Enrico Castellacci: “Un Mondiale, sei mister, due vite”

L'intervista del Corriere Fiorentino all'ex medico della Nazionale, elbano di nascita

Enrico Castellacci

Enrico. Così lo chiamano affettuosamente gli elbani, sia a Portoferraio dove è nato che a Capoliveri, dove oggi fa addirittura l’assessore esterno nella giunta comunale presieduta dal sindaco Walter Montagna.

Lui è Enrico Castellacci, notissimo medico ortopedico anche prima che la gloria gli arrivasse dal fatto di essere stato medico della Nazionale di calcio campione del mondo nel 2006. Personaggio a 360 gradi, anche grazie alla sua carriera che viene oggi descritta e ricordata da una bella intervista pubblicata dal Corriere Fiorentino. Ecco il link

https://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/sport/22_marzo_23/enrico-castellacci-un-mondiale-sei-mister-mie-due-vite-calcio-medicina-71e22e80-aa6e-11ec-a722-a72f4c11b46d.shtml

Ed ecco di seguito il testo dell’intervista.

“Chirurgo ortopedico, primario ospedaliero, docente universitario, ricercatore, esperto in medicina rigenerativa e cellule staminali, ma anche – e forse soprattutto, perlomeno per il grande pubblico e gli appassionati di sport – responsabile medico per 14 anni, dal 2004 al 2018, della Nazionale italiana di calcio. Quasi un’era geologica, in un’epoca “mordi e fuggi”, impreziosita dalla indimenticabile conquista del Mondiale 2006 in Germania nello staff voluto da Marcello Lippi. Tutto questo – e molto altro ancora – è Enrico Castellacci, 71 anni, nativo di Portoferraio all’Isola d’Elba, ma da tempo lucchese di adozione.
Uno stimato professionista, con oltre 300 pubblicazioni scientifiche alle spalle, ma la prima immagine di lei che tutti ricordiamo è quella sul prato di Berlino accanto a Lippi e in mezzo ai giocatori, abbracciato alla Coppa del Mondo, il 9 luglio di quasi 16 anni fa. Cosa le resta oggi di quella esperienza?

«Il mondo del calcio ti porta a instaurare rapporti molto stretti con le persone con cui vivi e lavori ogni giorno. Crea tantissime emozioni ed è forse questa la principale ragione che lo rende lo sport più amato. Il Mondiale in Germania è stato l’apice della mia carriera, non solo dal punto di vista dei risultati, ma anche di quello delle sensazioni interiori. Vincere un torneo del genere è una fortuna che capita a pochi e quasi sempre, anche per loro, una volta al massimo nella vita. Ripensarci ancora adesso mi dà i brividi. Poi negli anni successivi sono arrivate anche delusioni ed eliminazioni cocenti, ma quanto successo in Germania è incancellabile. Auguro a Roberto Mancini e ai suoi ragazzi di provare quell’esperienza unica: hanno già fatto qualcosa di straordinario vincendo l’Europeo dello scorso anno. Ma il Mondiale è un’altra cosa».
Proprio in questi giorni gli Azzurri si giocano la qualificazione a Qatar 2022: come vede questi play off?
«Gli spareggi, come purtroppo sappiamo bene (nel 2017 l’Italia fu eliminata dalla Svezia mancando la qualificazione a Russia 2018, ndr), sono sempre preceduti e accompagnati da grandi punti interrogativi. Se andiamo ad analizzare in modo lucido l’aspetto tecnico, però, siamo una ottima squadra: vediamo e incrociamo le dita. Col Portogallo, se così sarà, possiamo e dobbiamo vincere. Sono sereno: sicuro no, ma sereno sì».
Nei 14 anni trascorsi come responsabile medico della Nazionale lei ha lavorato con ben 6 diversi commissari tecnici: ce li descrive in “pillole”?
«Marcello Lippi, il numero 1 in assoluto, bellissimo vederlo allenare, un maestro. Le motivazioni che riusciva a dare erano uniche. Ancora oggi è un amico fraterno. Roberto Donadoni, molto più schivo e riservato: una persona tranquilla e un gran signore. Cesare Prandelli, anche lui un caro amico, un galantuomo che in campo sapeva però trasmettere carattere. Il suo secondo posto all’Europeo 2012 non è mai stato valorizzato abbastanza. Antonio Conte, lo conosciamo tutti: un professionista incredibile, che sa sempre ottenere il 110 per cento dai suoi giocatori. Ricordo le sue lacrime di commozione quando decise di lasciare e andare al Chelsea. Giampiero Ventura, una persona per bene che è stato massacrato dall’opinione pubblica, ma che nel girone di qualificazione non aveva fatto male, perdendo una sola partita e contro una grande squadra come la Spagna. Mi dispiace tanto per il trattamento che ha dovuto subire. Infine Gigi Di Biagio, bravissimo ragazzo e molto preparato: con le sue due partite ho chiuso con la Nazionale, con un pareggio a Wembley nel 2018 che ha poi aperto, si pensi a volte ai casi della vita, un ciclo culminato nella vittoria degli Europei, proprio a Wembley».
Facciamo un passo indietro: come e quando inizia la sua avventura nel mondo del calcio?
«Bisogna tornare al 1989, oltre 30 anni fa: ero vice primario di ortopedia all’ospedale di Lucca, quando fui chiamato dalla Lucchese del presidente Egiziano Maestrelli, con Pino Vitale direttore sportivo e Corrado Orrico allenatore. Una squadra che all’epoca era un modello, per l’organizzazione societaria e il gioco espresso in campo. Con loro ho vissuto 9 anni bellissimi, con la promozione in Serie B e poi tanti campionati esaltanti che mi hanno permesso di conoscere Marcello Lippi e lavorare con grandi allenatori come Eugenio Fascetti, Bruno Bolchi e altri ancora. Poi il passaggio all’Empoli, voluto da Vitale che nel frattempo aveva cambiato società: un’esperienza che mi ha consentito di arrivare in Serie A prima della chiamata della Nazionale».
Dalla Serie C al Mondiale, fino all’avventura in Cina: si può dire che ne abbia viste di tutti i colori?
«Esatto. Credo accada raramente di vivere così tante esperienze, al tempo stesso esaltanti e completamente diverse fra loro. Ho girato quasi tutti i Paesi del mondo, ho vinto campionati e coppe cinesi e la Champions League asiatica. Sì, ne ho viste di tutti i colori (ride, ndr)».
E poi c’è il Castellacci meno “nazional popolare”: chirurgo, primario, docente e ricercatore. Come ha fatto a coniugare tutto questo?
«Di sicuro non è stato semplice dividersi fra così tanti impegni, così importanti e al tempo stesso diversificati. Quando andai via dalla Lucchese avevo deciso di accettare solo proposte di squadre toscane, proprio per far convivere l’attività calcistica con quella ospedaliera e universitaria. Ecco perché poi scelsi Empoli. Nel tempo poi gli spazi si sono dilatati, ma sia pure con fatica credo di esser riuscito a far quadrare le cose in questi 30 anni. Quando ero un giovane assistente universitario, fui mandato per un certo periodo a Lione a lavorare nell’equipe di un luminare dell’epoca nonché medico della Nazionale di calcio francese. Lo guardavo quasi estasiato quando operava: chi l’avrebbe mai pensato che un giorno mi sarei ritrovato a vivere esperienze simili».
Veniamo ai giorni nostri: come vive la guerra in atto in Ucraina?
«Parlo da essere umano e non da medico o uomo di sport, perché questa è una tragedia di fronte alla quale siamo tutti uguali. Sembra impossibile, con il bagaglio di esperienza, progresso e conoscenza che l’uomo ha maturato nel corso dei secoli che nella nostra epoca si possa anche solo pensare ancora a un conflitto bellico. Eppure, eccoci qua. Le scene di distruzione e morte che ogni giorno ci arrivano dall’Ucraina, a così breve distanza da noi, e che coinvolgono bambini, donne, ragazzi giovani e persone anziane, sono inconcepibili e inaccettabili. E provocano un dolore senza fine».

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