Per realizzare i sogni bisogna prima sognarli, mai lasciarli nel cassetto. Sono vivi ed hanno bisogno di essere nutriti, coltivati, curati. Don Antonio Mazzi lo faceva attraverso il “cammino”, attraverso un “fare” che era consapevolezza e progetto, organizzando incontri e missioni impossibili. Tutto può accadere, se si salva la purezza, la gentilezza, la cura. “C’è speranza – diceva Antonio Mazzi – fino a quando il personaggio non divora l’uomo”.
L’insegnamento del “Don” era esempio, pratica, parola, cammino, deserto. Un dialogo interiore per rifiorire dal dentro, imparando a riconoscersi senza sconti, senza scuse, ripartendo dal silenzio, da un io profondo, quello più fragile. Apparentemente più fragile, a volte mutilato, ma coraggioso nel momento stesso in cui si disvela per diventare nuovo inizio, ripartenza, creatività, soluzione. Un io ancestrale capace di salvarci dall’egoismo per dedicarci alla cura di qualcun altro. Il nostro io genuino, bambino, a volte segnato da ferite inascoltate, ma che è inalienabile: ci può dannare oppure riempirci d’amore. Per noi stessi e per il mondo nel quale siamo immersi. Noi siamo natura.
Antonio Mazzi condivideva con i suoi ragazzi e gli educatori la follia dei giusti, dei coraggiosi, di chi continua ad indignarsi. Di chi crede che insieme, nell’impegno, nella gentilezza, nella fermezza, nella tenacia, abiti l’unico futuro desiderabile, quello di un’ umanità capace di specchiarsi negli occhi degli altri per riconoscersi e comprendere. Per aiutare, ma non con il bonismo di chi si sente di averla fatta franca e di essere scampato al pericolo del “male di vivere”. Di chi fa elemosine, quasi per scaramanzia, elargendo per esorcizzare la paura del fallimento.
Solidarietà, prima di tutto, ci vuole. Ed ascolto, assenza di giudizio, parole che fanno bene, orecchie che soffrono quando ascoltano storie di abbandoni e violenze. E Don Mazzi di storie difficili ne ha convissute tante. Ma chi non ha una storia difficile? Riconoscerla, riconoscersi, raccontarla, condividerla, rende il cammino più leggero.
A volte la soluzione sta nei piccoli gesti, in un abbraccio, nel tornare a guardarsi negli occhi e accorgersi di quanto sono belli quelli dei ragazzi che vivono nelle Comunità della Fondazione Exodus. Occhi neri d’ematite, marroni di muschi e terre profumate, limpidi e curiosi come i fondali marini, guizzanti come scoiattoli, verdi di respiri e praterie, gialli felini e accesi di gocce di sole. Occhi che hanno visto troppo senza capire, ma capaci di guardare ancora l’orizzonte, di immergersi liquidi nel ventre delle madri e ricominciare dal primo atto d’amore che li ha generati.
Ho conosciuto Don Mazzi alla “Mammoletta”, la sede elbana della Fondazione Exodus. Stanislao Pecchioli e Marta Del Bono, da oltre 40 anni interpretano su quest’Isola, e mettono in pratica senza risparmiarsi, il suo insegnamento. Credo che abbiano imparato molto, con la pazienza di chi non può più fare a meno di prendersi cura di chi chiede aiuto. Incomprensioni, delusioni, scarsa riconoscenza, assenza di risposte, abbandoni, credo che abbiano affrontando tutto quanto si incontra vivendo. Con quella dose di “follia” che ci permette di tornare alla nostra vera essenza. Quella dei sogni, che non hanno niente a che vedere con la ragione. Quella che più si avvicina al divino.
Credo che quell’Elba generosa che conosce fatica e resilienza, debba fare propri i sogni e la follia di Don Mazzi, di Marta e Stanislao, raccogliendosi stretta intorno alla Comunità della Mammoletta. Quei ragazzi sono figli degli errori che abbiamo commesso come umanità. Le dipendenze non sono solo da sostanze. La povertà non è solo economica. Il dolore è strisciante come le meduse. Sta a noi farsi “testuggine”, tutti insieme, e tendere le mani per portarli al riparo.
Patrizia Lupi



