Quando il turismo è l’unica fonte di reddito

di Enzo Sossi

Viviamo in un mondo iperglobalizzato e interconnesso, dove le notizie viaggiano ad una velocità di secondi da una parte all’altra del mondo. Anche l’informazione cambia, un giornalismo moderno fatto di inchieste, approfondimenti, di analisi geopolitiche, economiche, finanziarie e culturali. Nel 2050 sette persone su dieci vivranno nelle città, oggi i centri urbani generano oltre l’80 p.c. del PIL globale. Le isole e le zone interne sono destinate al depopolamento, il trend e’ irreversibile.

Parlo di turismo, con una comparazione asimmetrica tra tre località diverse, ma accomunate dallo stesso destino, la loro economia dipende quasi esclusivamente da un’unica fonte di guadagno: il turismo stagionale. Parlo di Tulum nello Yucatan in Messico, di Rovigno in Istria (Croazia) e dell’Isola d’Elba in Toscana (Italia).

Parto da un dato, Tulum, Rovigno e l’Elba non si somigliano in nulla. Tulum e’ un ex villaggio di pescatori sulla costa caraibica; Rovigno e’ una cittadina veneziana in Istria; l’Elba e’ un’isola dell’Arcipelago Toscano. Eppure tutte raccontano tre capitoli della stessa storia: un’economia costruita quasi totalmente sul turismo, e di cosa succede a chi ci vive quando lo stesso smette di essere sostenibile. Se si vuole capire dove porta un turismo a briglia sciolte, senza governo, Tulum e’ il caso scuola.

Nel 1998 contava 20.000 abitanti; nel 2026 ne ha oltre 57.000. La crescita ha portato con sé un boom immobiliare e che ha spinto i prezzi degli affitti e dei servizi ben oltre la portata di chi vi e’ nato e ci vive: interi quartieri di residenti locali sono stati progressivamente spiazzati da progetti immobiliari di lusso pensati per stranieri. Le infrastrutture – acqua potabile e fognature – non hanno tenuto il passo della popolazione, tanto che nel 2023 e’ entrato in funzione un impianto di desalinizzazione per cercare di tamponare una crisi idrica strutturale.

Nel 2025, il colpo di scena: il modello ha iniziato a implodere. L’occupazione alberghiera e scesa fino al 30-50 p.c., i viaggi verso Tulum sono calati del 15 p.c., gli hotel di lusso hanno perso fino al 35 p.c. delle presenze, le visite ai siti storici e archeologici sono crollate del 72 p.c.. Ristoranti vuoti, negozi chiusi, famiglie che si chiedono se valga ancora la pena restare in un posto dove il costo della vita e’ ormai comparabile a certe città europee ma i salari no. Tulum e’ la prova che un turismo estrattivo, senza limiti e regole ne’ redistribuzione non collassa i residenti gradualmente – ma a un certo punto collassa anche se stesso.

Rovigno in Istria, vive oggi la sua stagione migliore di sempre – la Croazia nel complesso viaggia verso un anno record – ma lo fa con una pressione pro capite impressionante: nei solo otto mesi del 2026 la città ha totalizzato milioni di pernottamenti a fronte di appena 13.700 residenti, un rapporto che nei giorni estivi porta tre turisti per ogni abitante.

La differenza rispetto a Tulum e’ che Rovigno ha iniziato a reagire prima di arrivare al punto di rottura: un Piano di Gestione della Destinazione fino al 2029 limita l’espansione di nuovi appartamenti turistici, mentre la Croazia ha appena riformato la tassazione delle case vacanza per fermare la conversione degli immobili residenziali in affitti brevi.

Non e’ detto che basti. Rovigno resta comunque una città in cui, d’estate, l’infrastruttura urbana serve una popolazione multipla di quella reale, e i prezzi delle case sono già saliti in modo significativo. Il tentativo di intervenire mentre il sistema e’ ancora in crescita – non dopo il collasso, come a Tulum – e’ di per sé una scommessa diversa, il cui esito si vedrà solo nei prossimi anni.

L’Elba in Toscana, non ha né il boom vertiginoso di Tulum ne’ la strategia esplicita di Rovigno. Ha semmai, un logoramento silenzioso. La crescita turistica e’ modesta ma costante (+2,2 p.c. di presenze nel 2025), l’economia resta focalizzata in tre ovvero quattro mesi l’anno, e intanto comprare casa richiede oggi 41 annualità di reddito medio contro le 23 attuali nel resto della Toscana. I giovani se ne vanno, la popolazione residente invecchia, i sette comuni che compongono l’isola faticano a trovare una politica comune, a coordinarsi su di un problema che richiederebbe una regia unica. Non c’è un titolo di giornale che annunci la crisi dell’Elba, come e’ successo a Tulum – ed e’ proprio questo che rischia di essere più difficile da correggere -: si scivola verso l’insostenibilità senza che nessun evento la renda visibile fino a quando i danni non sono già fatti.Per i residenti, i benefici del turismo sono concreti: reddito e occupazione in territori spesso periferici e privi di alternative economiche; entrate fiscali (tasse di soggiorno, di sbarco, imposte sulle case vacanza…) che finanziano servizi pubblici altrimenti fuori portata; un’economia che, quando funziona, tiene in vita interi borghi che altrimenti si spopolerebbero più in fretta.I costi, però, sono altrettanto reali: case che diventano inaccessibili, lavoro stagionale e precario, un costo della vita che sale tutto l’anno anche se il reddito arriva solo in pochi mesi, servizi pubblici (acqua, sanità, trasporti) sotto pressione cronica, e un’identità comunitaria che si dissolve quando l’isola in cui si vive diventa, per gran parte dell’anno, un prodotto in vendita per altri.

Se questi tre luoghi indicano una traiettoria comune, e’ questa: un’economia turistica non governata non si stabilizza da sola – o viene governata per tempo, o prima o poi si autocorregge nel modo più brutale, come sta succedendo a Tulum. Rovigno sta scommettendo sulla prima strada. L’Elba, per ora, non ha ancora scelto – e il rischio, per un’isola frammentata in sette amministrazioni -, e’ di scoprirlo solo quando sarà troppo tardi per scegliere. Tuttavia, detto onestamente, nessuna di queste comunità può permettersi di rinunciare al turismo: e’ la loro principale, spesso unica, fonte di reddito. Però la domanda non e’ se continuare ad accogliere i turisti, ma come riuscire a farlo durare trasformandolo da rendita in pochi anni, in un’economia capace di reggere per generazioni, e non rischiare di esaurirsi come una miniera.

Una risposta a “Quando il turismo è l’unica fonte di reddito

  1. isolato Rispondi

    L’intervento di Sossi è molto pertinente. E’ vero l’Elba “scivola verso l’insostenibilità senza che nessun evento la renda visibile fino a quando i danni non sono già fatti”. Per guardare al futuro però bisogna guardare al passato. Certamente aver incentivato l’edilizia delle seconde case è stato un errore, ma analogamente sono stati errori la frammentazione istituzionale coltivata come un bene assoluto, così come decisioni imposte dall’alto quale il piano paesaggistico regionale che impedisce la qualificazione degli alberghi che, non essendoci una alternativa all’economia, sono lo strumento principe per prolungare la stagione estiva ormai produttrice di invivibilità per mantenere l’occupazione; altrettanto non c’è mai stato un piano di sviluppo agricolo, non vincolato alle normative unificate nazionali e regionali, che consentisse il mantenimento delle aziende e la nascita di altre. Se si riduce ancora una volta il dibattito a comune unico si, comune unico no, se si pensa che questo serva per racimolare qualche finanziamento in più a livello nazionale o europeo, se si crede che tutto si risolva con la ZES, diciamolo, siamo amanti del rischio.

    3 Settembre 2026 alle 11:45

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