Rushdie e i suoi versetti satanici

di Jacopo Bononi-presidente del Premio letterario La Tore

Tutto ebbe inizio con la pubblicazione del romanzo ‘I versi satanici’ nel 1988. Il libro, ispirato alla vita del profeta Maometto, fu considerato blasfemo da una parte del mondo islamico. Il 14 febbraio 1989, l’Ayatollah Khomeini, guida suprema dell’Iran, emise una fatwa (parere giuridico religioso) che condannava a morte Rushdie per apostasia, offrendo una ricompensa milionaria per la sua esecuzione. Lo scrittore visse per anni sotto scorta nel Regno Unito, cambiando continuamente residenza per sfuggire ai sicari. Sebbene Rushdie avesse ripreso una vita pubblica più normale negli ultimi anni, il governo iraniano non ha mai revocato formalmente la condanna. L’attentato del 12 agosto 2022 fu uno degli ultimi accadimenti importanti. Nonostante il tempo trascorso, la minaccia si è concretizzata a Chautauqua, New York, durante una conferenza letteraria. Hadi Matar, un giovane americano di origini libanesi, ha accoltellato Rushdie circa dieci volte sul palco. Dalle indagini sono emerse sue simpatie per il regime degli Ayatollah e i Guardiani della Rivoluzione iraniana. Rushdie è sopravvissuto ma ha riportato danni permanenti, tra cui la perdita della vista da un occhio e della mobilità di una mano. Mentre il governo iraniano ha negato un coinvolgimento diretto, la stampa di regime e diversi esponenti radicali hanno celebrato l’attacco come un atto ‘eroico’. Nel maggio 2025, Hadi Matar è stato condannato a 25 anni di carcere, la pena massima prevista per il tentato omicidio, con la possibilità di ulteriori condanne per terrorismo. I versi satanici (‘The Satanic Verses’) è il quarto romanzo di Salman Rushdie. È un’opera densa, scritta nello stile del realismo magico, che esplora temi complessi come l’immigrazione, l’identità, la fede e il dubbio. Ecco i punti chiave per capire perché ha suscitato tanto scalpore. Il libro inizia con un atto terroristico: un aereo di linea esplode sopra la Manica. Due attori indiani, Gibreel Farishta e Saladin Chamcha, sopravvivono miracolosamente cadendo dal cielo. Durante la caduta subiscono una trasformazione metafisica: Gibreel acquisisce un’aureola e assume le sembianze dell’arcangelo Gabriele. Saladin sviluppa corna e zoccoli, diventando una figura simile a un demone. La storia segue le loro vite a Londra, intrecciandole con una serie di sogni visionari di Gibreel che ripercorrono momenti della storia dell’Islam. Il titolo si riferisce a una leggenda musulmana (non accettata da tutti gli studiosi) secondo cui il profeta Maometto avrebbe inizialmente aggiunto alcuni versi al Corano che ammettevano l’esistenza di tre divinità pagane, per poi ritrattarli affermando che erano stati dettati da Satana sotto mentite spoglie. Nel libro, Rushdie chiama il profeta ‘Mahound’ (un termine dispregiativo medievale usato dai crociati) e ritrae la nascita dell’Islam in modo satirico e umano, mettendone in dubbio l’origine divina. Immagina una scena in cui dodici prostitute assumono i nomi delle mogli del profeta. Al di là della controversia religiosa, il romanzo è considerato un capolavoro della letteratura post-coloniale. Analizza lo shock culturale di chi si sposta dall’ Oriente all’Occidente, la sensazione di essere ‘divisi a metà’ e come le persone debbano reinventarsi in una terra straniera. Prima ancora della fatwa, il libro causò rivolte in India e Pakistan (dove fu bandito). Dopo la condanna a morte di Khomeini il traduttore giapponese del libro, Hitoshi Igarashi, fu ucciso e il traduttore italiano, Ettore Capriolo, fu gravemente ferito in un attentato a Milano nel 1991. Infine l’editore norvegese fu vittima di un tentato omicidio. Il legame tra Salman Rushdie e l’Iran odierno risiede nel fatto che la minaccia contro lo scrittore e la repressione delle proteste interne sono due facce della stessa medaglia: la lotta del regime teocratico per la propria sopravvivenza attraverso il controllo del pensiero e del corpo. Rushdie è diventato un simbolo globale della resistenza contro lo stesso regime che le piazze iraniane sfidano oggi. Dopo l’attentato del 2022, Rushdie ha espresso pubblicamente la sua solidarietà alle donne iraniane che protestano contro l’obbligo del velo e la violenza della ‘polizia morale’. Ha descritto la loro lotta come eroica e fondamentale per la libertà universale. Come evidenziato in recenti riflessioni dello scrittore, per il regime iraniano la cultura e il dubbio sono minacce tanto pericolose quanto le proteste di piazza. La fatwa del 1989 e le violenze contro i manifestanti servono allo stesso scopo: mettere a tacere qualsiasi voce che non si allinei alla verità ufficiale. Mentre Rushdie combatteva per la vita dopo l’attentato, l’Iran veniva scosso dalle più grandi proteste dalla rivoluzione del 1979. Il regime ha risposto con una violenza senza precedenti, causando migliaia di morti e procedendo con esecuzioni capitali per intimidire i manifestanti. Allora cosa può, di fronte a queste indecenti posizioni politiche e culturali, ancora impedirci di condannare senza sì e senza ma regimi dittatoriali come quello iraniano? Cosa ci può impedire di essere perentori, come la storia e l’attualità impongono? Cosa ci può far pensare che non ci sia un fondo di tragica verità, quando la gravità dei fatti di queste ore debbono farci pensare che l’alternativa sarebbe un mondo minacciato da scriteriati fanatici che con l’arma atomica in mano potrebbero, loro sì, pregiudicare per sempre il nostro futuro? Non certo altri che la posseggono, come la Corea del Nord, che possono spaventarci in ugual misura, anche perché meno radicalizzati e molto più sotto l’influenza di Stati non certo molto democratici, come Cina e Russia, ma che almeno nella loro intrinseca laicità possono trovare un freno. Ce lo impedisce quell’ignavia che, dopo settanta anni di pace garantita da quella alleanza atlantica oggi messa sotto accusa da ogni telegiornale, da ogni commentatore e da ogni apparente imparziale giudizio storico e politico blaterato ai quattro venti, ormai attanaglia le nostre coscienze e che ci rende così simili a come ci aveva descritto meglio di altri, dall’alto del suo nichilismo, ‘galleggianti’ in una società contemporanea basata sullo spritz a tutti i costi e sulle azioni altalenanti da sorvegliare: ho sentito urla di furore di generazioni senza più passato, di neo-primitivi, rozzi cibernetici signori degli anelli orgoglio dei manicomi (…) stiamo diventando come degli insetti, simili agli insetti. (Manlio Sgalambro). Una cecità senza limiti, se non quelli dell’ottusità di chi non comprende che è finita la nostra vita di ‘protetti dalla Storia’, che siamo in una fase storica diversa e che se non vogliamo trovarci in mezzo al mare del nulla e della disperazione dobbiamo opporci, con la forza e con la giusta violenza se necessaria, a chi minaccia nel profondo la nostra libertà. Di queste ore è la notizia che gli hezbollah libanesi stanno facendo fare dei video a giovani kamikaze (quasi bambini) perché una volta fattisi esplodere i loro video da ‘influencer della morte’ potranno avere una rapida diffusione sul web. Ma allora non ci saranno Soldi e Ferrari ad attenderli, come la nostra pseudo cultura giovanile trap e rap vuole imporci e forse nemmeno le quaranta vergini promesse. Solo morte e disperazione per chi resta, vivo. In tempi diversi, ma poi non tanto, ci fu chi avendo avuto il coraggio prima di sfidare la Mafia ebbe poi la forza di non opporsi mai alla ‘giustezza’ del lato della Storia di cui era protagonista difensore. Il suo grido non fu pace pace pace a tutti i costi, quanto piuttosto la denuncia pubblica e diplomatica del sistema criminale dal quale in qualche modo anche lui era ‘fuggito’. Altri Uomini, altra Storia e poi venne il 1989. Grazie a Dio.

Jacopo Bononi-presidente del Premio letterario La Tore

www.premiolatoreisoladelba.it

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