Un quadro non vive solo di emozione privata: per avere valore deve parlare al pubblico, generare conoscenza e inserirsi in un ciclo virtuoso che trasforma l’opera in investimento. Perché, piaccia o no, anche l’arte si muove dentro un mondo che è business.
L’ estrema astrattezza
L’ arte figurativa, in particolare nell’ambito contemporaneo, deve esprimersi dall’inizio, con una rappresentazione dotata di una chiarezza semiotica immediata, tale da suscitare approvazione per la compostezza dei significati che essa attribuisce al soggetto rappresentato. È questo, infatti, il primo passo verso un’autentica comunicazione artistica: l’opera deve poter parlare non solo all’occhio, ma anche alla mente e alla sensibilità di chi osserva. Diversa appare, invece, la sorte dell’arte astratta che, laddove si limiti ad affermare sé stessa nella sola “astrattezza” senza un apparato simbolico riconoscibile, rischia di non incontrare alcuna reale possibilità di comprensione. Se il quadro si riduce ad un insieme di geometrie sovrapposte, regolari o meno, prive di un aggancio semantico e di una suggestione simbolica, l’osservatore non trova punti di contatto né risonanza emotiva. In tal caso, le migliori intenzioni dell’autore restano confinate nella sua interiorità, senza aprirsi a un vero dialogo con chi guarda.
Il valore di mercato
Non si può infatti pretendere che il pubblico, di fronte a figure geometriche stilizzate, intrecciate senza alcun legame con la realtà quotidiana, attribuisca loro un significato che l’opera non veicola. Senza un codice di lettura condiviso, manca la possibilità stessa di apprezzamento. E se manca l’apprezzamento, viene meno anche la prospettiva di un valore di mercato: nessuno acquista un quadro se non intravede in esso un corrispettivo di senso, di bellezza o di simbolismo capace di giustificarne l’investimento.
Esporre per sé stesso
È proprio per questo che appare incoerente e poco credibile l’affermazione, spesso ripetuta, di chi sostiene di dipingere “per sé stesso”. Se davvero l’artista fosse l’unico destinatario del piacere di ammirare le proprie opere, non vi sarebbe alcuna necessità di esporle. Ma il quadro, posto in mostra, diventa inevitabilmente oggetto di osservazione, di giudizio e di confronto: è destinato a chi passa, guarda, valuta. Esporre significa ammettere che l’opera vive solo nell’incontro con gli altri, e dunque proclamare di dipingere soltanto per sé, è un controsenso logico.
La spirale virtuosa
Ed è qui che occorre introdurre un punto essenziale: il valore artistico di un quadro non si misura soltanto nel suo contenuto intrinseco, ma si consolida attraverso il valore venale che il mercato le attribuisce. Questo valore venale nasce dalla conoscenza: un’opera che resta invisibile non può avere né prezzo né riconoscimento. La conoscenza, a sua volta, è frutto della volontà e della bravura dell’artista nel farsi conoscere, nel non relegare il proprio quadro a un’esperienza privata, ma nell’offrirlo al giudizio del pubblico. Solo così si innesca un sincronismo tra la creazione pittorica e l’osservatore, che alimenta una risonanza crescente. In questa progressione si costruisce un ciclo virtuoso: dall’esposizione alla conoscenza, dalla conoscenza al valore, dal valore al successo, fino alla consacrazione dell’artista. Tutto questo perché, in fondo, il mondo è un business. E se non si partecipa a questa dinamica, se non si entra nel flusso che lega conoscenza, mercato e riconoscimento, l’opera e il suo autore sono destinati a perdersi e a regredire.
L’ essere
Per quanto riguarda il valore dell’ artista, si deve ricordare che nell’arte come nella vita, essere e apparire non sono intercambiabili. Un artista che voglia essere senza sembrare, di fatto non esiste: il suo quadro rimane senza valore. Ma non basta neppure il solo “apparire” se non vi è anche “avere”: avere linguaggio pittorico, avere padronanza tecnica, avere la capacità di tradurre in simboli e colori ciò che altrimenti rimarrebbe incomunicabile. Senza avere, l’essere dell’artista resta incompiuto; senza essere, l’ apparire del quadro si dissolve in semplice ornamento personale.
Il valore acquistato
Ecco perché, nel contesto di una mostra d’arte figurativa, questi tre livelli devono incontrarsi: l’essere autentico dell’artista, l’avere come patrimonio di strumenti e valori pittorici e l’ apparire come visibilità credibile dell’opera nel confronto con il pubblico. Solo allora il quadro non rimane un gesto isolato, ma diventa espressione viva e comunicativa, capace di trovare il suo posto tanto nella sensibilità degli osservatori quanto nella realtà concreta del mercato.


