Premio La Tore: luci e ombre di Antonio Di Pietro

di Jacopo Bononi

La serata di consegna del Premio La Tore 2026 a Stefano Zurlo il prossimo 25 luglio alla Marina, in piazza della Chiesa dalle 21.45, sarà resa ancora più interessante dalla partecipazione di Antonio Di Pietro quale ospite d’onore e che riceverà un riconoscimento speciale alla carriera voluto dal comitato promotore. I due potranno dibattere sulle vicende della giustizia italiana da Mani Pulite arrivando alle cronache giudiziarie più recenti, come il ‘caso Garlasco’ che tanto appassiona il pubblico trasversalmente in queste settimane, ma a dire il vero da anni. La carriera di Antonio Di Pietro si è sviluppata principalmente attraverso due fasi storiche: una prima parte come magistrato simbolo dell’inchiesta Mani Pulite e una seconda come leader politico e ministro della Repubblica. Ecco le tappe fondamentali del suo percorso professionale: nato a Montenero di Bisaccia nel 1950, dopo aver lavorato anche all’estero come operaio, si è laureato in Giurisprudenza alla Statale di Milano nel 1978. Lavora inizialmente come segretario comunale in alcuni paesi del Comasco. Nel 1980 vince il concorso come Commissario della Polizia di Stato e assume la guida della polizia giudiziaria del IV distretto a Milano. Vince il concorso nel 1981, diventando poi nel 1985 sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica di Milano. Nel febbraio del 1992 coordina l’arresto di Mario Chiesa, dando ufficialmente inizio all’inchiesta Mani Pulite. Insieme ai colleghi del pool investigativo (tra cui Borrelli, Colombo e Camassa), svela il sistema di corruzione sistemica della Prima Repubblica noto come Tangentopoli. Nel dicembre 1994, al culmine della popolarità mediatica, si dimette improvvisamente dalla magistratura per potersi difendere da una serie di inchieste e dossieraggi avviati contro di lui, dai quali uscirà successivamente prosciolto da ogni accusa. Nel 1996 entra ufficialmente in politica e viene nominato ministro nel primo Governo Prodi. Si dimette pochi mesi dopo a causa del riemergere di alcune inchieste giudiziarie a suo carico, che si riveleranno infondate. Nel 1997 vince le elezioni suppletive nel collegio del Mugello, entrando in Parlamento come senatore. Nel 1998 fonda il suo movimento politico personale, l’Italia dei Valori, incentrato sulla legalità e sul contrasto alla corruzione. Con questo partito viene eletto sia al Parlamento Europeo che alla Camera dei Deputati. Dal 2006 al 2008 torna al governo come Ministro delle infrastrutture nel secondo esecutivo guidato da Romano Prodi. Dopo il forte ridimensionamento politico dell’Italia dei Valori alle elezioni del 2013, Di Pietro lascia tutti gli incarichi di partito nel 2014. Da allora si è ritirato a vita privata nella sua terra natale in Molise, dove si dedica principalmente alla gestione dell’azienda agricola di famiglia e all’attività di avvocato, intervenendo saltuariamente nel dibattito pubblico sui temi legati alla riforma della giustizia. Il suo intervento durante il dibattito pre referendum ha aperto molte polemiche dalle quali egli si è sempre difeso nel merito. La sua partecipazione al dibattito referendario lo ha visto protagonista diverse volte in tempi recenti e la sua reazione alle vicende referendarie varia significativamente a seconda della consultazione a cui si fa riferimento, poiché la sua carriera politica lo ha visto sia nel ruolo di vincitore e promotore (come nel 2011) sia in quello di sostenitore di riforme rimaste sconfitte come quella di poche settimane orsono. Il Referendum Costituzionale del 2016 (Il ‘No’ alla riforma Renzi): Antonio Di Pietro si schierò apertamente per il ‘No’, definendo la riforma pasticciata e pericolosa per l’equilibrio dei poteri giudiziario e legislativo. Di Pietro accolse la netta sconfitta della riforma e le conseguenti dimissioni di Renzi come una vittoria della democrazia e della Carta Costituzionale. Commentò l’esito sottolineando che il popolo italiano aveva fermato un tentativo di accentramento del potere, confermando la solidità dei principi democratici originari. Nel dibattito della scorsa primavera per il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, Di Pietro ha vissuto un cambio di passo radicale diventando uno dei principali volti pubblici del comitato per il ‘Sì’ (‘Sì Separa’). Di fronte all’esito delle urne, l’ex pm ha reagito mantenendo una linea legata al merito tecnico della proposta, respingendo le accuse di aver ‘tradito’ la magistratura. Ha commentato la vicenda dichiarando che la sua era una battaglia di coerenza liberale volta a tutelare i cittadini e a garantire un giudice terzo in parità di condizioni, invitando la politica a non strumentalizzare il voto. Quindi notiamo come egli abbia sempre mantenuto un chiaro atteggiamento equilibrato e istituzionale sia in caso di vittoria sia in caso di sconfitta. Eppure il ‘personaggio’ di Pietro ha rappresentato per molti versi una chiara e netta e alcune volte ‘rivoluzionaria’ posizione nel quadro della storia della nostra Repubblica, almeno per quella degli ultimi trent’anni. La fine della prima repubblica, così come fu chiamata ai tempi, fu di certo avviata e per così dire ‘tracciata’ dal magistrato milanese che attraverso il ‘pool’ incise non poco nel sistema politico dell’epoca fino a distruggerlo. Di queste ore è la rivelazione non proprio scontata che anche il PCI prese la sua gigantesca mazzetta e lo fece dal Gruppo Ferruzzi. Il famoso miliardo, che già nel 2011 fu proprio Stefano Zurlo in diretta tv a ‘contestare’ a Di Pietro con la famosa espressione ‘il pool si incartò sulla soglia di Botteghe Oscure’, ora risbuca nella cronaca politica grazie a Carlo Sama, allora ai vertici del gruppo multi miliardario (in lire) di Gardini. Il cosiddetto ‘miliardo a Botteghe Oscure’ rappresenta uno dei capitoli più controversi, dibattuti e iconici dell’inchiesta Mani Pulite. Nonostante le dichiarazioni di Sama (all’epoca appunto amministratore delegato del gruppo Ferruzzi-Montedison) e di Sergio Cusani, secondo cui nel dicembre 1989 Raul Gardini si era recato personalmente a Roma con una valigetta contenente un miliardo di lire in contanti destinato al PCI, il pool di Antonio Di Pietro non riuscì mai a trovarne la prova oggettiva sul piano giudiziario. Il denaro non fu mai tracciato per una serie di precise ragioni processuali e fattuali ossia la mancanza di prove documentali e la natura dei contanti. Il miliardo faceva parte della gigantesca provvista di fondi neri legata alla maxi-tangente Enimont. A differenza dei canali bancari esteri utilizzati per gli altri partiti della Prima Repubblica (come la Democrazia Cristiana o il PSI), questo specifico miliardo consisteva in denaro contante trasportato fisicamente tramite un aereo privato del gruppo Ferruzzi sulla tratta Forlì-Roma. Non esistendo bonifici, transazioni elettroniche o ‘fogli di via’ bancari, l’assenza di una traccia cartacea rese impossibile per i magistrati seguirne i flussi finanziari. Durante i durissimi interrogatori condotti da Antonio Di Pietro, Carlo Sama ammise di non aver assistito direttamente alla consegna del denaro. Sia Sama sia Cusani dichiararono a verbale di aver appreso l’episodio direttamente dalla voce di Raul Gardini. Mancava, di conseguenza, il testimone oculare diretto della dazione materiale del denaro, poiché i vertici del PCI dell’epoca (tra cui Achille Occhetto e Massimo D’Alema) respinsero fermamente ogni addebito. Il teste chiave e l’unico uomo che avrebbe potuto confermare con esattezza a chi, come e quando fosse stata consegnata quella valigetta era proprio Gardini. L’imprenditore, tuttavia, si suicidò il 23 luglio 1993 nella sua abitazione di Milano, poco prima dell’imminente arresto e del programmato interrogatorio con Di Pietro. La sua scomparsa privò i magistrati della confessione diretta del principale protagonista, lasciando l’episodio privo del tassello probatorio decisivo. Le indagini sulle cosiddette ‘tangenti rosse’ si scontrarono con la rigida struttura organizzativa delle tesorerie di partito e con la figura di Primo Greganti (noto alle cronache come il compagno G). Nonostante lunghi periodi di carcerazione preventiva, Greganti mantenne una linea di totale fermezza: ammise di aver percepito somme di denaro, ma sostenne sempre che si trattava di contributi a titolo personale o legati ad affari privati, e non destinati alle casse del partito. Questo atteggiamento impedì ai magistrati di Milano di estendere legalmente la responsabilità penale ai vertici politici di Botteghe Oscure. Sama e Cusani vennero condannati come corruttori per l’intero impianto della vicenda Enimont, ma il reato di finanziamento illecito ai singoli esponenti del PCI per quel miliardo specifico fu archiviato per insufficienza di prove oggettive, rimanendo uno dei grandi misteri irrisolti di Tangentopoli. Erano presenti proprio loro due l’altra sera in diretta TV con Di Pietro e alla specifica domanda: ‘ma li portaste o no questi soldi?’ Sama, con grande serenità, ha ammesso che furono consegnati. Cosa che sgretola quel poco di dubbi che potevano esserci che solo i comunisti italiani erano rimasti lontani dalla corruzione, rispetto alla ‘balena bianca’ o al partito di Bettino Craxi. Insomma pagine nere o almeno buie della nostra storia recente, delle quali Di Pietro è stato protagonista in positivo e grazie al quale un sistema intero di corruzione fu ‘stoppato’, almeno in parte, come ha spesso ammesso lo stesso Di Pietro che con il realismo che gli è proprio, pur rivendicando la bontà del suo operato, sa bene che il fenomeno prosegue in modo diverso anche oggi. A Di Pietro sarà consegnato dalle mani dell’autrice Francesca Groppelli il ‘Riconoscimento speciale alla carriera Luigi Catta’ che è una bellissima opera d’arte intitolata ‘Le mani della giustizia’(2026) mentre il maestro Lorenzo D’Andrea ha realizzato il premio 2026, ossia un ritratto di Stefano Zurlo. Il Premio letterario La Tore 2026 è promosso da Franco e Lucia Semeraro e dall’Hotel Gabbiano Azzurro. Partecipa all’evento la Libreria ‘Libri in Piazza’ di Marciana Marina. Acqua dell’Elba, nella persona dell’amico Architetto Fabio Murzi, acquisterà l’opera premio per il vincitore, mentre il dott. Marcello Bruschetti, patron di Evo Enoglam, lo omaggerà coi suoi preziosi distillati. Condurrà la serata il prof. Angelo Filippo Rampini dell’Università di Brescia. Il premio vede il Patrocinio del Comune di Marciana Marina e la partecipazione della Pro Loco marinese.

Jacopo Bononi- presidente del Premio letterario la Tore isola d’Elba

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