Sabato prossimo 25 luglio si terrà a Marciana Marina un incontro storicamente e culturalmente rilevante, in occasione della ventiduesima edizione del Premio letterario La Tore Isola d’Elba. Stefano Zurlo, giornalista di primissimo livello e vincitore del riconoscimento, si confronterà con Antonio Di Pietro in piazza della Chiesa dalle 21.45. Si parlerà di giustizia e di attualità, dall’esito del referendum sulla riforma della Giustizia al caso Garlasco, ma soprattutto i due protagonisti della serata si confronteranno sulla stagione di Mani Pulite. Le indagini dette di ‘mani pulite’ o ‘tangetopoli’ furono guidate dalla Procura della Repubblica di Milano. Per gestire la mole di lavoro venne creato il celebre ‘Pool’, coordinato dal procuratore capo Francesco Saverio Borrelli. I magistrati più noti del team erano Antonio Di Pietro (il pm che avviò le indagini in prima persona) Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo, Gerardo D’Ambrosio. Il 17 febbraio 1992 scattò la ‘trappola’ tesa da Antonio Di Pietro. Mario Chiesa, esponente del Partito Socialista Italiano (PSI) e presidente del Pio Albergo Trivulzio (una storica casa di cura milanese), venne colto in flagrante. Riceveva una tangente di sette milioni di lire da Luca Magni, un piccolo imprenditore stanco di pagare per ottenere l’appalto dei servizi di pulizia. Il leader del PSI, Bettino Craxi, tentò di minimizzare definendo pubblicamente Chiesa un ‘mariuolo isolato’ che gettava un’ombra sul partito. Tuttavia, sentendosi scaricato e messo alle strette dalle prove raccolte (tra cui i conti segreti scoperti in Svizzera grazie alle rivelazioni dell’ex moglie Laura Sala), Chiesa decise di confessare. Spiegò che il suo non era affatto un caso isolato, ma una prassi consolidata: la tangente era una vera e propria tassa fissa richiesta per qualunque appalto pubblico. La confessione di Chiesa provocò una reazione a catena e gli arresti dei primi manager e politici locali milanesi portarono a nuove confessioni. Il meccanismo emerso era sistematico ed esteso a livello nazionale: le grandi aziende e imprese private si spartivano i lavori pubblici creando dei veri e propri cartelli. Per ottenere l’appalto, l’azienda vincitrice pagava ai cassieri dei partiti una percentuale fissa sull’importo totale dei lavori. I costi delle tangenti venivano occultati gonfiando i bilanci dei progetti e aumentando a dismisura la spesa pubblica dello Stato, traducendosi in tasse più alte e opere inefficienti. I proventi finivano sia nelle casse centrali delle forze politiche per finanziare le costose campagne elettorali, sia nei conti privati dei singoli esponenti politici per il proprio arricchimento personale. Nel corso del 1993, l’inchiesta raggiunse il cuore del potere politico nazionale. Vennero emessi centinaia di avvisi di garanzia. Il culmine giudiziario fu il Processo Enimont, definito dall’opinione pubblica ‘il processo della Prima Repubblica’. L’indagine svelò il pagamento di una maxi-tangente da 150 miliardi di lire legata alla joint venture chimica tra il gruppo pubblico Eni e il gruppo privato Montedison. Davanti alle telecamere della Rai guidate dalle domande serrate di Antonio Di Pietro, silarono i leader dei più importanti partiti italiani (tra cui DC, PSI, PRI), mostrando un intero sistema politico sottomesso al potere finanziario. Il 3 luglio 1993, Bettino Craxi pronunciò un drammatico discorso alla Camera dei Deputati in cui ammise apertamente il finanziamento illecito, sfidando chiunque nell’aula a dichiarare sotto giuramento di non aver mai fatto ricorso a quelle risorse. Nessuno rispose. Il Paese appoggiò inizialmente l’inchiesta con enorme entusiasmo popolare. I magistrati del pool di Milano divennero eroi nazionali, con scritte sui muri che inneggiavano a Di Pietro e cittadini che applaudivano fuori dal Palazzo di Giustizia. L’inchiesta fu però segnata anche da momenti estremamente drammatici: circa 40 indagati si tolsero la vita a causa della vergogna e della pressione mediatica. Tra i casi più clamorosi ci furono quelli di Gabriele Cagliari (ex presidente dell’Eni, suicidatosi in carcere) e di Raul Gardini, imprenditore a capo del gruppo Ferruzzi-Montedison, trovato morto nella sua abitazione poco prima del suo imminente arresto. A partire dal 1994, il clima attorno al pool cominciò a mutare a causa di forti scontri istituzionali. Il potere politico provò a limitare la custodia cautelare in carcere per i reati di corruzione (come il “decreto Biondi” del primo governo Berlusconi), scatenando la dura reazione dei magistrati in diretta TV e la protesta popolare. Nel dicembre 1994, clamorosamente, Antonio Di Pietro si dimise dalla magistratura, denunciando un clima di delegittimazione e ispezioni ministeriali volte a colpire il pool. Mani Pulite significò oltre 4.000 persone indagate in tutta Italia. Circa 1.200 o 1.300 condanne o patteggiamenti definitivi. Più di 400 parlamentari colpiti da richieste di autorizzaone a procedere. In definitiva l’inchiesta polverizzò i partiti storici che avevano governato l’Italia dal secondo dopoguerra: la Democrazia Cristiana (DC) e il Partito Socialista Italiano (PSI) scomparvero. Bettino Craxi, condannato in via definitiva, fuggì ad Hammamet in Tunisia, dove morì nel 2000. Questo vuoto di potere decretò la fine della Prima Repubblica e aprì la strada alla cosiddetta Seconda Repubblica, caratterizzata dalla ‘discesa in campo’ di Silvio Berlusconi nel 1994 e da una profonda ristrutturazione dello scenario politico italiano. Stefano Zurlo ha vissuto ‘Mani pulite’ in prima linea, prima come autore dello ‘scoop’ originario per il settimanale L’Europeo e, dal 1994, come firma e inviato di cronaca giudiziaria per il Giornale. La sua copertura giornalistica si è distinta per un’evoluzione netta: dall’entusiasmo iniziale per la scoperta della corruzione a una dura e documentata critica costruttiva contro lo strapotere e i metodi del Pool di Milano. Nel 1992, lavorando per L’Europeo, Zurlo fu tra i primissimi giornalisti a intuire la portata del fenomeno. Fu proprio lui a firmare l’inchiesta giornalistica sulla gestione della ‘Baggina’ (il Pio Albergo Trivulzio di Milano guidato da Mario Chiesa), che fece da sponda mediatica all’arresto iniziale di Di Pietro e aprì ufficialmente le porte del mondo di Tangentopoli al grande pubblico. Nel 1994 Zurlo passò a il Giornale, proprio nell’anno della discesa in campo di Silvio Berlusconi. Da quel momento, il suo racconto si inserì in modo organico nella linea editoriale della testata, fortemente critica verso l’uso della custodia cautelare e la politicizzazione della magistratura. Zurlo iniziò a seguire i processi non più solo come megafono delle procure, ma analizzando i meccanismi interni al Pool e denunciando quello che riteneva un corto circuito democratico guidato dalle toghe. Nel corso degli anni, Zurlo ha contestato apertamente la gestione della giustizia durante Mani pulite, focalizzandosi su alcuni aspetti centrali ossia ha criticato l’uso sistematico della custodia cautelare in carcere, sostenendo che la prigione venisse usata dai magistrati per spingere gli indagati a confessare o a fare i nomi di altri politici. Pur riconoscendo la corruzione della Prima Repubblica, Zurlo ha evidenziato come l’inchiesta avesse finito per colpire in modo chirurgico e devastante l’area di centro-destra, il PSI e la DC, lasciando sostanzialmente indenne l’allora Partito Democratico della Sinistra (PDS). Ha contestato il rapporto troppo stretto tra procure e mass media, che trasformava i sospettati in colpevoli prima ancora dello svolgimento dei processi e delle sentenze definitive. L’esperienza sul campo di Mani pulite ha segnato l’intera successiva carriera saggistica di Zurlo, focalizzata sulla denuncia delle storture della magistratura italiana. Nei suoi libri più celebri ha analizzato l’eredità di quella stagione: in ’Il libro nero della magistratura’ (2020) e ‘Il nuovo libro nero della magistratura’ (2024), ha tradotto in linguaggio accessibile le sentenze della sezione disciplinare del CSM, svelando abusi e arroganze nate dall’impunità di molti giudici dopo l’era di Tangentopoli. In ’Il libro nero delle ingiuste detenzioni’ (2021) e ‘Senza giustizia’ (2026) tutti editi da Baldini Castoldi, ha raccolto i dati sulle migliaia di italiani finiti in galera da innocenti a causa di indagini errate, un fenomeno strutturale le cui radici, secondo l’autore, risalgono proprio alla totale assenza di responsabilità civile introdotta dalla cultura giustizialista dei primi anni ’90. Zurlo ha continuato a sostenere che la vera eredità di Mani pulite non sia stata la fine della corruzione, bensì il balzo di carriera politico-istituzionale ottenuto da molti dei magistrati del Pool di Milano, a scapito dell’equilibrio tra i poteri dello Stato. Ripercorriamo invece insieme alcune tappe fondamentali della carriera di Di Pietro. Nel febbraio del 1992 coordina l’arresto di Mario Chiesa, dando ufficialmente inizio all’inchiesta Mani Pulite. Insieme ai colleghi del pool investigativo (tra cui Borrelli, Colombo e Camassa), svela il sistema di corruzione sistemica della Prima Repubblica noto come Tangentopoli. Nel dicembre 1994, al culmine della popolarità mediatica, si dimette improvvisamente dalla magistratura per potersi difendere da una serie di inchieste e dossieraggi avviati contro di lui, dai quali uscirà successivamente prosciolto da ogni accusa. Nel 1996 entra ufficialmente in politica e viene nominato ministro nel primo Governo Prodi. Si dimette pochi mesi dopo a causa del riemergere di alcune inchieste giudiziarie a suo carico, che si riveleranno infondate. Nel 1997 vince le elezioni suppletive nel collegio del Mugello, entrando in Parlamento come senatore. Nel 1998 fonda il suo movimento politico personale, l’Italia dei Valori, incentrato sulla legalità e sul contrasto alla corruzione. Con questo partito viene eletto sia al Parlamento Europeo che alla Camera dei Deputati. Dal 2006 al 2008 torna al governo come Ministro delle infrastrutture nel secondo esecutivo guidato da Romano Prodi. Dopo il forte ridimensionamento politico dell’Italia dei Valori alle elezioni del 2013, Di Pietro lascia tutti gli incarichi di partito nel 2014. Da allora si è ritirato a vita privata nella sua terra natale in Molise. A Di Pietro sarà consegnato dalle mani dell’autrice Francesca Groppelli il ‘Riconoscimento speciale alla carriera Luigi Catta’ che è una bellissima opera d’arte intitolata ‘Le mani della giustizia’(2026), mentre il maestro Lorenzo D’Andrea ha realizzato il premio 2026, ossia un ritratto di Stefano Zurlo che gli consegnerà personalmente. Il Premio letterario La Tore 2026 è promosso da Franco e Lucia Semeraro e dall’Hotel Gabbiano Azzurro. Partecipa all’evento la Libreria ‘Libri in Piazza’ di Marciana Marina. Acqua dell’Elba, nella persona dell’amico Architetto Fabio Murzi, acquisterà l’opera premio per il vincitore, mentre il dott. Marcello Bruschetti, patron di Evo Enoglam, lo omaggerà coi suoi preziosi distillati. Condurrà la serata il prof. Angelo Filippo Rampini dell’Università di Brescia. Il premio vede il Patrocinio del Comune di Marciana Marina e la partecipazione della Pro Loco marinese.
*Jacopo Bononi- presidente del Premio letterario la Tore isola d’Elba




