‘Beh credo che di ‘dipietrini’ ce ne siano stati tanti in questi anni. È meglio il dato certo su cui indagare, piuttosto che un teorema da dimostrare poi. Nella mia mani pulite i fatti erano veri e riguardavano anche Berlusconi, pace all’anima sua. Mi si potrà accusare di come io li abbia accertati, ma io sono convinto di aver fatto il mio dovere, anche se c’è chi dice che io abbia usato le manette’. Così Antonio Di Pietro in una recente intervista al Foglio. Poi continua: ‘Ho sostenuto la separazione delle carriere, ma non di certo perchè la voleva Berlusconi. Quella riforma era e resta necessaria’. (…) credo che la sconfitta del referendum sia stata provocata proprio dal fatto che la politica, a cominciare da Antonio Tajani, abbia trasformato la riforma in una rivincita di Berlusconi. In realtà quella riforma era già nel mio programma dell’Ulivo’. Di Pietro ha espresso più volte la sua distanza sia dalla destra sia dalla sinistra radicale. Ha dichiarato di non voler ‘criminalizzare a priori la destra’, pur non condividendone molte posizioni. Nonostante la sua identità di centro, durante la sua carriera parlamentare ha guidato l’Italia dei Valori principalmente all’interno di coalizioni di centro-sinistra, diventando un alleato chiave dei governi guidati da Romano Prodi (con cui ha servito come Ministro) e partecipando a intese programmatiche con il Partito Democratico. I pilastri della sua proposta politica sono sempre stati la legalità, il contrasto alla corruzione e la difesa della Costituzione italiana. Di Pietro ha assunto posizioni slegate dai blocchi di partito. Si è schierato a favore del ‘Sì’ al referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati, una riforma storicamente sostenuta dal centro-destra, ma che l’ex pm ha difeso nel merito ritenendo che dia maggiore trasparenza ai cittadini e forza all’autonomia dei pubblici ministeri. Il rapporto tra Silvio Berlusconi e Antonio Di Pietro rappresenta uno degli scontri politici, giudiziari e personali più profondi e duraturi della storia della Repubblica Italiana, fondato sulla contrapposizione radicale tra il concetto di giustizia e il potere politico. Lo sviluppo di questo legame conflittuale si articola in alcune fasi principali: dalla proposta di alleanza a Mani Pulite (1994). All’inizio della sua discesa in campo nel 1994, Berlusconi propose ad Antonio Di Pietro (allora magistrato simbolo del pool Mani Pulite) e a Piercamillo Davigo di entrare nel suo primo governo come Ministri, in particolare per il Viminale. Di Pietro rifiutò per mantenere la sua indipendenza. Pochi mesi dopo, l’inchiesta giudiziaria del pool arrivò a toccare direttamente il gruppo Fininvest e la galassia societaria di Berlusconi, trasformando i due protagonisti in avversari irriducibili. Fondato il partito Italia dei Valori (IdV), Di Pietro divenne il volto dell’opposizione parlamentare più dura e intransigente contro il Cavaliere, attaccandolo duramente in aula per i suoi processi e per le leggi definite ‘ad personam’. Nel 2010, Di Pietro accusò duramente Berlusconi di aver ‘comprato’ il voto di due parlamentari del suo partito (Domenico Scilipoti e Antonio Razzi) per salvare il governo di centro-destra dalla sfiducia. Berlusconi attaccò ripetutamente l’ex pm, arrivando ad affermare pubblicamente che Di Pietro avesse una ‘falsa laurea’ ottenuta grazie ai servizi segreti. Questa affermazione costò a Berlusconi una condanna civile per diffamazione e un risarcimento di circa 95.000 euro a favore di Di Pietro. Con il progressivo allontanamento di entrambi dalla prima linea politica, i toni si sono ammorbiditi. Nel 2017, Di Pietro tese pubblicamente la mano a Berlusconi dichiarando: ‘Basta rancori, io ho fatto solo il mio dovere, stringiamoci la mano’. Nelle sue dichiarazioni successive e nei bilanci storici, Di Pietro ha assunto una posizione netta sulle vicende giudiziarie del leader di Forza Italia ossia ha preso le distanze da molte inchieste successive condotte contro Berlusconi da altri magistrati, sostenendo che si sia cercato di colpire il personaggio e dimostrare teoremi indimostrabili piuttosto che concentrarsi su fatti certi. Infine ha escluso categoricamente l’ipotesi che Berlusconi fosse coinvolto come mandante delle stragi mafiose del 1992-1993, affermando che la magistratura lo ha talvolta trasformato in una vittima. I rapporti tra Stefano Zurlo vincitore del premio 2026 e Antonio Di Pietro ospite d’Onore del premio stesso si sviluppano esclusivamente sul piano professionale e durano da oltre trent’anni, rappresentando una delle relazioni dialettiche più interessanti tra stampa e magistratura in Italia. Pur partendo da posizioni ideologiche e ruoli contrapposti, il loro legame è caratterizzato da un forte rispetto reciproco, onestà intellettuale e continui confronti pubblici. Il loro rapporto si articola su tre aspetti principali ossia il ruolo di osservatore critico di Mani Pulite. Stefano Zurlo ha vissuto in prima linea la cronaca giudiziaria di Tangentopoli. Scrivendo per ‘Il Giornale’ (testata storicamente vicina a Silvio Berlusconi e di sua proprietà), Zurlo è diventato una delle voci più critiche verso gli eccessi del pool di Milano e le storture del sistema giudiziario italiano. Uno dei punti storici di frizione professionale risale a un celebre confronto televisivo, in cui Zurlo contestò apertamente a Di Pietro che l’inchiesta Mani Pulite ‘si incartò sulla soglia di Botteghe Oscure’, facendo riferimento al miliardo di lire che sarebbe dovuto arrivare alla sede del Partito Comunista Italiano (Pci) e che la magistratura non riuscì mai ad attribuire pienamente ai vertici del partito che recentemente Sama ha confrmato di aver consegnato al PCI per conto di Raoul Gardini. Nonostante Zurlo abbia spesso denunciato nei suoi saggi (come i suoi libri neri sulla magistratura) gli errori dei magistrati, Di Pietro ha sempre riconosciuto al giornalista un rigore e un’onestà nel racconto che escludono il pregiudizio o la falsificazione. Per Di Pietro, il lavoro di Zurlo dimostra la possibilità di mantenere una linea editoriale e un’opinione ben precisa, ma sempre nel rispetto delle persone. Negli ultimi anni, i due si sono ritrovati frequentemente sullo stesso palco o all’interno di trasmissioni televisive per tracciare bilanci storici sulla giustizia. Zurlo ha intervistato e moderato incontri con Di Pietro in diverse rassegne culturali incentrate sui trent’anni di Mani Pulite. Questo legame dialettico continua a concretizzarsi in eventi pubblici di primo piano, come i dibattiti sul palco degli ‘Incontri di Villa Mussio’ o i confronti letterari organizzati in occasione del nostro premio, dove la formula della ‘sfida diplomatica e stringente’ tra il giornalista d’inchiesta e l’ex magistrato rimane un punto di riferimento per l’analisi della storia recente del Paese. Ma ripercorriamo alcune tappe fondamentali della carriera di Di Pietro. Nel febbraio del 1992 coordina l’arresto di Mario Chiesa, dando ufficialmente inizio all’inchiesta Mani Pulite. Insieme ai colleghi del pool investigativo (tra cui Borrelli, Colombo e Camassa), svela il sistema di corruzione sistemica della Prima Repubblica noto come Tangentopoli. Nel dicembre 1994, al culmine della popolarità mediatica, si dimette improvvisamente dalla magistratura per potersi difendere da una serie di inchieste e dossieraggi avviati contro di lui, dai quali uscirà successivamente prosciolto da ogni accusa. Nel 1996 entra ufficialmente in politica e viene nominato ministro nel primo Governo Prodi. Si dimette pochi mesi dopo a causa del riemergere di alcune inchieste giudiziarie a suo carico, che si riveleranno infondate. Nel 1997 vince le elezioni suppletive nel collegio del Mugello, entrando in Parlamento come senatore. Nel 1998 fonda il suo movimento politico personale, l’Italia dei Valori, incentrato sulla legalità e sul contrasto alla corruzione. Con questo partito viene eletto sia al Parlamento Europeo che alla Camera dei Deputati. Dal 2006 al 2008 torna al governo come Ministro delle infrastrutture nel secondo esecutivo guidato da Romano Prodi. Dopo il forte ridimensionamento politico dell’Italia dei Valori alle elezioni del 2013, Di Pietro lascia tutti gli incarichi di partito nel 2014. Da allora si è ritirato a vita privata nella sua terra natale in Molise, dove si dedica principalmente alla gestione dell’azienda agricola di famiglia e all’attività di avvocato, intervenendo saltuariamente nel dibattito pubblico sui temi legati alla riforma della giustizia. Il suo intervento durante il dibattito pre referendum ha aperto molte polemiche dalle quali egli si è sempre difeso nel merito. La sua partecipazione al dibattito referendario lo ha visto protagonista diverse volte in tempi recenti e la sua reazione alle vicende referendarie varia significativamente a seconda della consultazione a cui si fa riferimento, poiché la sua carriera politica lo ha visto sia nel ruolo di vincitore e promotore (come nel 2011) sia in quello di sostenitore di riforme rimaste sconfitte come quella di poche settimane orsono. A Di Pietro sarà consegnato dalle mani dell’autrice Francesca Groppelli il ‘Riconoscimento speciale alla carriera Luigi Catta’ che è una bellissima opera d’arte intitolata ‘Le mani della giustizia’(2026), mentre il maestro Lorenzo D’Andrea ha realizzato il premio 2026 ossia un ritratto di Stefano Zurlo. Il Premio letterario La Tore 2026 è promosso da Franco e Lucia Semeraro e dall’Hotel Gabbiano Azzurro. Partecipa all’evento la Libreria ‘Libri in Piazza’ di Marciana Marina. Acqua dell’Elba, nella persona dell’amico Architetto Fabio Murzi, acquisterà l’opera premio per il vincitore, mentre il dott. Marcello Bruschetti, patron di Evo Enoglam, lo omaggerà coi suoi preziosi distillati. Condurrà la serata il prof. Angelo Filippo Rampini dell’Università di Brescia. Il premio vede il Patrocinio del Comune di Marciana Marina e la partecipazione della Pro Loco marinese.
*Jacopo Bononi- presidente del Premio letterario la Tore isola d’Elba

