La memoria di S. Giacomo Maggiore, protettore della Spagna e – per ragioni storiche – patrono di Porto Azzurro, per non pensare allo scirocco che sta tornando (Signore, pietà!), volevo raccontarvi una ‘novella’ che ha un po’ come protagonista San Giacomo: ma non l’Apostolo, il Forte stesso.
Tempo fa ho ricevuto in regalo uno scatolone di libri appartenenti a don Renato; tra questi ce n’era uno di liriche, con tanto di lettera a corredo, dal titolo “ANNUNCIAZIONI” (pubblicato nel 1969 dalla tipografia del carcere). L’autore era un detenuto ovviamente: Alfredo Bonazzi, un nome che ritenevo anonimo, che pensavo si perdesse nell’universo siderale dei quei volti che son passati da lassù, dove la giustizia umana li avrebbe collocati per saldare il conto aperto con la vita. I testi sono profondi, mi meravigliano. Faccio due o tre ricerche in rete e si apre addirittura una pagina Wikipedia a nome dell’autore, scomparso nel 2015 e vincitore di numerosi premi. L’amico Walter poi mi viene in aiuto e mi spiega qualcosa in più.
Chi era? Un bandito – diremmo noi – che da ragazzino finì in manicomio (dopo aver assistito a violenze contro la sorella) e che nel 1960, a trent’anni, rapinò e uccise un tabaccaio. Finì recluso a Longone e qua, in un isolamento claustrale, in un mondo a tratti ancora antico, ha iniziato un’archeologia del sé, a ritrovare nel profondo del proprio IO, della sua coscienza sopita da tempo, briciole gustose di speranza. Lo scrive nella lettera: ad aiutarlo, l’amore (riscoperto) per la cultura, per la poesia, per la letteratura, per il bello, per un Dio che perdona. E fu proprio tra le mura del Forte che avvenne questo “esodo”, questo passaggio, questo mutamento. Don Renato e Sr Vincenza – leggiamo – presero a cuore la volontà di Bonazzi, lo spronarono non solo a leggere, ma a scrivere, a vomitare sulla carta pensieri annodati e chiodi arrugginiti. Nacque una prima raccolta di poesie, cruda, a tratti indigesta, che mette sull’altare la sofferenza umana (e che l’uomo stesso arreca al suo simile). Ma davanti a tanta pena, una luce, quella che in particolar modo la cultura – intesa come formazione dell’essere umano e sviluppo spirituale – può dare: amore per la libertà, redenzione vera, “autovelox” per i nostri errori. “L’ignoranza è la protezione del povero” scrive. Bonazzi continua a pubblicare e le sue liriche non passano inosservate. Un’altra opera di successo arriva poi nel 1971. Ne seguono altre, fino al 1973, quando il Presidente della Repubblica Leone gli concede la grazia (dopo 28 anni passati tra riformatorio e galera). La figlia della vittima lo perdona: tutto avviene seguito dalla radio. Si arriva poi al “premio Viareggio” e ad altri riconoscimenti internazionali: non per il “passato”, ma per la parola fatta testimonianza. La scrittura non ha lenito le sofferenze, anzi, le ha acuite, vento sul fuoco. Più sappiamo, più soffriamo, dice.
Alfredo muore nel 2015, a 86 anni. E non ha mai smesso di scrivere poesie (e di aver fede). L’amore per la scrittura è stata la sua Pasqua; l’incontro con persone buone la sua salvezza. Ecco, a un nostro grande personaggio – don R – probabilmente va anche questo merito, di aver spronato il “ladrone” a guardare oltre le sbarre. Non sempre funziona, non sempre s’ottiene successo, ma perché non provare? Comunque, summa e morale di questo racconto sono le verità che dovremmo sempre tenere a mente: la cultura salva e non ci rende schiavi: il “bello” porta al “bello”. Buon patrono!




