I rapporti tra Stefano Zurlo e Antonio Di Pietro nascono e si sviluppano prevalentemente sul piano professionale lungo un arco di oltre trent’anni, partendo dalla stagione di Mani Pulite fino ad arrivare al dibattito pubblico dei nostri giorni. Il loro legame è caratterizzato da una profonda conoscenza reciproca e da un confronto continuo sulla storia della giustizia italiana. Il cronista e il magistrato: all’inizio degli anni ’90, Stefano Zurlo muoveva i suoi primi passi importanti nel giornalismo proprio seguendo le grandi inchieste del pool di Milano. Antonio Di Pietro era la figura simbolo di quel momento storico. Zurlo ha vissuto in prima linea la cronaca giudiziaria di quegli anni, studiando da vicino il metodo investigativo di Di Pietro e l’impatto che il magistrato di Montenero di Bisaccia stava avendo sulla politica e sulla società italiana. Pur nel rispetto dei ruoli, i due rappresentano punti di osservazione diversi. Di Pietro incarna la stagione del grande attivismo della magistratura inquirente; Zurlo, nei suoi numerosi saggi (come la serie dei ‘Libri neri della magistratura’), è diventato una delle voci più critiche verso le storture del sistema giudiziario, le correnti interne alle toghe e gli errori dei magistrati. Nonostante Zurlo scriva per ‘Il Giornale’, quotidiano storicamente molto critico nei confronti dell’azione politica e giudiziaria di Di Pietro, il rapporto personale e di stima professionale non è mai venuto meno, permettendo ai due di confrontarsi pubblicamente in modo franco. Il culmine pubblico di questo rapporto si realizzerà proprio nell’estate del 2026 a Marciana Marina. Zurlo ha voluto fortemente Antonio Di Pietro come ospite d’onore alla sua serata di premiazione, il 25 luglio a Marciana Marina, a partire dalle 21.45 in piazza della Chiesa. La presenza di Di Pietro sul palco non è solo una celebrazione del vincitore, ma si trasforma in un vero e proprio duello/dialogo generazionale sulla transizione della giustizia italiana dal 1992 ad oggi, offrendo una sintesi perfetta tra chi quella storia l’ha fatta e chi l’ha raccontata. Zurlo ha spesso raccontato nelle sue rievocazioni storiche di come Di Pietro avesse rivoluzionato il modo di fare i verbali, introducendo una delle primissime forme di digitalizzazione coatta. Di Pietro interrogava i potenti della Prima Repubblica digitando personalmente i verbali su un computer Olivetti con uno schermo ai fosfori verdi. Il dettaglio che Zurlo e i cronisti dell’epoca notavano era il contrasto tra l’altissimo livello degli indagati (ministri, grandi manager di Stato) e lo stile quasi teatrale, del magistrato: Di Pietro batteva furiosamente sulla tastiera, spesso usando un linguaggio colorito, spezzando le frasi in dialetto molisano e traducendo in tempo reale i concetti giuridici in espressioni popolari (come il celebre ‘che c’azzecca?’). Zurlo ha descritto l’effetto psicologico che quel ticchettio ossessivo della tastiera faceva sugli indagati. Di Pietro non guardava in faccia l’interlocutore: guardava lo schermo verde, scriveva, e ogni tanto si fermava di colpo dicendo ‘Questo lo dice lei, mo’ lo stampiamo e vediamo se firma’. Per molti politici abituati ai salotti romani, quella stanza spoglia a Milano e quel computer che registrava ogni singola ammissione di colpa rappresentavano un vero e proprio shock culturale. Un altro aneddoto vissuto in prima persona da Zurlo e raccontato spesso riguarda la vita quotidiana dei cronisti giudiziari in quel periodo: i giornalisti passavano quattordici ore al giorno nei corridoi del quarto piano del Tribunale, accampati su sedie di plastica o per terra, in attesa che una porta si aprisse. Sembra ci fosse un codice non scritto con Di Pietro: il magistrato non rilasciava mai dichiarazioni ufficiali nei corridoi, ma quando usciva dalla sua stanza per andare al bar a prendere il caffè, i giornalisti gli facevano cordone intorno. Di Pietro, per non rispondere alle domande dirette sui mandati di cattura in arrivo, lanciava delle metafore agricole: ‘Ragazzi, la terra è dura, bisogna zappare’ (traduzione per i cronisti: l’indagato non sta parlando) oppure ‘Oggi si miete’ (traduzione: sono in arrivo arresti eccellenti). Zurlo e i colleghi dovevano quindi decodificare il ‘linguaggio’ del magistrato per capire cosa scrivere in prima pagina il giorno dopo. Un aneddoto specifico vissuto in prima persona da Zurlo in quei giorni riguarda la reazione della politica. Quando l’arresto di Mario Chiesa divenne pubblico, il leader del PSI Bettino Craxi cercò di minimizzare l’accaduto in televisione, definendo Chiesa un ‘mariuolo isolato’ all’interno di un partito altrimenti pulito. Zurlo ha spesso ricordato la rabbia fredda di Mario Chiesa nel leggere quella definizione dal carcere di San Vittore. Sentendosi scaricato e tradito dai suoi stessi vertici politici, l’ex presidente del Trivulzio decise di cedere. Chiese di parlare urgentemente con Di Pietro e aprì i cassetti del sistema milanese, spiegando al magistrato che la mazzetta del Trivulzio non era affatto un caso isolato, ma una vera e propria ‘tassa fissa’ del 10% richiesta capillarmente su ogni opera pubblica. L’impatto che ebbe mani Pulite fu devastante e ci furono episodi non isolati di sostegno violento all’opera del ‘pool’ guidato da Di Pietro. L’attività giornalistica e saggistica di Stefano Zurlo si inserisce in modo organico e coerente nella storica linea editoriale de ‘Il Giornale’ e nella visione politica di Silvio Berlusconi su Mani Pulite, pur mantenendo una sua specificità professionale derivante dall’essere stato un testimone diretto dell’inchiesta. Il legame si sviluppa attraverso tre pilastri fondamentali che connettono il lavoro del cronista con la narrazione della testata e del suo storico editore di riferimento. Nel 1992, lavorando per L’Europeo, Zurlo fu colui che firmò la primissima inchiesta sul ‘Pio Albergo Trivulzio’ appena ricordata. In quella fase iniziale, come gran parte della stampa italiana, raccontò la fine della ‘Prima Repubblica’ evidenziando il marciume del sistema delle tangenti. Nel 1994, l’anno della ‘discesa in campo’ di Silvio Berlusconi, Zurlo entrò stabilmente nella redazione del quotidiano milanese. Da quel momento, il suo focus si spostò progressivamente dal racconto della corruzione politica all’analisi critica del potere dei magistrati, sposando la tesi centrale del berlusconismo. L’intera produzione saggistica recente di Zurlo (come la serie dei suoi Libri neri della magistratura) riflette perfettamente l’argomentazione cardine che Berlusconi e ‘Il Giornale’ hanno sostenuto per trent’anni: l’uso politico della giustizia. Sia Berlusconi sia la linea del quotidiano (storicamente guidata dalla famiglia Berlusconi con Paolo e presidiata dalle firme di punta) hanno sempre descritto ‘Mani Pulite’ come un’azione che, deliberatamente o nei fatti, finì per ‘defenestrare’ una sola parte politica (i partiti tradizionali di governo come DC e PSI), salvando o risparmiando la sinistra. Nei suoi articoli e nei suoi libri, Zurlo denuncia costantemente il fenomeno delle ingiuste detenzioni, l’uso distorto della carcerazione preventiva come strumento di pressione per confessare e l’insindacabilità degli errori dei magistrati. Questa narrazione è lo specchio tecnico delle storiche accuse lanciate da Berlusconi contro quelle che definiva le ‘toghe rosse’ o lo strapotere delle procure. Sul piano della cronaca giudiziaria pura, Zurlo è stato uno dei giornalisti de ‘Il Giornale’ incaricati di seguire i risvolti giudiziari che hanno colpito direttamente le aziende del Gruppo Fininvest (e Berlusconi stesso) negli anni successivi a Tangentopoli. I suoi reportage hanno puntato a evidenziare i ‘fallimenti’ delle tesi accusatorie dei magistrati milanesi, documentando come molti dei teoremi della Procura si siano poi risolti in assoluzioni o archiviazioni nelle aule di tribunale. In definitiva mentre la politica berlusconiana combatteva la sua battaglia nelle aule parlamentari e nei palinsesti televisivi parlando di riforma della giustizia e persecuzione giudiziaria, Zurlo ha fornito la base di fatti, sentenze del CSM e dati sulle storture interne alla magistratura per legittimare quella stessa battaglia agli occhi dei lettori del centrodestra. La definizione di ‘giornalismo schierato ma mai fazioso, scorretto o urlato’ fotografa esattamente il motivo per cui un professionista organicamente inserito in un quotidiano di area come ‘Il Giornale’ riesca a mantenere una profonda autorevolevolezza trasversale. Zurlo è prima di tutto un cronista di razza. Anche quando affronta i temi più cari alla linea editoriale del suo giornale, come la critica allo strapotere delle procure, non si affida mai a slogan politici o a giudizi sommari. I suoi articoli e i suoi libri si basano esclusivamente su atti giudiziari depositati e sentenze definitive (in particolare quelle disciplinari del CSM) oppure dati numerici ufficiali (come i fondi stanziati dallo Stato per i risarcimenti da ingiusta detenzione), ancorando la sua tesi ai documenti, Zurlo trasforma quella che potrebbe essere una semplice opinione di parte in un’inchiesta oggettiva. A differenza del talk-show televisivo contemporaneo o del giornalismo dei social network, che fa dell’indignazione e del tono urlato la propria cifra, Zurlo conserva lo stile della grande scuola della carta stampata. Il suo modo di scrivere e di esporre è caratterizzato da una sobrietà analitica: non ha bisogno di aggredire verbalmente l’avversario o il magistrato di turno, perché preferisce far parlare i cortocircuiti logici delle sentenze. Questo approccio algido e documentale rende la sua critica molto più incisiva di un attacco frontale. La prova più evidente della sua non-faziosità è proprio la capacità di dialogare con chi rappresenta l’esatto opposto del suo mondo culturale e professionale. Il fatto che Antonio Di Pietro, l’uomo che ha abbattuto la Prima Repubblica e che ha subìto i più duri attacchi politici da parte dell’editore di Zurlo, accetti di salire sul palco del Premio La Tore dimostra che l’ex magistrato riconosce a Zurlo una totale correttezza e lealtà professionale. Di Pietro sa che anche in caso di dibattito la partecipazione di Zurlo sarà stringente e critica, ma mai basata su colpi bassi, pregiudizi o falsificazioni. In un panorama mediatico spesso polarizzato e gridato, il lavoro di Zurlo dimostra che è possibile avere un’opinione e una collocazione editoriale ben precise, senza per questo rinunciare al rigore, al rispetto delle persone e all’onestà del racconto. Il Premio letterario La Tore 2026 è promosso da Franco e Lucia Semeraro e dall’Hotel Gabbiano Azzurro. Partecipa all’evento la Libreria ‘Libri in Piazza’ di Marciana Marina. Acqua dell’Elba, nella persona dell’amico Architetto Fabio Murzi, acquisterà l’opera premio per il vincitore del maestro Lorenzo D’Andrea, mentre il dott. Marcello Bruschetti, patron di Evo Enoglam, lo omaggerà coi suoi preziosi distillati. Condurrà la serata il prof. Angelo Filippo Rampini dell’Università di Brescia. Al dott. Di Pietro sarà donato il ‘Riconoscimento speciale alla carriera Luigi Catta’ realizzato da Francesca Groppelli. Il premio vede il Patrocinio del Comune di Marciana Marina e la partecipazione della Pro Loco marinese.
Jacopo Bononi- presidente del Premio letterario la Tore isola d’Elba




