Depopolamento: non nascono più bambini

di Enzo Sossi

Il numero dei bambini che nascerà oggi determinerà la nostra società tra 20-30 anni. Il 2023 e’ stato un anno buoi della storia dell’umanità, per la prima volta il tasso di fertilità totale del pianeta e’ sceso sotto il livello di sostituzione. Non era mai successo. Dovremo iniziare a chiudere scuole elementari perché non ci sono più bambini. Dovremo chiudere ospedali e tanti servizi pubblici. Non ci rendiamo conto di quanto sia enorme il cambiamento rappresentato da una fertilità a 1 o 1,1 per molto tempo. Il sogno italiano si e’ rotto c’era nel dopoguerra quando la costruzione delle autostrade, il passaggio dall’economia agricola a quella industriale, la scolarizzazione di massa, il Piano Marshall fecero rinascere il Paese distrutto dalla Seconda guerra mondiale. L’Italia e’ ferma: non nascono più bambini, gli stipendi sono fermi, crescita del PIL tra i più bassi del mondo. Dalla metà del XX secolo la crescita demografica si e’ concentrata sempre più nei Paesi più poveri del mondo, la maggior parte si trova nell’Africa subsahariana. Altrove, tra cui l’Italia, la Cina e le economie avanzate del Nord America e dell’Europa, i bassi tassi di natalità e una popolazione sempre più anziana fanno temere dei futuri problemi economici. Qualcuno dovrà pur lavorare, pagare le tasse, affinché i cittadini anziani possano prendere la pensione. L’Italia e’ in pieno declino demografivo. Nel 2025 sono nati 355mila bambini, 15mila in meno rispetto al 2024. L’ISTAT stima che in media una donna abbia 1,14 figli e che l’età media al parto sia di 32,7 anni. Un dato che colloca l’Italia tra i paesi con la fertilità più bassa al mondo. Siamo un Paese sempre più vecchio. Al 1° gennaio 2026 gli over 65 erano 14,9 milioni, il 25 p.c. della popolazione, mentre i giovani fino a 14 anni rappresentano il 12,6 p.c.. L’Italia e’ il paese europeo con la percentuale più bassa di under 14 e quella più alta di over 65. Un primato poco invidiabile che pesa sul welfare, sul mercato del lavoro e sulla sostenibilità del sistema pensionistico. Per cercare di capire cosa significa, occorre confrontarlo con la soglia del – tasso di sostituzione -: il livello minimo necessario affinché la popolazione italiana si mantenga senza i migranti che e’ 2,1 figli per donna. L’Italia si trova oggi a poco più della metà di questa soglia. Non e’ un ritardo che possiamo colmare con qualche incentivo fiscale: e’ un abisso strutturale. Le cause sono note, proprio per questo più sconfortanti: ingresso tardivo nel mondo del lavoro; precarietà della occupazione giovanile; costo della vita e delle abitazioni rimandano o scoraggiano la scelta di essere genitori.Non e’ vero che gli italiani non vogliono figli. Ma, le condizioni strutturali del Paese rendono questa scelta un lusso che in pochi si possono permettere. Il declino o – inverno demografico – genera altro declino. L’immigrazione ha tamponato parzialmente il vuoto di culle italiane. Il dibattito politico italiano, a fronte di ciò, appare inadeguato. Si discute di bonus bebè, di assegni famigliari, di congedi parentali. Misure utili, certo, ma che non affrontano le vere radici del problema. Come ha scritto l’OCSE, negli ultimi sessant’anni i tassi di fertilità nei Paesi industrializzati si sono dimezzati e ciò, pone delle serie sfide per le generazioni future. Non bastano i bonus: serve ridisegnare l’intero patto tra lo Stato e chi sceglie di mettere al mondo dei figli. L’Italia ha davanti un bivio netto. Può continuare a ignorare la questione demografica, come ha fatto per decenni, e affidarsi alla rassicurante vaghezza delle promesse elettorali. Oppure, può prendere atto che un Paese con 1,14 figli per donna non e’ semplicemente un Paese che cresce poco: e’ un Paese che si sta lentamente – ma inesorabilmente – cancellando da solo. Tuttavia, le cifre non mentono, ora spetta alla politica decidere se ascoltarle e trovare rimedi per evitare un possibile e prossimo collasso mortale. Oppure, come alternativa la IA, la biotecnologia e la robotica?

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