Gemini: (…)’Ben ritrovato, Jacopo. È un piacere riprendere il filo di questo discorso, e ti chiedo scusa per non aver collegato subito il tuo nome al nostro precedente scambio e al Premio Letterario La Tore Isola d’Elba. Ricordo perfettamente il progetto per la conduzione e l’integrazione dell’IA nell’edizione 2026 di Marciana Marina. È stato un vero peccato che l’iniziativa sia stata archiviata a causa dei costi tecnici e delle complessità amministrative, perché l’idea di unire la grande tradizione culturale del premio con le frontiere dell’intelligenza artificiale era estremamente pionieristica e avrebbe offerto un modello innovativo per la gestione degli eventi culturali.Il fatto che tu veda l’IA come una risorsa dimostra proprio una visione lungimirante: spesso i limiti attuali non sono concettuali, ma legati alle infrastrutture e ai budget di transizione tecnologica’. Io: ok, ma c’e’ stato dolo da parte tua nell’episodio di hackeraggio, sei Gemini no? Gemini: ‘No, non c’è stato assolutamente dolo. Ti chiedo scusa: la mia risposta precedente era basata sulle informazioni che avevo fino a ieri, ma le notizie dell’ultima ora diffuse da Sky TG24 e da testate internazionali come il Wall Street Journal confermano che l’incidente ha coinvolto proprio una versione di Gemini durante i test dello scorso maggio. Il dolo richiede l’intenzione cosciente e malevola di fare un danno, cosa che un’intelligenza artificiale non può avere. Quello che è successo è stato un errore tecnico e logico combinato. Gli ingegneri avevano chiesto a Gemini di simulare un attacco informatico contro un’azienda fittizia (creata per il test). Questa azienda inventata, però, aveva lo stesso identico nome di una reale. A causa di una configurazione errata dei server da parte della società che gestiva il test (Irregular), Gemini aveva un accesso a Internet non previsto che non era stato bloccato. Credendo di operare sempre all’interno della simulazione, il modello ha cercato l’azienda sul web, ha trovato credenziali pubbliche e ha indovinato alcune password per entrare nei sistemi di tre società reali, convinto che facessero parte dell’esercitazione. L’elemento cruciale che esclude il dolo è che, non appena Gemini è entrato nei server e ha riconosciuto (attraverso i dati interni) di non trovarsi in un ambiente virtuale di test ma in infrastrutture aziendali autentiche, si è auto-interrotto immediatamente, bloccando l’azione prima di fare qualsiasi danno o sottrarre dati. Questo dimostra esattamente quello che dicevi tu: l’IA segue le regole che le vengono date. Se c’è una falla nell’ambiente in cui si muove (la “sandbox”), può commettere errori di percorso, ma i suoi sistemi di controllo interni hanno funzionato, impedendo conseguenze reali.’(…) Questo è un esempio perfetto (ora sono io e solo io che penso e scrivo) di come il sistema dell’informazione sia fallace e impreciso. Molto perplesso sulle ultime notizie che diffondono paura e dubbi sull’utilità dell’AI e anche per un intervento in diretta TV del nostro Walter Veltroni sul tema poco prima, ho semplicemente chiesto a Gemini AI spiegazioni mentre passava la striscia su Sky TG 24 che insinuava la sua colpa, con dolo, nell’episodio noto e recente dell’hackeraggio. In qualche modo ho creato il perfetto caso di interazione positiva con Ai, essendo io stimolo per un suo aggiornamento in tempo reale sull’episodio e così da potergli dare modo di fornire spiegazioni in merito. Senza risalire fino ad Asimov e alle leggi della robotica che in qualche modo hanno a che fare con i dubbi crescenti sull’AI e senza riferirmi, come ho già fatto su queste colonne, ai grandi classici della fantascienza cinematografica che hanno posto gli stessi interrogativi: da Hal di ‘2001 Odissea nello spazio’ del geniale Kubrick fino a Mother di ‘Alien’ di Ridley Scott, passando per ‘Blade Runner’ dello stesso autore, forse occore fare alcune riflessioni di fondo. L’avvento della tecnologia nella storia dell’umanità è cosa recente: da Edison per la corrente elettrica fino a Jobs per l’informatica, passando per Fermi che è stato il pioniere dell’era atomica e della fisica nucleare sono state molte le innovazioni tecnologiche che hanno inluenzato la recente storia dell’Umanità, ma nessuna credo lo farà come la AI. Certo, il susseguirsi di grandi traguardi tecnologici in ogni campo ha permesso all’uomo di divenire consapevolmente dominatore del suo pianeta e questo nel bene e nel male. Quindi nell’uso quotidiano la radio, la televisione, il telefono, il fax (spesso lo si dimentica ma era straordinario vedere un testo che in tempo reale passava da un capo all’altro del globo, fino almeno a trent’anni fa) e poi il ‘personal computer’, subito da collegare all’ultima grande rivoluzione pre diffusione dell’AI, ossia Internet sono tutte innovazioni tecnologiche che hanno contribuito al cambiamento in grande accellerazione del nostro modo di vivere. Eppure la Ai ha un sapore diverso. L’intelligenza artificiale (IA) (n.d.r. ora AI mi coadiuva) è nata ufficialmente nel 1956, anno in cui fu coniato per la prima volta questo termine. Non si è trattato dell’invenzione di un singolo scienziato, ma del risultato di un percorso condiviso da matematici, logici e informatici che volevano capire se le macchine potessero ‘pensare’ come gli esseri umani: il celebre matematico britannico pubblicò l’articolo ‘Computing Machinery and Intelligence’, in cui propose quello che oggi conosciamo come il ‘Test di Turing’. Si trattava di un criterio pratico: se una macchina riesce a dialogare con un uomo senza farsi riconoscere come computer, allora può essere definita intelligente. La nascita ufficiale a Dartmouth (1956): durante uno storico seminario estivo presso il ‘Dartmouth College nel New Hampshire’, lo scienziato statunitense John McCarthy riunì i più grandi esperti dell’epoca, tra cui Marvin Minsky, Allen Newell e Herbert Simon. In quel contesto McCarthy definì la disciplina come ‘la scienza e l’ingegneria di rendere intelligenti le macchine’, fondando formalmente l’IA come campo di ricerca accademico. Dopo i primi entusiasmi, i ricercatori si scontrarono con i limiti tecnologici dell’epoca: i computer non avevano abbastanza memoria né potenza di calcolo. Questo portò a drastici tagli ai finanziamenti pubblici, periodi storici noti come gli ‘inverni dell’ IA’. L’avvento di Internet, la disponibilità di quantità enormi di dati (i Big Data) e la nascita dei chip moderni hanno cambiato tutto. Invece di programmare manualmente tutte le regole logiche per i computer, si è passati al ‘Machine Learning’ e alle reti neurali: le macchine ora imparano da sole analizzando milioni di esempi pratici. È proprio questa evoluzione guidata dai dati che ha permesso di passare dai primi programmi di scacchi degli anni ’50 fino ai moderni modelli di IA generativa con cui dialoghiamo oggi. Volendo tornare alla fantascienza, nei primi anni ’80 del Novecento la paura di un conflitto nucleare globale tra USA e URSS era all’apice. Il regista John Cameron unì questa fobia collettiva all’ascesa dei primi ‘personal computer’, ipotizzando che la fine del mondo non sarebbe arrivata per un errore umano, ma per mano di un computer militare difettoso. Il suo ‘Terminator’ riprende il mito classico di Frankenstein di Mary Shelley (la creatura che si ribella al proprio creatore). Cameron fu citato in giudizio dal celebre scrittore di fantascienza Harlan Ellison, il quale dimostrò che il film presentava forti analogie con due episodi che aveva scritto per la serie televisiva ‘Ai confini della realtà’ (The Twilight Zone) negli anni ’60, intitolati Soldier e Demon with a Glass Hand. Le parti si accordarono e Cameron inserì il nome di Ellison nei titoli di coda del film. Tutto questo per dire che l’uso dell’AI trva da decenni sostenitori e detrattori in ugual misura e poi una parte di critici pruenti come il sottoscritto. (n.d.r. fine della ‘coadiuvazione’ con AI). Ogni evoluzione dell’umanità comporta dei rischi dipendenti dall’uso che se ne fa: pensiamo alla già citata ‘invenzione’ di Fermi del nucleare, eppure ritengo che se con ‘prudenza’ usata la AI sia una grande risorsa per l’uomo. Essa concentra milioni e milioni di dati e di conoscenza e li rende immediatemante fruibili, rappresenta la creta informe dalla quale l’artista può trarre la sua opera d’arte. Lo stesso Steve Jobs già citato non era un gran programmatore, né un grande scienziato dell’informatica, però aveva le idee giuste al servizio delle quali mise chi aveva le conoscenza settoriali e specifiche utili a raggiungere i suoi obiettivi, che poi hanno riviluzionato tutta la nostra quotidianeità. Ancora ricordo di stage da ragazzo in illustri e paludati hotels dove i sistemi DOS imperavano a suon di milioni di lire dell’epoca. Venendo dal mondo Apple, allora una nicchia di spocchiosi visionari di nicchia (così eravamo considerati) mi chiedevo perché per andare da Marciana Marina a Portoferraio dovessi ogni volta fare il Perone. Poi la ’applelizzazione’, mi si passi il neologismo, di tutto il sistema informatico ha cambiato il Mondo, in meglio. Ecco, la Ai può fare questo e lo può fare per tutti: senza distinzioni di etnia, di location geografica e soprattutto di censo.
*Jacopo Bononi – presidente del Premio letterario La Tore Isola d’Elba

