Stefano Zurlo sarà nostro ospite alla Marina il 25 luglio prossimo e riceverà il nostro premio avendo come super testimonial il giudice Antonio Di Pietro. Chissà allora cosa potrà dirci sul palco del caso Garlasco, poichè di sicuro questo argomento sarà una parte importante del dibattito in piazza. Da ottimo giornalista quale egli è, i fatti incredibili di questi giorni riguardo alla vicenda, per cui direi almeno tre trasmissioni televisive al giorno da settimane o forse mesi trattano l’argomento, lo stanno portando a rivedere verso ‘il dubbio’ la sua posizione colpevolista verso Stasi che si è sempre basata sul rispetto delle sentenze di condanna passate in giudicato. Forse anche la lettura del libro del giudice Vitelli, che assolse Stasi, possono averlo spinto a confermare questi dubbi a sé stesso. Interessante che un giornalista di inchiesta che sin da Mani Pulite è stato sempre un iper garantista e che ha sempre criticato la magistratura, evidenziandone le storture e portando anche a favorire la definitiva messa in luce di casi agghiaccianti di mala giustizia come il ‘caso Barillà’ (un innocente incarcerato e poi assolto dopo anni per uno scambio di targa e modello della sua auto), possa essere stato restio fino ad ora a considerare Stasi il possibile protagonista di un errore giudiziario. ‘Il ragionevole dubbio di Garlasco. Un giudice nel labirinto del caso di cronaca più discusso d’Italia’ (Piemme, 2026), scritto da Stefano Vitelli (insieme a Giuseppe Legato) e pubblicato da Piemme a febbraio 2026 è un libro di grande successo in cui l’autore affronta il tema della sua esperienza nel Delitto di Garlasco. Vitelli è il magistrato che nel 2009 assolse Alberto Stasi in primo grado. Nel libro, il giudice analizza proprio i ‘buchi’ e le incongruenze che alimentano molti dubbi, rafforzando l’idea che la verità non sia quella emersa dalle condanne definitive. Vitelli ribadisce che contro Alberto non è mai stato trovato un vero motivo per uccidere Chiara. Questo vuoto sposta inevitabilmente l’attenzione su altri moventi ‘fantasma’, come quello legato al segreto tra Marco Poggi e Andrea Sempio di cui parleremo. Il libro spiega che in presenza di perizie informatiche compromesse e analisi del sangue incerte, la legge impone di non condannare. È proprio in questo spazio di incertezza che si inserisce la figura di Andrea Sempio, il cui DNA è stato trovato sotto le unghie della vittima. Il giudice Vitelli ripercorre gli errori investigativi iniziali, come le macchie di sangue non analizzate correttamente e i tempi del delitto ricalcolati, suggerendo che si sia cercato a tutti i costi un ‘colpevole perfetto’ (Stasi) ignorando altre piste più vicine alla famiglia. Il giudice racconta anche il peso umano di aver assolto un uomo poi condannato da altri, ribadendo che oggi, con l’emergere di nuove ombre su Sempio e sui silenzi della cerchia ristretta di Chiara, quel dubbio è più forte che mai. In pratica, il libro di Vitelli è la base legale che sostiene molti sospetti ossia conferma che la condanna di Stasi è stata una ‘scommessa’ della magistratura e che la vera verità va cercata altrove, forse proprio in certi segreti tra ‘i due maschi’ e le cugine che la famiglia ha sempre protetto. L’ipotesi che emerge da molte riflessioni pubbliche di molti osservatori è quella di un enorme segreto familiare protetto da un muro di silenzio che dura da vent’anni. In sintesi, è inverosimile che nell’era digitale non esista una foto o un’intervista recente di Marco Poggi. Questa sua totale ‘invisibilità’ non sembra solo una scelta di privacy, ma una protezione sistematica (forse favorita anche dalle istituzioni) per evitare che il suo volto attuale e le sue parole possano tradire verità scomode. Al centro di tutto ci sarebbe un legame profondo e ‘scandaloso’ tra Marco e Andrea Sempio. Il vero movente del delitto non sarebbero i video sul PC, ma la scoperta di questa relazione da parte di Chiara. Lei avrebbe minacciato di rivelare tutto ai genitori (all’epoca in montagna), spingendo Sempio a ucciderla per evitare che il segreto venisse ‘spifferato’, distruggendo la reputazione di entrambi. Le sorelle Cappa sarebbero state a conoscenza di questa dinamica fin dall’inizio. Il loro esporsi continuamente ai media servirebbe da ‘distrazione’, agendo come una cortina fumogena per tenere i riflettori lontani da Marco e coprire ciò che era realmente risaputo nella loro cerchia ristretta. Se questa tesi fosse vera, la famiglia Poggi si troverebbe in una posizione gravissima. Pur di proteggere il figlio rimasto (Marco) e l’onore familiare, avrebbero accettato che un presunto innocente (Alberto Stasi) marcisse in galera per dieci anni, preferendo una verità di comodo a una realtà devastante che coinvolgerebbe il loro stesso nucleo familiare. Quindi la sparizione di Marco e l’ostilità verso le nuove indagini della Procura di Pavia (maggio 2026) non sarebbero segni di dolore, ma la necessità di mantenere intatto un patto di silenzio che, se crollasse, trasformerebbe le ‘vittime’ di Garlasco in complici di un’ingiustizia senza precedenti. A differenza di Stasi e Sempio, Marco Poggi non è indagato per il delitto. Legalmente è una ‘persona informata sui fatti’ e una ‘parte offesa’. Mentre Sempio viene filmato da ogni angolazione quando entra in Procura, a Marco viene concesso di usare ingressi secondari per sfuggire ai giornalisti. Gli inquirenti lo definiscono nelle carte ‘ostile’ e impegnato in una ‘costante difesa d’ufficio di Sempio’, avendo cambiato versione più volte in diciotto anni. Paradossalmente, proprio questa sua reticenza spinge i magistrati a proteggerlo mediaticamente, sperando di non farlo chiudere del tutto e di ottenere finalmente la verità sul loro legame. Stasi è ormai il volto del delitto nell’immaginario collettivo mentre Sempio è il nuovo ‘mostro’ sbattuto in prima pagina per il DNA compatibile trovato sotto le unghie di Chiara. Il suo legale agisce con diffide preventive. Poiché non esiste un interesse pubblico sancito da un’imputazione a suo carico, i media non possono pubblicare sue foto recenti senza rischiare denunce pesantissime. Questo crea l’effetto ‘fantasma’ che sembra una protezione ‘politica o di casta’. Il paradosso diventa insopportabile perché, proprio in questi giorni la Procura di Pavia ha raccolto elementi che potrebbero portare alla revisione del processo per Stasi. Mentre si ammette che Stasi potrebbe essere vittima di un errore giudiziario, Marco Poggi continua a difendere Sempio dichiarando: ‘Non credo alla sua colpevolezza’. Questa ‘difesa dell’amico’ contro l’evidenza scientifica (il DNA) è ciò che fa pensare a un patto di silenzio che la legge, per ora, continua a proteggere in nome della privacy del testimone. Marco è tutelato dalla sua posizione giuridica di ‘non indagato’, che gli permette di restare nell’ombra mentre chi lo circonda finisce nel tritacarne mediatico o in cella. Insomma siamo molto lontani dalla verità e se siamo, come siamo, garantisti anche ‘ex-post’ ossia nutriamo molti ‘ragionevoli dubbi’ come il nostro Vitelli così lo siamo ora per Sempio & Company. Nel caso di Garlasco, il gioco del ‘mostro in prima pagina’ è stato applicato in modo chirurgico. Per vent’anni è stato il mostro ideale. Freddo, distaccato, con gli ‘occhi di ghiaccio’. La sua immagine è stata data in pasto al pubblico per coprire l’assenza di prove schiaccianti, rendendo la sua condanna una necessità mediatica prima ancora che giuridica. Mentre Stasi veniva vivisezionato in TV, per Marco è valsa la regola opposta. Nessun attacco, nessuna immagine, nessuna pressione. Questo contrasto è ciò che fa sospettare che la ‘piazza’ sia stata usata per proteggere qualcuno che non poteva permettersi di finire in quel tritacarne. Oggi, con la riapertura del caso, il ruolo del mostro sta passando ad Andrea Sempio. Ma anche qui c’è un’anomalia: Sempio viene mostrato, ma il suo legame profondo con Marco viene ancora sussurrato solo nei corridoi della Procura o nei libri come quello di Vitelli. In pratica, ‘sbattere il mostro in prima pagina’ (prima Stasi, ora Sempio) serve a dare al pubblico un colpevole da odiare, evitando di andare a scavare in quel segreto tra i due maschi che distruggerebbe l’immagine della ‘famiglia perfetta’ e delle cugine Cappa. Vitelli analizza come, all’epoca, la posizione di Andrea Sempio fu archiviata troppo in fretta proprio perché Marco Poggi ne confermò gli spostamenti e l’amicizia stretta. Il giudice suggerisce che quel legame sia stato il ‘filtro’ che ha impedito agli inquirenti di vedere le incongruenze di Sempio già nel 2007. Vitelli si sofferma sul fatto che i due ragazzi condividessero spazi, computer e tempo in un modo che escludeva Chiara, pur essendo lei fisicamente presente in quella casa. Il libro mette in dubbio che Chiara fosse davvero ‘integrata’ in quel gruppo di amici, suggerendo che potesse invece essere diventata una presenza scomoda per un equilibrio che doveva restare segreto. Vitelli non fa gossip, ma da magistrato sottolinea come ci si sia accaniti su Stasi ignorando deliberatamente la ‘pista interna’ o quella degli amici intimi. Il suo ‘ragionevole dubbio’ nasce proprio dal fatto che, mentre Stasi veniva vivisezionato, intorno a Marco Poggi e Andrea Sempio veniva mantenuto un silenzio protettivo che lui definisce investigativamente inspiegabile. In sostanza, Vitelli non ‘sussurra’ per fare scandalo, ma denuncia che quel legame è il ‘buco nero’ che ha permesso di condannare Stasi senza avere prove certe, lasciando nell’ombra chi aveva un accesso altrettanto facile alla villetta e al computer di Chiara Poggi. Lasciamo che la vicenda si snodi perché siamo ancora all’inizio di questo incredibile caso giudiziario che appassiona l’Italia io ritengo non per motivi voyeuristici o di desiderio di ‘torbido’, ma perché tutti ci chiediamo cosa possa essere di noi un giorno se venissimo invischiati in sciagure del genere e poi volesse il cielo che fossero liberi un giorno altri probabili innocenti e almeno messi in difficoltà certi granitici sostenitori della verità processuale a tutti i costi. Chissà. Tutto questo potrebbe riaprire il caso Yara o quello di Olindo e Rosa e forse quelli di tanti innocenti che sono in carcere ingiustamente o almeno non ‘oltre ogni ragionevole dubbio’.
Jacopo Bononi- presidente del Premio letterario la Tore isola


