Roberto Saviano: Garlasco vs Gomorra?

di Jacopo Bononi- presidente del Premio letterario la Tore isola d’Elba

Dal presidente del Premio letterario la Tore isola d’Elba Jacopo Bononi riceviamo e pubblichiamo:

C’è qualcosa di profondamente osceno nel modo in cui un Paese intero, di nuovo, si è seduto a tavola davanti a Garlasco con tovagliolo e forchetta. Una ragazza è morta quasi vent’anni fa e oggi abbiamo deciso che quella morte debba essere una serie da rilanciare per la seconda stagione. Audio rubati di un indagato mandati in onda a colazione, appunti privati letti come nelle serie sugli adolescenti trasmesse da Netflix, plastici, ricostruzioni in 3D, criminologi improvvisati, influencer da milioni di view che spiegano i tre indizi che nessuno ha notato (…). Così Roberto Saviano entra nel merito della vicenda Garlasco e ci entra a modo suo, a gamba tesa. Nell’articolo pubblicato su La Repubblica, Roberto Saviano definisce la narrazione televisiva del caso Garlasco una ‘fiction oscena’, criticando la trasformazione della cronaca nera in intrattenimento spettacolarizzato e morbosità. L’autore accusa il sistema mediatico di utilizzare il delitto come distrazione di massa, riducendo la tragedia a un ‘brand’ del male e fomentando un tifo giudiziario che sostituisce la ricerca della verità. Poi aggiunge: (…) Non è inchiesta, è consumo, vita ridotta a content. La tassa etica dovrebbero pagarla coloro che fanno true crime, non il porno. Mentre Garlasco riempie ore di palinsesto, a Crotone è in corso il processo per la strage di Cutro: 94 morti, tra cui 35 minori. Rumore mediatico nazionale: zero. Questa non è giustizia raccontata. È giustizia divorata. Chiamatelo per quello che è: distrazione di massa. Pura monnezza. Saviano è un grande autore che nel 2006 viene scoperto dal nostro carissimo amico, scrittore ed editor, responsabile della Giunti Editore: Antonio Franchini, membro autorevole del Comitato d’Onore del nostro premio. Il libro fu un grande successo editoriale che portò alla realizzazione di una serie televisiva di grande successo, ossia Gomorra. La serie oltre all’omonimo film. A differenza di prodotti come ‘La Piovra’, in ‘Gomorra. La serie’ mancano figure istituzionali eroiche. Il racconto avviene interamente dal punto di vista dei malvagi. La serie mescola un realismo brutale (uso di location reali e dialetto stretto) con una regia epica che, secondo alcuni critici, rischia di rendere i criminali degli ‘antieroi’ ammirati dai giovani. Magistrati come Nicola Gratteri hanno criticato la serie sostenendo che possa creare modelli negativi per i più giovani, i quali inizierebbero a imitare atteggiamenti e linguaggi dei boss. Saviano e i creatori hanno sempre respinto l’accusa di voler ‘celebrare’ il male e hanno da sempre sostenuto che la narrazione sia tratta fedelmente dalla realtà e che dare la colpa al racconto sia un ‘atteggiamento omertoso’ per non affrontare le cause sociali del fenomeno. Mostrare la brutalità e l’assenza di redenzione serve, secondo gli autori, a svelare l’orrore senza ipocrisie, lasciando allo spettatore il compito di formulare un giudizio. Quindi appare chiaro come anche l’opera di Saviano parta da indiscutibili fatti di cronaca nera che poi diventano un ‘modus operandi’ diffuso e conclamato, ancora oggi perfettamente incardinato nel tessuto sociale di cui è parte integrante. Il ‘sistema’ descritto da Saviano diventa nel tempo oltre a un film e una serie tv, anche uno spin-off in un film di altrettanto successo. Gomorra per anni è stato il centro dell’attenzione mediatica di un pubblico trasversale e ha influenzato come più volte ricordato e condizionato intere generazioni di giovani, di certo in modo involontario. Ma lo ha fatto. Il lato positivo di tutta la questione è lampante, ossia l’aver messo in luce in modo diretto e realistico un lato oscuro e violento della nostra società contemporanea e di averlo fatto così tanto senza filtri da aver attirato contro l’autore stesso gli strali di molti protagonisti della malavita raccontata, tanto da farlo vivere da anni sotto scorta. Parallelamente, al netto di tutti gli eccessi che sono inevitabili in queste vicende, quale è il lato positivo di tutta la vicenda Garlasco? Innanzitutto la messa in luce di un ‘sistema giustizia’ che è da sempre in un pericoloso equilibrio tra garantismo e necessità di giustizia. Lo abbiamo visto con ‘mani pulite’, per fare un esempio, ossia nei molteplici casi nei quali c’era la necessità di avere giustizia di fronte a lampanti e ripetuti casi di, come le chiamava non a caso Craxi, ‘ irregolarità o illegalità’ anche a costo (e che costo) di eccessi da parte della magistratura, relativamente alla carcerazione preventiva. Una giustizia che, dai fatti emersi a Garlasco, sembra essere stata, e quindi statisticamente potenzialmente essere, un tremendo mix di imperizia e di imprecisione, se non di acclarata negligenza. Oltre ciò va messa in luce la sacrosanta necessità di un moderno sistema democratico di mettere in discussione sé stesso costantemente. In questo caso non è solo il fatto che possa essere concessa la revisione di un processo ‘sbagliato’ come quello che ha portato in galera Stasi, ma anche di farsi passare ai raggi X, come sta facendo l’inchiesta di Brescia, sul possibile caso di corruzione del Pm che archiviò in fretta la posizione di Sempio. Infine il fatto stesso di mettere in luce un caso giudiziario così delicato e noto evitando che rimangano dubbi, come sono rimasti nel caso Yara o nel caso di Erba e in parte anche di quello di Cogne. Molteplici i casi irrisolti che, forse al contrario di quello che pensa Saviano, avrebbero potuto avere un diverso esito, tra depistaggi e incertezze investigative, invece di essere definitivamente o quasi archiviati per sempre. Il Mostro di Firenze (1968-1985) ossia una serie di otto duplici omicidi, avvenuti nelle campagne fiorentine. Nonostante le condanne dei ‘compagni di merende’ per alcuni dei delitti, l’identità del killer materiale e l’esistenza di eventuali mandanti rimangono oggetto di dibattito e nuovi studi. Il Delitto di via Poma (1990) ove Simonetta Cesaroni fu uccisa con ventinove coltellate negli uffici dove lavorava a Roma. Dopo decenni di indagini, processi e sospetti su diversi personaggi (tra cui il fidanzato e il portiere dello stabile), non è mai stata emessa una condanna definitiva. Poi il Caso Wilma Montesi (1953) che vide il ritrovamento del corpo di una giovane aspirante attrice sulla spiaggia di Torvaianica e che scatenò uno scandalo che coinvolse l’alta società e la politica dell’epoca. Inizialmente archiviato come incidente, divenne un caso di omicidio mai risolto. Inoltre la Scomparsa di Mauro De Mauro (1970): il giornalista sparì a Palermo mentre indagava sulla morte di Enrico Mattei. Il suo corpo non è mai stato ritrovato e le indagini non hanno mai individuato i responsabili materiali del sequestro. Infine il delitto della Cattolica (1971), nel quale Simonetta Ferrero fu trovata morta nei bagni dell’Università Cattolica di Milano, uccisa con numerose coltellate. Nonostante i numerosi interrogatori, l’assassino è rimasto ignoto. Cosa dire poi del più inquietante e clamoroso ‘la scomparsa di Emanuela Orlandi’. Il caso resta uno dei più oscuri d’Italia, intrecciando diverse ipotesi. Parliamo del caso della quindicenne cittadina vaticana scomparsa a Roma il 22 giugno 1983. Esso è tornato al centro dell’attenzione giudiziaria e parlamentare con sviluppi significativi tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026. Nel dicembre 2025, la Procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati Laura Casagrande, un’amica ed ex compagna della scuola di musica di Emanuela. L’accusa è di false dichiarazioni al pubblico ministero, dovute a versioni ritenute contraddittorie fornite durante le recenti audizioni riguardo alle ore precedenti la scomparsa. La commissione bicamerale, istituita per far luce sulle sparizioni di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, ha approvato nell’aprile 2026 una relazione che esclude ufficialmente la pista della ‘tratta delle bianche’. Recentemente, nel maggio 2026, è stato ascoltato l’ispettore Giuseppe Catania in merito al pedinamento compiuto all’epoca su Mario Meneguzzi, lo zio di Emanuela. Sono emersi riferimenti a nuovi documenti che suggeriscono legami con la cosiddetta ‘pista di Londra’ e l’ipotesi di un riscatto pagato dalla Santa Sede. Pietro Orlandi ha consegnato alla commissione un dossier contenente cinque fogli che potrebbero rappresentare una svolta investigativa. Le ossa ritrovate nel settembre 2025 durante alcuni lavori al San Camillo di Roma sono state analizzate, ma i risultati hanno confermato che non appartengono a Emanuela Orlandi. Nonostante le tre inchieste attualmente aperte (Vaticano, Procura di Roma e Commissione Parlamentare), il caso resta uno dei più oscuri d’Italia, intrecciando diverse ipotesi ossia quella legata all’attentato a Giovanni Paolo II e alla richiesta di liberazione di Ali Ağca e il presunto coinvolgimento della Banda della Magliana, in particolare della figura di Renatino De Pedis. Tutto ciò con la famiglia Orlandi che continua a denunciare decenni di omertà e depistaggi interni alle mura vaticane. Casi irrisolti non errori giudiziari presunti, ma pur sempre per i quali forse una maggiore ‘luce’ posta su di essi dai media avrebbe potuto aiutare gli investigatori. Tutto questo per dire che, a differenza del ragionamento di Saviano, il rendere pubblico e l’approfondire fatti di cronaca nera e giudiziaria, come quello di Garlasco, contribuisce a rendere migliore il nostro sistema democratico. Al netto di tutti gli eccessi che vanno sempre stigmatizzati, la trasparenza anche mediatica porta solo a una migliore trasparenza fattuale e quindi di conseguenza giudiziaria. Lo stesso potesse essere stato, fino in fondo, anche per le grandi stragi italiane o per la stagione del terrorismo, ove certi fili neri e rossi continuano a celare ombre, seppur nella messa in luce di verità giudiziarie accertate. Allora ben venga il caso Garlasco, come paradigma positivo di una sempre più auspicabile messa in luce della verità, che sia storica o giudiziaria poco importa, ma che sia. Perchè se è vero che la vicenda di cui parliamo è partita da un esposto in più della difesa Stasi, è anche vero che senza tutta questa attenzione mediatica sarebbe stato più facile insabbiare e mistificare, due sport italici amati al pari del pallone e del ciclismo.

Jacopo Bononi- presidente del Premio letterario la Tore isola d’Elba

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