Lo sbarco alleato e la ferita nascosta dell’Isola d’Elba

di Alberto Zei

All’Open Air Museum Italo Bolano, il 23 luglio è stata effettuata la proiezione del docufilm “Lo sbarco della vergogna”, realizzato da Mario Ferrari e Ruggero Elia Felli, ha riportato alla luce una delle pagine più dolorose e meno conosciute della storia dell’Isola d’Elba. L’incontro, promosso dall’Università del Tempo Libero di Portoferraio in collaborazione con la Fondazione Italo Bolano, non è stato soltanto la presentazione di una ricostruzione storica. È diventato un momento di restituzione della memoria alla comunità elbana, un’occasione per ascoltare nuovamente le voci di chi visse quegli avvenimenti e di chi ne ha custodito il ricordo all’interno della propria famiglia. La Seconda guerra mondiale aveva travolto l’Europa e ridisegnato i rapporti di forza tra le nazioni. Dopo la disfatta militare e l’armistizio del 1940, la Francia era uscita dalla prima fase del conflitto come potenza sconfitta e occupata. La prosecuzione della guerra contro la Germania nazista fu sostenuta soprattutto, sul fronte occidentale, dalla Gran Bretagna e dopo il suo ingresso nel conflitto, dagli Stati Uniti.

Il ritorno Francia
La Francia libera riuscì tuttavia a ricostituire progressivamente una propria forza militare e a ritornare sul campo di battaglia al fianco degli Alleati. Questa rinascita fu resa possibile anche dal vasto impiego di uomini reclutati nei territori dell’impero coloniale francese: nordafricani, senegalesi e soldati provenienti da altre regioni africane furono inquadrati nell’esercito francese, comandati da ufficiali francesi e utilizzati nelle campagne militari del Mediterraneo e dell’Italia. La Francia riappariva così sulla scena europea quasi come una fenice risorta dalle ceneri della sconfitta. Ma la sua rinascita militare portava con sé una profonda contraddizione: una nazione che tornava a combattere sotto il vessillo della libertà impiegava, per riconquistare il proprio ruolo internazionale, le forze provenienti da quell’impero coloniale al quale la libertà e l’uguaglianza non erano pienamente riconosciute.

L’incontro con gli eserciti alleati
Per molte popolazioni italiane, l’arrivo degli Alleati significò il termine dell’occupazione tedesca, la caduta delle strutture fasciste e la speranza di un ritorno alla pace. Fu anche l’incontro con eserciti composti da uomini di lingue, culture e provenienze differenti. Nelle forze armate statunitensi erano presenti anche militari afroamericani, sebbene l’esercito americano fosse allora ancora organizzato secondo il principio della segregazione razziale. Per una parte della popolazione italiana, poco abituata alla presenza di persone provenienti da continenti lontani, quell’incontro poteva suscitare curiosità, sorpresa e talvolta diffidenza. I rapporti instaurati con i militari americani furono però frequentemente caratterizzati dalla collaborazione, dalla cordialità e da una reciproca simpatia. Per questo motivo, quando cominciarono a circolare le prime notizie di saccheggi, aggressioni e violenze contro la popolazione civile, non fu subito possibile comprendere a quali formazioni appartenessero i responsabili.

I reparti coloniali
Nella confusione provocata dal passaggio di eserciti diversi, gli episodi potevano essere genericamente attribuiti alle forze alleate o a soldati identificati soltanto attraverso il colore della pelle. Con il trascorrere dei giorni emerse invece che una parte significativa di quei crimini era stata commessa da appartenenti ad alcuni reparti coloniali inquadrati nel Corpo di spedizione francese. Non si trattava di gruppi autonomi o di formazioni sfuggite a qualsiasi autorità: erano unità regolari dell’esercito francese, sottoposte a ufficiali e comandi francesi. È quindi improprio spiegare tali comportamenti ricorrendo all’origine etnica dei soldati, a presunte consuetudini africane o a una generica idea di “primitivismo”. Una simile interpretazione finirebbe per confondere il luogo di provenienza degli uomini con la loro responsabilità personale e soprattutto, rischierebbe di assolvere l’organizzazione militare che li aveva reclutati, armati, comandati e condotti in Italia. Le responsabilità devono essere attribuite agli autori materiali dei delitti, alle unità nelle quali essi militavano e ai comandi che non seppero o non vollero impedire e reprimere le violenze. Quegli uomini operavano sotto la bandiera francese: la disciplina, la condotta e il controllo delle truppe spettavano pertanto all’esercito e alle autorità francesi.

Una liberazione segnata dalla violenza
Durante la Campagna d’Italia, il passaggio di alcuni reparti del Corpo di spedizione francese fu accompagnato da una successione di stupri, rapine, saccheggi, aggressioni e uccisioni. Le popolazioni civili di diversi territori, dalla Campania al Lazio meridionale e dalla Ciociaria fino alla Toscana, conobbero una realtà drammaticamente contraddittoria: la fine dell’occupazione tedesca non sempre coincise con l’immediato ritorno alla sicurezza e al rispetto della dignità personale. Non sarebbe giusto trasformare questi fatti in una condanna indiscriminata dell’intero esercito francese. Molti suoi soldati combatterono e morirono contro le forze tedesche; altri mantennero una condotta militare corretta. Ciò non può tuttavia cancellare i delitti commessi, né attenuare le responsabilità di coloro che li tollerarono o non riuscirono a prevenirli. La vittoria militare contro il nazifascismo non può diventare una giustificazione retroattiva per ogni comportamento degli eserciti vincitori. Una causa giusta non rende giusti tutti gli atti compiuti nel suo nome. Anche un esercito liberatore può macchiarsi di crimini e trasformare, per le vittime, la liberazione in una nuova esperienza di paura e sopraffazione.

La memoria della Ciociaria
Nella memoria collettiva italiana, queste violenze sono state associate soprattutto alla Ciociaria. Il romanzo di Alberto Moravia e il film La ciociara, diretto da Vittorio De Sica, diedero un volto e una voce alle donne colpite, rappresentando la violenza subita da una madre e da sua figlia durante il passaggio delle truppe coloniali francesi. La ciociara è un’opera narrativa e cinematografica e, come tale, utilizza gli strumenti dell’invenzione artistica e dell’interpretazione. La sua forza, tuttavia, deriva dall’essere radicata in una realtà storica. La vicenda rappresentata non fu soltanto il prodotto della fantasia di uno scrittore o di un regista, ma la trasfigurazione di sofferenze realmente vissute da migliaia di persone. Il successo del film contribuì a far conoscere questi delitti all’opinione pubblica, ma ebbe anche l’effetto involontario di circoscriverli, nella percezione comune, quasi esclusivamente alla Ciociaria. In realtà, episodi analoghi si verificarono in diversi territori attraversati dai reparti francesi. Tra questi vi fu anche l’Isola d’Elba.

L’Operazione Brassard e l’Isola d’Elba
Il 17 giugno 1944 ebbe inizio l’Operazione Brassard, lo sbarco destinato a sottrarre l’Isola d’Elba all’occupazione tedesca. L’azione fu affidata a un contingente francese nel quale era presente una consistente componente di truppe coloniali. Dopo combattimenti anche duri, l’Isola passò sotto il controllo alleato. La conclusione delle operazioni militari avrebbe dovuto segnare per gli elbani la fine della paura. Per una parte della popolazione, invece, alla speranza seguirono lo smarrimento e l’angoscia. Nei giorni successivi allo sbarco si verificarono violenze sessuali, rapine, saccheggi, razzie, aggressioni e uccisioni. Quanto accadde all’Elba non può dunque essere considerato un episodio sporadico o una tragica eccezione priva di rapporti con il resto della Campagna d’Italia. Fu la manifestazione locale di un fenomeno più vasto, già sperimentato da altre popolazioni civili lungo il percorso seguito da alcuni reparti del Corpo di spedizione francese. La storia generale della guerra assume però, in ogni territorio, una fisionomia particolare. All’Elba essa si lega a paesi, campagne, abitazioni e famiglie precise. Dietro le denominazioni delle operazioni militari, i movimenti degli eserciti e le decisioni dei comandi riemergono così le esistenze concrete delle persone che subirono quelle violenze.

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