Riceviamo e pubblichiamo integralmente
A Capoliveri, la notizia che le 24 persone indagate sono state rinviate a giudizio per violazioni edilizie e’ corsa in un battibaleno tra le piazze, le vie, le strade, le case del borgo elbano. Incredulità mista a stupore, parole dette e sussurrate a mezza voce nei bar e tra la gente in piazza, sui media, ha fatto come lo scirocco, il giro dello scoglio: “Si’, e’ vero, il processo ci sarà a maggio preso il tribunale di Livorno”. Le indagini, minuziose, sono state eseguite dalla Guardia di Finanza e denominata “Edilizia Facile”. Lo scirocco per gli elbani non e’ soltanto un vento. E’ il vento del Mediterraneo, carico di odori, calori, canzoni e storie. Più rabbioso della tramontana fredda e oscura che viene dal Nord, lo scirocco ha una sua voce, piange e canta. Arriva dal Sahara. Quando soffia la luce cambia. Chi non e’ nato sulle isole, sulle sponde del Mediterraneo non può capirlo, questo vento fatto di fuoco e follia. Lo scirocco pretende obbedienza e ricorda all’uomo che non e’ il signore della natura. Impone di essere onorato con il silenzio e con il riposo. Ci si rifugia al chiuso, si cerca frescura tra i condizionatori rumorosi e numerosi nelle case del borgo, si esce solo al mattino molto presto o di sera. Non e’ ozio, non e’ immobilismo, e’ sopravvivere. Si tollerano i capricci di quest’ospite, sapendo che resterà solo per tre giorni e finirà per cedere il passo al gentile grecale. C’è solo un modo per sopravvivere allo scirocco: accoglierlo senza maledirlo e poi vivere con lentezza, allo scirocco bisogna arrendersi. Le persone coinvolte sono innocenti fino al terzo grado di giudizio. Il rinvio a giudizio non e’ una condanna, ma una tutela per l’indagato. Secondo la giurisprudenza, il rinvio a giudizio e’ l’atto del Giudice dell’Udienza Preliminare (GUP) che, accogliendo la richiesta del Pubblico Ministero (PM), ordina l’inizio del processo penale, ritenendo sussistenti indizi gravi e sufficienti per sostenere l’accusa in dibattimento e segna il passaggio dalle indagini al processo, unico filtro di garanzia. Una premessa necessaria per parlare di un territorio elbano ferito e della responsabilità pubblica. L’immagine, forse, di un paese cresciuto con case sorte dove la legge non lo consentiva. L’abuso edilizio e’ una frattura del patto tra cittadini, istituzioni e territorio. Ogni edificio costruito senza titolo, ogni ampliamento irregolare, ogni condono lascia un segno che va oltre il manufatto in sé. Il consumo del territorio accelera l’assetto idrogeologico e indebolisce il paesaggio, che e’ parte della nostra identità culturale che si degrada. In un’isola fragile, dove frane e alluvioni sono, oramai, eventi ricorrenti a causa del cambiamento climatico, edificare senza regole significa moltiplicare il rischio. Non si tratta di estetica o di tutela ambientale, ma di una pianificazione urbanistica alterata. Il danno e’ collettivo: lo pagano i residenti, lo paga la finanza pubblica, lo paga la credibilità di quel Comune. La responsabilità primaria della vigilanza urbanistica ricade sul Comune. Sono gli uffici tecnici a dover controllare, notificare abusi, ordinare demolizioni. Troppo spesso, le ordinanze restano sulla carta. Le demolizioni non vengono eseguite. Le sanzioni si perdono nei ricorsi. Le ragioni del mancato rispetto delle regole urbanistiche affondano, spesso, in un terreno culturale ed economico. La soluzione non può essere unicamente repressiva, ma nemmeno indulgente. Le demolizioni devono essere eseguite in tempi ragionevoli, senza eccezioni. Il catasto deve essere aggiornato, con l’incrocio dei dati e l’utilizzo dell’IA (Intelligenza Artificiale) e dei dati satellitari, poi, le piattaforme pubbliche che rendono tracciabili le pratiche edilizie. Tuttavia, si sente la necessità di un nuovo patto urbano, che riconosca il valore del territorio come risorsa limitata e che la proprietà privata sia considerata un patrimonio da custodire e non solo da sfruttare. Senza legalità urbanistica non vi e’ sviluppo sostenibile, ma caos. Senza sviluppo sostenibile per l’Elba non c’è futuro che tenga, il turismo sarà il primo a scappare.


