(…) È la seconda volta che mi chiama signor primo ministro. Io sono la signora primo ministro, e dovrà farci l’abitudine.(…)Volete che le figlie del Marocco siano dei lampadari per illuminare le vostre case? Io non sono un lampadario: sono un cervello, una coscienza, delle convinzioni e una battaglia. (…) Così si è espressa la premier marocchina appena nominata dal Re del Marocco alcune settimane or sono, El Mansouri, che ha duramente contestato la visione della donna promossa dai partiti conservatori, ribaltando una vecchia e controversa metafora usata dall’ex leader islamista Benkirane il quale in passato aveva paragonato il ruolo domestico delle donne a quello di ‘lampadari che illuminano le case’. Nel corso del suo intervento Mansouri ha accusato gli avversari politici di ignorare deliberatamente la realtà sociale del Marocco, ricordando che milioni di donne, comprese vedove e divorziate, lavorano quotidianamente per mantenere le proprie famiglie e non possono essere relegate a meri oggetti ornamentali. Il Re del Marocco a settembre ha nominato Primo Ministro per la prima volta nella storia dello Stato africano una donna. Queste nomine dimostrano che l’identità islamica non è monolitica né ferma al Medioevo. Esistono milioni di musulmani che vivono la modernità, l’emancipazione e la carriera professionale senza sentire alcuna contraddizione con la propria fede: la vera sfida del futuro non è tanto l’esistenza di un ‘Islam politico’, ma la capacità delle società a maggioranza musulmana di sviluppare uno spazio pubblico in cui i diritti delle donne e il pluralismo politico siano garantiti dalle leggi dello Stato, indipendentemente dalle oscillazioni della fede o del potere sovrano. Se paragonato all’Iran degli Ayatollah o all’Afghanistan dei Talebani, il Marocco si pone come un modello alternativo e competitivo nel mondo islamico. In Marocco, il Re detiene il titolo di Amir al-Mu’minin ossia Comandante dei Fedeli. Questo gli conferisce l’autorità religiosa suprema per decretare riforme progressiste, come la riforma del diritto di famiglia Mudawana o la nomina di donne leader, aggirando il veto dei conservatori e dei teocrati più radicali. Promuovere i diritti delle donne e l’inclusione politica, come è stato per la premier Mansouri, è una strategia deliberata per togliere terreno fertile all’estremismo religioso. Agli occhi dell’Occidente e di una parte consistente della popolazione locale, il Marocco dimostra che l’Islam può coesistere con la modernità giuridica, lo sviluppo economico e i diritti civili senza sfociare nel totalitarismo teocratico o nella cancellazione dei diritti femminili vista a Kabul e Teheran. Il concetto di ‘coraggio del Re’ nel contesto marocchino si riferisce storicamente e politicamente alle decisioni di Re Mohammed VI, salito al trono nel 1999. Il sovrano ha impresso una svolta modernizzatrice al Paese, sfidando le ali più radicali e conservatrici della società. Nel 2003, nonostante le massicce proteste di piazza organizzate dagli islamisti a Casablanca, il Re annunciò in Parlamento una riforma radicale del Codice di Famiglia, la Moudawana, poi entrata in vigore nel 2004. Il sovrano non impose la riforma come un diktat laico di stampo occidentale, ma la presentò come un cammino coerente con lo spirito autentico dell’Islam. Celebre la sua frase: ‘In qualità di Comandante dei Fedeli, non posso rendere lecito ciò che l’Altissimo ha vietato, né vietare ciò che Egli ha reso lecito’. Con questa formula, ha reinterpretato i testi sacri per erodere il ruolo subalterno della donna, innalzando l’età minima per il matrimonio da 15 a 18 anni, introducendo il divorzio consensuale e ponendo severissimi vincoli alla poligamia. La recente nomina di Fatima-Zahra Mansouri a Primo Ministro il 29 settembre 2026 rappresenta il culmine di questa visione strategica. Affidando la guida dell’esecutivo alla leader del Partito dell’Autenticità e della Modernità (PAM), il Re ha rotto un tabù storico nel mondo arabo-mediterraneo, legittimando una leadership femminile forte e dichiaratamente progressista in aperta opposizione ai partiti confessionali. Consapevole dei limiti strutturali della legge del 2004 e del persistere di scappatoie legali usate dai giudici conservatori nelle aree rurali, Re Mohammed VI ha formalmente riaperto il processo legislativo ordinando una nuova e più profonda revisione della Moudawana. Questo nuovo pacchetto di riforme affronta nodi sensibilissimi come l’uguaglianza successoria e la cancellazione totale delle eccezioni per i matrimoni minorili, scatenando un nuovo durissimo scontro politico tra i movimenti femministi e la destra islamista. Nel panorama del mondo islamico, la condizione femminile varia enormemente a seconda della legislazione interna, del livello di applicazione della Sharia e della stabilità politica. Secondo i principali indicatori internazionali sulle condizioni di genere, tra cui il Women, Peace and Security Index (WPS) sviluppato dal Georgetown Institute, i paesi islamici in cui le donne affrontano la situazione più drammatica ed escludente rientrano in alcune precise categorie ovvero il regime di Apartheid di Genere Totale come accade in Afghanistan che è costantemente classificato all’ultimo posto globale nel WPS Index. Sotto il controllo dei Talebani, il Paese ha imposto la cancellazione quasi totale della donna dalla vita pubblica cioè il divieto assoluto di istruzione scolastica oltre i 12 anni e chiusura totale delle facoltà universitarie e il divieto di svolgere la stragrande maggioranza dei lavori, comprese le organizzazioni non governative. Obbligo del burqa integrale in pubblico e impossibilità di viaggiare o uscire di casa senza un tutore maschio (mahram). L’ Iran pur mantenendo tassi di istruzione universitaria femminile molto alti, lo Stato applica una repressione poliziesca e giuridica strutturale come l’obbligo rigido del velo islamico sanzionato da pattugliamenti e sistemi di sorveglianza biometrica. Sul piano giuridico, una donna è considerata ‘minorenne a vita’ in molti ambiti familiari: necessita dell’approvazione scritta del marito o del padre per viaggiare all’estero o ottenere il passaporto, e la sua testimonianza nei processi penali ha la metà del valore legale rispetto a quella di un uomo. Anche il Pakistan si posiziona regolarmente ai gradini più bassi delle classifiche sulla parità di genere poiché accanto a un tasso di occupazione femminile tra i più bassi al mondo, specie nei ruoli dirigenziali, le donne affrontano livelli spaventosi di violenza domestica e il persistere della piaga culturale dei cosiddetti ‘delitti d’onore’, concentrati soprattutto nelle aree rurali e tribali. Quindi mai come ora possiamo ritenere la serie di riforme del Re del Marocco come una svolta epocale nella considerazione della donna dal punto di vista umano e culturale: anche se le critiche mosse da più parti sostengono che siano operazioni strategiche di facciata da parte del Sovrano, a noi sembrano grandi miglioramenti e motivo di grande soddisfazione e speranza.



