche: “tu togli il quadro ed io il chiodo”. In quel periodo, per lo scrivente arrivò il momento della consapevolezza di non riuscire ad alzare la testa e capiì che non c’era modo di risolvere la situazione con il dibattuto politico interno; così lavorai assiduamente per il mio paese e per la gente, proprio perché mi rendevo conto che la distanza tra il palazzo e i miei concittadini era abissale. Nei mesi a venire ho sempre cercato di ascoltare le istanze di tutti, indipendentemente dal voto espresso, e percepivo che quello che provavo io lo provavano anche i riesi: l’assoluta indifferenza e la protervia di chi pensava che si potesse decidere quali appelli dovessero essere ascoltati e quali, invece, non avessero nemmeno la dignità di essere presi in considerazione. La bocciatura del progetto di finanza sulla concessione portuale da parte del consiglio comunale dunque, è stato l’ultimo di una serie reiterata di episodi in cui politicamente la maggioranza ha mostrato le sue fragilità; l’ultimo grido di soccorso che doveva essere recepito da chi, ancora una volta, non ha dato risposte politiche (e nemmeno tecniche) per ricucire un quadro, oramai, davvero strappato. Di fronte a quest’ultimo passaggio, pertanto, il sottoscritto non ha potuto resistere e continuare a far finta di niente e, quindi, a fungere da mero ratificatore di un disegno politico ammaccato e poco credibile di fronte alla cittadinanza riese. Oggi, tanti di coloro che vedo biasimare la scelta delle dimissioni, hanno condiviso con lo scrivente, più e più volte, le stesse considerazioni suesposte, ma noto che si preferisce indignarsi a comando e soprattutto si persiste ancora una volta nel trascendere dal piano politico, su quello personale. In ogni modo, quelli che sventolano i “curricula” come panacea di tutti i mali non si rendono conto che il comune di Rio non ha perso l’opportunità delle terme, del porto (o della piazzola portuale di cui non c’è traccia nel piano strutturale, approvato dal consiglio comunale) a causa di tre mesi di commissariamento, ma a causa di chi politicamente non ha saputo gestire la situazione, grazie a chi non ha compreso le ragione delle parti e a causa di chi alla mediazione ed al dialogo ha preferito l’autoritarismo. Le stesse occasioni, i medesimi “treni in corsa” sarebbero ora realtà se fossero stati incanalati nei corretti binari della politica che traina e che non impone, di quella che unisce e non divide, di quella che crea le condizione perché le persone siano consapevoli delle ragioni di un momento delicato della vita pubblica. A coloro che, invece, biasimano le tempistiche e le modalità, rispondo socraticamente: sarebbe stato doveroso fare finta di niente ? Accettare tacitamente davanti all’opinione pubblica di appoggiare un progetto politico ormai sfumato, sarebbe valso a svuotare tutti i consiglieri dimissionari delle prerogative che competono loro e li avrebbe trasformati in meri spettatori di un dramma che aveva già calato il sipario da tempo. Quale sarebbe stato il risultato politico di alzare la mano in consiglio comunale (peraltro, solo per poco, data la scadenza elettorale imminente) pur sapendo che niente si condivideva più di quel percorso ? Ciò di cui Rio aveva bisogno, dopo il laceramento prodotto dalla fusione era la ricucitura del tessuto sociale ed interrelazionale dei paesi, un richiamo all’unità e alla coesione; i fatti, purtroppo, dimostrano che il clima che è sorto subito dopo l’amministrazione Corsini, è pressante e responsabile di aver spaccato in maniera ancora più netta le posizioni interne al paese. Senza la posizione in essere di quei presupposti che possano consolidare le basi di un panorama politico sereno e comunque “istituzionale”, i blasoni o le esperienze foreste non potranno mai risolvere i problemi che Rio deve affrontare, perché se il linguaggio di chi dovesse dettare l’agenda politica dei prossimi anni sarà violento e respingente, la biga della ragione – per citare Platone – tenderà sempre a scendere verso il basso e nulla potrà essere portato a termine, in quanto, come in una barca, nessuno sarà invogliato a remare nella stessa direzione: insomma, dall’odio si riceverà sempre e solo odio ed ogni buon proposito, anche se a gestirlo dovesse essere il non plus ultra, si dissolverà inesorabilmente.”

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