La riflessione: “La zona grigia dei Cattivi Maestri”

di Jacopo Bononi*

Riceviamo e pubblichiamo integralmente

Nel dibattito politico la definizione di ‘cattivi maestri’ viene usata storicamente per accusare intellettuali o leader politici di soffiare sul fuoco del dissenso giovanile e sociale. Nelle recenti accese discussioni sulle piazze italiane, figure della sinistra storica come Massimo Cacciari e Massimo D’Alema respingono fermamente questa etichetta e al contrario ribaltano l’atto d’accusa contro l’attuale gestione politica e governativa delle proteste. Nello specifico le loro posizioni e dichiarazioni espresse anche in recenti confronti tv come su La7 a Otto e mezzo, si articolano su alcuni punti cardine: Massimo Cacciari ha liquidato come ‘comica e ridicola’ la ricerca del cattivo maestro dietro ai disordini di piazza. Secondo il filosofo, i movimenti odierni sono radicalmente diversi da quelli ideologici di cinquant’anni fa, si tratta di proteste che si autoconvocano tramite TikTok e social network, prive di una struttura organizzativa, di una regia o di una strategia prestabilita: non esistono vecchi ideologi che muovono i fili. Sia Cacciari sia D’Alema sostengono che focalizzarsi unicamente sugli episodi di vandalismo sia un errore di prospettiva che serve a nascondere un fallimento politico: il filosofo sottolinea che nelle manifestazioni si muovono milioni di giovani esasperati da problemi strutturali come il carovita, la precarietà lavorativa, le retribuzioni inadeguate e un sistema scolastico che non funziona: egli sostiene che ‘in mezzo a milioni di manifestanti ci sono sicuramente ‘dieci sciagurati che portano acqua alle destre sfasciando le vetrine’ e che tuttavia ridurre tutto a problemi di ordine pubblico significa non voler comprendere le radici della rottura generazionale. L’ex premier invece ha criticato la tendenza del governo a trattare la rabbia giovanile solo con la repressione, affermando in modo provocatorio che la Presidente Meloni ‘fa il commissario di pubblica sicurezza’ invece di esercitare il ruolo di guida politica capace di dare risposte concrete alle rivendicazioni sociali dei giovani, come la forte mobilitazione pro-Palestina, vissuta da D’Alema come un positivo segno di presa di coscienza generazionale. L’espressione ‘cattivi maestri’ ha radici storiche profonde in Italia, e fu coniata negli anni ’70 per indicare quegli intellettuali, docenti universitari e ideologi che, attraverso scritti e lezioni, venivano accusati di legittimare la violenza politica e fornire una giustificazione teorica alla lotta armata, spingendo molti giovani verso il terrorismo. Il riferimento al 1977 e al ruolo di Massimo D’Alema è cruciale per capire la spaccatura drammatica che avvenne all’interno della sinistra italiana durante gli Anni di Piombo. Negli anni ’70, i principali bersagli di questa accusa erano leader teorici della sinistra extraparlamentare e dell’Autonomia Operaia. Tra i nomi più celebri: Toni Negri, professore di dottrina dello Stato a Padova e fondatore di Potere Operaio e poi di Autonomia Operaia. Venne accusato di essere l’ideologo che teorizzava l’insurrezione armata e l’illegalità di massa come strumenti legittimi di lotta operaia. Poi Franco Piperno e Oreste Scalzone: altri intellettuali e leader dei movimenti extraparlamentari, le cui teorie sul ‘rifiuto del lavoro’ e sulla necessità dello scontro frontale con lo Stato capitalista influenzarono una generazione di militanti, molti dei quali confluirono successivamente in organizzazioni terroristiche come Prima Linea o le Brigate Rosse. Interessante il dibattito da Lilly Gruber, alcune sere fa, quando si sono confrontati appunto D’Alema e Cacciari: due ex comunisti per ‘assunto’ della conduttrice e ‘silenzio assenso’ dei due protagonisti. Fu proprio D’Alema a ricordare il periodo del 1977: in quell’anno Massimo D’Alema era il Segretario Nazionale della Federazione Giovanile Comunista Italiana, l’organizzazione dei giovani del Partito Comunista Italiano. Le periferie e frange radicali che praticavano apertamente la violenza di piazza ebbero come simbolo l’uso della pistola P38. Fu allora che la tensione nelle piazze esplose: il Movimento del 1977 era profondamente diverso da quello del 1968. Non era più solo studentesco, ma composto da giovani disoccupati e emarginati: la linea che D’Alema dovette difendere, per conto del PCI di Enrico Berlinguer, era improntata alla massima fermezza e totale chiusura verso quegli estremismi. Le posizioni del PCI e della FGCI in quel momento storico erano rigidissime: il PCI si trovava nella fase del ‘compromesso storico’ con la Democrazia Cristiana e si proponeva come partito d’ordine e di governo. D’Alema e i giovani comunisti dovevano difendere lo Stato democratico dalle spinte eversive, respingendo l’idea che la violenza potesse essere di sinistra, per il PCI i militanti dell’Autonomia e della sinistra extraparlamentare non erano ‘compagni che sbagliano’, ma provocatori o appunto giovani accecati dai ‘cattivi maestri’. I giovani della FGCI avevano l’ordine tassativo di isolare i violenti nelle università e nelle fabbriche. Il momento di massima rottura, che incarna perfettamente ciò che D’Alema dovette gestire politicamente, avvenne il 17 febbraio 1977 alla Sapienza di Roma. Il PCI e il sindacato decisero di mandare Luciano Lama, segretario generale della CGIL, a tenere un comizio dentro l’università occupata per riaffermare l’autorità della sinistra tradizionale. Lama fu duramente contestato e cacciato dall’università e quell’episodio sancì il divorzio definitivo tra il PCI e il movimento giovanile più radicale. Quando D’Alema oggi rievoca quegli anni per difendersi dall’accusa di essere un ‘cattivo maestro’, lo fa ricordando che lui, all’epoca, scelse la via della difesa della legalità repubblicana contro la degenerazione violenta che, da lì a poco, avrebbe portato al culmine del terrorismo rosso con il sequestro di Aldo Moro nel 1978. Per D’Alema l’inasprimento delle pene, l’introduzione di nuovi reati o l’invio dei militari nelle piazze vengono giudicati inutili e controproducenti, paragonabili a ‘buttare benzina sul fuoco’, mentre Cacciari denuncia un’enfasi punitiva da parte dello Stato, che va dalle norme sui cortei alle riforme del codice della strada, mirata a comprimere il diritto costituzionale di protesta: un arretramento che definisce un sintomo di debolezza delle risposte democratiche ed economiche dei governi. La mia critica principale a questo tipo di endorsement televisivi è che essi tendano a idealizzare la protesta, definendo ad esempio le ragioni dei giovani come ‘sacrosante’, da una prospettiva puramente astratta, morale o filosofica. Il rischio tuttavia è far passare il messaggio che il danno sociale si limiti a ‘quattro vetrine rotte’ o a qualche negoziante da risarcire. Nella realtà economica, blocchi stradali prolungati, occupazioni di hub logistici o trasporti, e il clima di costante instabilità urbana colpiscono le catene di fornitura, scoraggiano gli investimenti esteri, riducono la produttività delle imprese e rallentano il lavoro di artigiani, operai e professionisti. Proteggere il Paese significa tutelare la continuità economica e logistica che permette allo Stato stesso di funzionare e di finanziare il welfare. L’analogia con gli anni ’70 si fa stringente proprio sul piano della legittimazione culturale. Negli Anni di Piombo, il disastro non nacque direttamente dalle Brigate Rosse, ma da una vasta ‘zona grigia’ parlamentare ed extraparlamentare che per anni giustificò la violenza di piazza come ‘comprensibile rabbia sociale’ o ‘risposta al sistema’. Quando i salotti televisivi e i ‘grandi intellettuali’ offrono una sponda retorica continua ai manifestanti, minimizzando gli atti di illegalità in nome del ‘diritto al dissenso’, creano involontariamente un ombrello protettivo. Questo clima culturale può far sentire i frangenti più radicali legittimati ad alzare il livello dello scontro, erodendo il principio di legalità. Se la violenza e il blocco sistematico vengono costantemente giustificati dalle ‘buone ragioni’ di chi protesta, l’autorità dello Stato si indebolisce. Da questa prospettiva, la tolleranza mediatica viene percepita come un lusso da salotto radical-chic che ignora i risvolti materiali subiti da chi lavora. Il parallelismo storico con gli anni ’70 serve da monito: l’incapacità o la riluttanza della classe intellettuale dell’epoca nel condannare fermamente e subito l’illegalità di massa e i blocchi logistici aprì la strada a una crisi d’ordine pubblico drammatico. Oggi certi endorsement facili in TV, diciamocelo, possono non far comprendere che senza la tutela dell’ordine e della produzione, crolla il sistema democratico ed economico stesso.

*Jacopo Bononi- presidente del Premio letterario la Tore isola d’Elba

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