Pier Paolo Pasolini ovvero il ‘perfetto’ delitto italiano

di Jacopo Bononi*

Io so./Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato ‘golpe’ (e che in realtà è una serie di ‘golpe’ istituitasi a sistema di protezione del potere)./Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969./Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974./Io so i nomi del ‘vertice’ che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di ‘golpe’, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli ‘ignoti’ autori materiali delle stragi più recenti.(…) L’articolo di Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera del 1974 fu una specie di ‘testamento’ per il poeta friulano: egli morì massacrato a Ostia un anno dopo in circostanze così scabrose da far derubricare l’omicidio in un episodio di prostituzione omosessuale. La Procura di Roma ha aperto una nuova indagine sul suo omicidio il 2 novembre 2026: la decisione giunge esattamente nel giorno del 51° anniversario della sua morte all’Idroscalo. Il nuovo fascicolo giudiziario è stato ufficialmente affidato alla sostituto procuratore Silvia Santucci. La svolta e la conseguente riapertura del caso sono legate a due elementi centrali, emersi a seguito di un esposto depositato dall’avvocato Stefano Maccioni, legale dei familiari del poeta: le autorità si apprestano ad ascoltare una persona considerata un potenziale nuovo testimone, le cui dichiarazioni potrebbero fornire dettagli inediti sulla dinamica della notte tra il 1° e il 2 novembre 1975. L’istanza si basa anche su aggiornamenti e rivalutazioni di natura tecnica e scientifica legati alla scena del crimine. Dopo due passati tentativi di riapertura archiviati, questa mossa della Procura punta a fare definitiva chiarezza sulle incongruenze storiche, concentrandosi proprio sul fatto che il diciasettenne Pino Pelosi non abbia agito da solo, cercando di individuare i complici e i reali mandanti del delitto. Il dibattito sulla morte di Pier Paolo Pasolini, avvenuta all’Idroscalo di Ostia nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 è da decenni uno dei capitoli più complessi della storia italiana, in cui analisi politiche e riscontri giudiziari spesso si intrecciano. Walter Veltroni, nostro vincitore nel 2016, che si è occupato a lungo del caso anche attraverso saggi e interventi pubblici, ha più volte ribadito la certezza che Pino Pelosi non fosse solo quella notte. Nel mappare le possibili piste, Veltroni e altri analisti considerano l’aggressione da parte di militanti dell’estrema destra come una delle ipotesi concrete. Questa tesi si basa sul clima di fortissima violenza politica degli Anni di Piombo e sull’ostilità ideologica che gli ambienti neofascisti nutrivano verso Pasolini che era un intellettuale marxista e apertamente omosessuale. A supporto di questa visione ci sono anche le successive dichiarazioni di Pelosi e le testimonianze sui legami di criminali comuni romani dell’epoca, come i fratelli Borsellino, con l’estremismo nero. Una seconda tesi, che sposta il focus sui vertici della Democrazia Cristiana e sui servizi segreti, trova ampio spazio tra storici, giornalisti d’inchiesta e persino in atti parlamentari. Questa ricostruzione si articola su diversi livelli connessi: Pasolini stava scrivendo il romanzo d’inchiesta ‘Petrolio’ ed era convinto di aver scoperto i retroscena della morte di Enrico Mattei e il ruolo di Eugenio Cefis allora alla guida di ENI e Montedison. Pochi mesi prima di morire, nel celebre articolo ‘Io so’ sul Corriere della Sera, il poeta aveva accusato apertamente i vertici della DC di essere i mandanti politici delle stragi di Stato. L’omicidio sarebbe stato quindi un ‘delitto politico’ per metterlo a tacere. Una relazione della Commissione Parlamentare Antimafia ha ipotizzato che Pasolini sia stato attirato in una trappola all’Idroscalo con il pretesto di riscattare le pellicole rubate del suo film ‘Salò o le 120 giornate di Sodoma’. Secondo questa ricostruzione, nel furto e nel pestaggio sarebbero stati coinvolti esponenti della criminalità organizzata romana che in seguito avrebbero dato vita alla Banda della Magliana. Questa organizzazione, com’è noto da successive inchieste giudiziarie, ha storicamente operato come anello di congiunzione tra la malavita, l’eversione nera e pezzi deviati degli apparati statali. Tuttavia, scrittori ed esperti di criminalità romana come Giancarlo De Cataldo invitano alla cautela su quest’ultimo punto, ricordando che nel 1975 la Banda della Magliana non si era ancora formalmente costituita, anche se i singoli criminali che ne avrebbero fatto parte gravitavano già nei medesimi ambienti di borgata frequentati da Pelosi. Ancora più suggestiva, volendo approfondire, quindi la teoria della Banda della Magliana le cui vicende criminali sono state oggetto di un bel film di Michele Placido e poi di una serie tv. Nel film e nella serie televisiva Romanzo Criminale, ispirati al romanzo proprio del magistrato Giancarlo De Cataldo, viene effettivamente rappresentata la vicenda del ritrovamento del covo di Aldo Moro da parte della Banda della Magliana, un episodio storico realmente accaduto che evidenzia i legami della banda con gli apparati statali. Durante i 55 giorni del sequestro di Aldo Moro nel 1978, alcuni esponenti della Banda della Magliana, in particolare la fazione guidata da Franco Giuseppucci, il ‘Libanese’ della finzione, vennero contattati da emissari dello Stato e dei servizi segreti per sfruttare la loro rete di controllo sul territorio romano e localizzare la prigione dello statista democristiano. La banda riuscì effettivamente a individuare il covo delle Brigate Rosse, in via Gradoli o nella zona della Camilluccia, ma prima di poter intervenire ricevette l’ordine dai propri referenti politici e istituzionali di fermare le ricerche e ‘dimenticare’ l’informazione. Questo avvenne perché una parte del potere politico dell’epoca aveva ormai deciso che Moro non doveva essere liberato. Se in termini temporali la banda non era ancora operativa ciò non esclude una loro partecipazione. Quei personaggi si conoscevano da ragazzi, operavano insieme già da anni e facevano parte dello stesso ecosistema criminale. Abbatino che fu uno dei veri fondatori storici della Banda della Magliana, il ‘Freddo’ nella finzione letteraria e cinematografica, ha rilasciato dichiarazioni pesanti alla Commissione Parlamentare Antimafia. Ha raccontato che quella notte all’Idroscalo di Ostia erano presenti diversi soggetti della malavita romana legati a quella che sarebbe diventata la banda, confermando che l’ambiente dei ‘ragazzi di vita’ e dei criminali di borgata era un tessuto unico e interconnesso. Secondo la relazione della Commissione Antimafia, il furto delle pellicole originali del film di Pasolini non fu una semplice bravata di ladruncoli, ma un’operazione orchestrata da ‘organizzazioni criminali di livello superiore’ per attirare il regista in una trappola. Per gestire un ricatto del genere e trattare con un personaggio famoso come Pasolini, servivano agganci e uno spessore criminale che i piccoli delinquenti comuni non avevano, ma che i futuri leader della Magliana stavano già consolidando. Come accennato per la tesi di Veltroni, in quegli anni i confini tra malavita comune e militanza neofascista a Roma erano estremamente fluidi. Molti dei futuri componenti della Banda della Magliana, come Massimo Carminati, provenivano dai Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR) o collaboravano strettamente con l’eversione nera. Di conseguenza un ‘favore’ o un incarico commissionato da ambienti politici di destra poteva essere facilmente eseguito o supportato da questa rete di criminali che si muovevano tra le stesse strade e le stesse borgate di Pino Pelosi. Proprio per verificare se dietro la morte di Pasolini ci fosse la regia occulta di un gruppo organizzato e non l’azione isolata di un ragazzo, la Procura di Roma ha aperto il 2 novembre 2026 questa nuovissima indagine. Il nuovo fascicolo punterà i riflettori anche su questi storici legami di malavita, potere politico e istituzionale. L’aver saputo e l’aver detto di sapere potrebbe davvero essere costato la vita al Poeta. (…) Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico – non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento – deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.(…) Chi può pensare che parole così dure non siano state un buon motivo per ucciderlo?

*Jacopo Bononi- presidente del Premio letterario la Tore isola d’Elba

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