Seconda Parte - Le foto

Dante, noi e i volti dell’Inferno che parlano al presente

di Alberto Zei

Nel precedente articolo ci siamo fermati davanti all’immagine più nota e commovente del Conte Ugolino: quella dell’uomo imprigionato con i figli e i nipoti nella Torre della Fame, così come Dante ce la consegna attraverso uno dei canti più drammatici dell’intera Commedia. Ma la storia di Ugolino non termina con la compassione suscitata dalla sua tragica fine. Per comprendere pienamente la figura del conte occorre infatti affiancare al racconto poetico anche il giudizio della storia. Dietro il personaggio che commuove generazioni di lettori emergono accuse gravissime, legate alle vicende politiche e militari della Pisa medievale. È una prospettiva meno conosciuta, ma indispensabile per comprendere perché la figura di Ugolino continui ancora oggi a suscitare interrogativi, divisioni e interpretazioni contrastanti.

L’altra faccia della medaglia
La narrazione poetica privilegia dunque il dramma umano, affidando al lettore il difficile compito di distinguere tra colpa, pena e compassione. Ciò non deve però indurre a trasformare Ugolino in una figura innocente o moralmente irreprensibile. Egli fu infatti accusato di avere anteposto gli interessi personali e della propria famiglia a quelli di Pisa, stringendo accordi con Lucca e Firenze e accettando concessioni territoriali considerate dannose per la città. Sulla sua condotta gravò inoltre l’esito della battaglia della Meloria, durante la quale Pisa, a fronte di 50 mila abitanti, subì una disfatta devastante, perdendo pressoché l’intera gioventù combattente: quasi 6 mila marinai morti e oltre 10 mila prigionieri, oltre a quasi tutta la flotta, una cinquantina di navi in grandissima parte catturate. Nel momento decisivo dello scontro, Ugolino, anziché mostrarsi in battaglia, si ritirò con alcune navi: un comportamento che alimentò sospetti di viltà e tradimento. Dante, tuttavia, non assolve il personaggio: sceglie piuttosto di mostrare come anche un uomo ambizioso e tutt’altro che privo di colpe possa diventare, davanti a una pena disumana, oggetto di pietà.

L’interpretazione della Tisana
La attrice ha giustamente sorvolato quest’ultimo aspetto, addossando tutto il peso emotivo e declamatorio sull’Arcivescovo Ruggeri e sulla pietas di assoluzione del dramma umano di Ugolino e della sua famiglia. Questo è avvenuto attraverso una declamazione lenta, intensa e progressivamente coinvolgente. L’attrice ha guidato il pubblico dentro una vicenda che, pur appartenendo alla storia medievale, continua a interrogare la coscienza contemporanea. L’emozione suscitata dalla recitazione è stata tale da sfociare in uno spontaneo applauso a scena aperta, segno evidente della partecipazione con cui gli spettatori hanno seguito uno dei passaggi più celebri e drammatici dell’intera Commedia.

Farinata e Cavalcante: due volti della stessa umanità
Un altro momento particolarmente significativo dello spettacolo è stato quello dedicato all’incontro con Farinata degli Uberti e Cavalcante de’ Cavalcanti. In pochi versi Dante riesce infatti a mettere in scena due modi profondamente diversi di vivere la propria condizione, creando uno dei contrasti psicologici più efficaci dell’intero Inferno.
Farinata emerge dalle tombe infuocate con la fierezza dell’uomo politico che continua a difendere le proprie idee anche dopo la morte. La sua figura conserva una grandezza quasi monumentale, fatta di orgoglio, fermezza e consapevolezza del proprio ruolo nella storia di Firenze. Accanto a lui compare però Cavalcante, anch’esso eretico, e l’atmosfera cambia improvvisamente. Al posto della disputa politica entra in scena il dolore di un padre che cerca notizie del figlio Guido e che interpreta il silenzio di Dante, disorientato dall’improvvisa apparizione, come la conferma della sua morte.
È proprio questo passaggio a rendere il canto particolarmente toccante. La dimensione pubblica della politica lascia spazio alla dimensione privata degli affetti, ricordando come anche nell’Inferno continuino a sopravvivere le passioni che hanno segnato la vita degli uomini. Orgoglio, ambizione, amore paterno e sofferenza convivono nello stesso scenario, rendendo i personaggi straordinariamente umani.
La rappresentazione teatrale ha saputo valorizzare con efficacia questo contrasto. Attraverso il diverso ritmo della declamazione e le variazioni di tono, l’interprete ha reso percepibile la distanza che separa la compostezza quasi statuaria di Farinata dall’angoscia fragile e immediata di Cavalcante. In questo modo il pubblico non ha assistito soltanto alla lettura di un celebre episodio dantesco, ma a una vera traduzione scenica delle emozioni e dei conflitti che animano la poesia del Sommo Poeta.

Ciacco e l’attualità della misura perduta
Tra i personaggi proposti nel corso della serata, Ciacco ha offerto uno degli esempi più evidenti della straordinaria attualità della riflessione dantesca. Pur essendo tradizionalmente associato al peccato della gola, nella rappresentazione il personaggio è apparso come qualcosa di più ampio e complesso: il simbolo di una società che fatica a riconoscere il senso del limite e che tende a trasformare ogni desiderio in bisogno irrinunciabile.
Particolarmente efficace è risultata la scelta interpretativa di soffermarsi sulle parole «superbia, invidia e avarizia», scandendole con un ritmo più lento e con una tonalità più grave. In quel momento la recitazione sembrava quasi interrompere il racconto per rivolgere al pubblico una riflessione che andava oltre la Firenze medievale descritta da Dante. Le celebri «tre faville» apparivano così non come semplici elementi poetici, ma come passioni sempre presenti nella storia dell’umanità.
La forza del teatro consiste proprio in questa capacità di rendere contemporaneo ciò che appartiene al passato. Grazie all’interpretazione proposta alle Ghiaie, Ciacco ha cessato di essere soltanto una figura allegorica legata alla gola per trasformarsi nel testimone di una condizione umana ancora riconoscibile. La fame materiale evocata dal personaggio si è progressivamente ampliata fino a rappresentare altre forme di insaziabilità: il desiderio di ricchezza, di prestigio, di potere e di visibilità. Un richiamo che ha confermato quanto la poesia dantesca continui a dialogare con il presente.

Francesca e il fascino delle giustificazioni umane
Se Ciacco richiama il tema dell’eccesso, Francesca da Rimini introduce invece una riflessione altrettanto universale: il rapporto tra sentimento e responsabilità. Il suo racconto rimane uno dei passaggi più celebri e coinvolgenti della Divina Commedia proprio perché riesce a suscitare nel lettore una spontanea partecipazione emotiva. L’interpretazione della declamatrice, avvolta nel rosso fuoco della sua veste, ha messo in evidenza un aspetto particolarmente interessante del personaggio. Francesca non appare soltanto come una donna travolta dalla passione amorosa, ma come una figura che continua a costruire la propria difesa anche dopo la condanna. Attraverso le inflessioni della voce e la modulazione dei versi emerge infatti una donna che attribuisce ad Amore la responsabilità delle proprie scelte, trasformando una decisione personale in un destino apparentemente inevitabile.
In questa prospettiva il celebre verso «Amor, ch’a nullo amato amar perdona» assume un significato ancora più sottile. Non è soltanto una dichiarazione poetica sull’irresistibilità dell’amore, ma diventa quasi il tentativo di alleggerire il peso della responsabilità individuale. Francesca non nega ciò che è accaduto; piuttosto, cerca di presentarlo come il risultato di una forza più grande della volontà umana.
È probabilmente questa ambiguità a rendere il personaggio tanto affascinante ancora oggi. La rappresentazione ha saputo evidenziare come il dramma di Francesca non appartenga soltanto alla storia medievale, ma tocchi una questione profondamente attuale: la tendenza degli esseri umani a cercare giustificazioni esterne per decisioni che, in fondo, rimangono proprie. Ancora una volta il teatro ha permesso alla parola di Dante di uscire dalla pagina scritta per trasformarsi in una riflessione viva sulla natura dell’uomo.

Ulisse e il confine tra conoscenza e responsabilità
Tra le figure più affascinanti dell’Inferno dantesco vi è senza dubbio Ulisse, personaggio che continua a esercitare una forte attrazione proprio per il suo inesauribile desiderio di conoscere. Nella rappresentazione proposta alle Ghiaie, tuttavia, il suo viaggio è apparso meno come l’esaltazione dell’eroe audace e più come una riflessione sul rapporto tra libertà, conoscenza e responsabilità.
La forza del personaggio nasce infatti dall’ambiguità che lo accompagna. Da un lato vi è la spinta verso l’ignoto, il desiderio di superare i confini del sapere e di esplorare ciò che nessun altro ha osato affrontare; dall’altro emerge il rischio che la ricerca della conoscenza si trasformi in sfida imprudente, capace di mettere in pericolo sé stessi e coloro che ci seguono. È proprio su questo delicato equilibrio che la rappresentazione ha invitato il pubblico a riflettere.
La vicenda di Ulisse suggerisce che il vero coraggio non consiste necessariamente nel superare ogni limite, ma nel saper riconoscere quelli che la ragione e l’esperienza impongono. In questa prospettiva la prudenza non appare come una rinuncia, bensì come una forma superiore di responsabilità. Ancora una volta il teatro ha dimostrato la propria capacità di trasformare una pagina della letteratura medievale in una riflessione sorprendentemente attuale sui comportamenti e sulle scelte dell’uomo contemporaneo.

La conclusione dello spettacolo
Al termine della rappresentazione, salutata da lunghi e meritati applausi, le attrici hanno incontrato il pubblico in un clima di spontanea cordialità. I numerosi spettatori presenti hanno potuto esprimere direttamente il proprio apprezzamento per una serata che ha saputo coniugare cultura, spettacolo e partecipazione emotiva.
Non sono mancati i ringraziamenti rivolti ai Bagni Elba per il supporto logistico e per l’allestimento che ha reso possibile la manifestazione. Un riconoscimento particolare è stato inoltre rivolto ad Alessandra Ribaldone, direttrice del Museo Artistico Bolano e promotrice dell’iniziativa, il cui impegno ha contribuito in modo determinante alla riuscita dell’evento. Mentre la serata volgeva al termine, è stata proprio Alessandra a richiamare l’attenzione del pubblico verso il cielo sopra il palcoscenico naturale delle Ghiaie, dove si stava manifestando un fenomeno astronomico particolarmente suggestivo.

Un lieto auspicio astronomico
Quasi a voler offrire un’ultima scenografia alla rappresentazione, il cielo della sera del 9 giugno ha regalato agli spettatori la suggestione della congiunzione tra Giove e Venere. I due pianeti apparivano vicini e luminosi sopra l’orizzonte, formando uno scenario che sembrava completare idealmente il viaggio compiuto attraverso i versi della Divina Commedia. Infatti, per tradizione simbolica, Giove richiama la giustizia, l’autorità e la fortuna, mentre Venere rappresenta la bellezza, l’armonia e l’amore. Il loro apparente incontro poco sopra l’orizzonte ha offerto ai presenti un’immagine di particolare fascino, quasi un segno di buon auspicio posto a conclusione della serata. Dopo aver attraversato, grazie a Dante e alle interpreti della Compagnia delle Tisane, le passioni, le colpe e le sofferenze che popolano l’Inferno, quello spettacolo celeste sembrava ricordare il significato più profondo dell’intero percorso. Al di sopra delle ombre e delle fragilità umane resta, finché c’è vita, sempre la possibilità di una luce capace di orientare il cammino. E forse non poteva esserci conclusione più appropriata di quella suggerita dagli stessi versi del Sommo Poeta: «E quindi uscimmo a riveder le stelle».

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