Lettera a Italo Bolano, nel 6°anniversario dalla sua “partenza”

di Alessandra Ribaldone

Caro Italo,
sono passati sei anni da quel 17 settembre 2020 ed era un giovedì, anche allora.
Come ogni anno mi ritrovo a scriverti. Forse perché scrivere a te è il modo che ho trovato per continuare a parlarti. O forse perché, in fondo, non ho mai smesso di farlo.
È stata un’estate intensa.
Il tuo Museo ha riaperto i suoi cancelli e, ancora una volta, San Martino si è riempito di persone, di voci, di incontri, di arte.
Abbiamo portato avanti mostre, presentazioni, laboratori, poesia, teatro, cinema, conferenze. Abbiamo aperto le porte a giovani artisti e ad artisti già affermati.
Abbiamo cercato di fare quello che tu avevi sempre voluto: fare del Museo un luogo vivo, aperto, capace di incontrare le persone e di far incontrare l’arte con la natura, con la cultura, con l’Isola.
Quest’anno abbiamo anche continuato a raccontare il tuo lavoro oltre l’Elba, attraverso l’Open Studio e le altre iniziative della Fondazione. E ogni volta che qualcosa accade, io penso a te.
Penso a cosa avresti detto.
A cosa avresti criticato.
A cosa ti avrebbe fatto arrabbiare.
E soprattutto a quello che ti avrebbe fatto sorridere.
Ma quest’anno c’è un ricordo che mi è tornato dentro più degli altri.
Ti rivedo malato, ormai molto malato. Avevi gli occhi bassi. E a un certo punto hai scosso la testa e hai detto:
“Che peccato… ho lavorato tanto.”
Forse chi ascoltasse questa frase senza conoscere la tua storia potrebbe non comprenderne fino in fondo il significato, ma io sì.
Tu non parlavi soltanto di te, parlavi di tutta una vita.
Parlavi dell’Isola per la quale avevi lavorato.
Parlavi dell’arte alla quale avevi dedicato ogni fibra della tua esistenza.
Parlavi del Museo che avevi immaginato, costruito, difeso, amato.
Parlavi di tutto quello che avevi creato perché potesse rimanere dopo di te e forse, in quel momento, avevi paura che tutto quel lavoro potesse finire con te.
Non finirà, Italo.
Non ti posso promettere che sarà facile, non ti posso promettere che tutto andrà come avresti voluto.
Ci sono giorni in cui la fatica è enorme e mi chiedo anch’io dove trovare le forze, ma quella frase che mi hai detto allora oggi è diventata per me una promessa. Finché avrò fiato, continuerò il cammino che hai iniziato tanti anni fa.
Continuerò per l’arte, continuerò per il Museo, continuerò per l’Isola che hai tanto amato, continuerò perché quel progetto che avevi nel cuore non venga dimenticato.

Questa estate, mentre guardavo le persone entrare nel Museo, mentre ascoltavo le loro domande, vedevo gli artisti confrontarsi, i poeti leggere, il pubblico fermarsi davanti alle tue opere, ho pensato che forse quella tua paura non aveva ragione di esistere.
Non è finito: sei anni dopo, il cancello del tuo Museo continua ad aprirsi.
E ogni volta che si apre, è come se tu tornassi un po’ qui.
Non sei più nella tua stanza, non sei più nel tuo studio, accanto a me come prima, ma sei nei colori, nelle ceramiche, nelle sculture, nei monumenti, nelle parole che gli altri pronunciano guardando il tuo lavoro.
Sei nel giardino, sei nel cielo dell’Elba, la Tua Isola che hai tanto amato, sei nel mare che hai dipinto tante volte e sei soprattutto in quel progetto che mi hai lasciato tra le mani.
“Che peccato… ho lavorato tanto.” No, Italo. Non è stato un peccato. Hai lavorato tanto perché avevi tanto da lasciare.

E io, finché avrò fiato, cercherò di fare in modo che quel dono non vada perduto.
Con amore

Alessandra

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