La proposta del sindaco di Marciana, Simone Barbi, al quale mi lega una fraterna e antica amicizia col babbo Angelo, tocca un nervo scoperto della politica elbana che fa discutere da decenni: il bilanciamento tra efficienza burocratica e identità territoriale. Da par mio continuo a vedere, anche dopo aver letto la sua intervista, nella frammentazione amministrativa in sette piccoli comuni la causa principale della debolezza politica dell’isola nei tavoli con la Regione Toscana e lo Stato (specie su temi cruciali come continuità territoriale, sanità e trasporti). Tre o sette comuni significano comunque una moltiplicazione di uffici tecnici, segretari comunali, piani operativi e regolamenti, che spesso creano confusione ai cittadini e rallentano lo sviluppo. Richiamare la divisione di epoca napoleonica, come un bravo sindaco colto deve dimostrare di poter fare, è un passo indietro rispetto a un mondo globalizzato che richiede risposte rapide e accentrate. Barbi ricorda il fallimento del referendum del 2013 per il Comune Unico poiché la cittadinanza si espresse nettamente contro, il sindaco ritiene che imporre oggi una ‘fusione a freddo’ provocherebbe solo un enorme caos burocratico e forti resistenze popolari. L’idea di un Comune dell’Anello Occidentale (unendo Marciana, Marciana Marina e Campo nell’Elba) si basa sul fatto che queste comunità condividono la stessa economia (prevalentemente turistica e legata al Monte Capanne), problemi geografici simili e una forte affinità culturale. Secondo Barbi, unire queste tre realtà sarebbe un passo più realistico e digeribile per i cittadini. Prima di fondere i municipi, Barbi propone di unificare i servizi critici (come già si fa con la GAT per il turismo, o estendendola a Polizia Locale e Protezione Civile). L’obiettivo è abituare le macchine comunali a lavorare insieme prima di cancellare i confini. In sintesi, mentre i critici come me vedono nella proposta dei tre comuni un ‘campanilismo allargato’ che non risolve i problemi strutturali dell’Elba, la visione del sindaco tenta di essere un compromesso pragmatico per superare lo stallo politico attuale, partendo dal presupposto che il Comune Unico, oggi, non verrebbe accettato dalla popolazione. Volendo approfondire, il colto richiamo del sindaco all’epoca napoleonica non è solo una suggestione storica, ma si riferisce a una precisa ripartizione geografica e amministrativa che risale al 1814, quando Napoleone Bonaparte fu sovrano del Principato dell’Elba. Il legame tra l’analisi moderna e l’impostazione napoleonica si sviluppa su diversi livelli. Durante il suo breve regno, Napoleone dovette fare i conti con le forti rivalità storiche tra le varie zone dell’isola. Pur unificando l’Elba sotto un’unica bandiera, riconobbe tre anime territoriali ben distinte, simboleggiate (secondo la tradizione locale) dalle tre api d’oro sul fondo rosso della bandiera elbana che lui stesso disegnò, ossia Portoferraio la capitale, centro burocratico, militare e cosmopolita. L’Anello Orientale (distretto minerario/marittimo) legato a Rio e Longone (oggi Porto Azzurro), caratterizzato storicamente dalle miniere di ferro. Infine l’Anello Occidentale (distretto agricolo/montano) concentrato attorno al Monte Capanne, con i territori di Marciana e Campo. La proposta di Barbi ricalca esattamente questa visione: isolare Portoferraio come entità a sé stante e fondere i piccoli comuni limitrofi nei due rispettivi ‘Anelli’ (Orientale e Occidentale). Napoleone notò che le tre macro-aree avevano economie e stili di vita completamente diversi. Il sindaco Barbi usa oggi lo stesso argomento: unire Marciana, Marciana Marina e Campo nell’Elba ha senso perché sono tre territori ‘omogenei’ nel senso che condividono la stessa vocazione turistica legata alla natura, alla montagna e alle spiagge occidentali, affrontando i medesimi problemi logistici. Per Barbi, l’impostazione napoleonica funziona ancora perché rispetta le reali identità socio economiche dell’isola, a differenza di un Comune Unico che appiattirebbe le differenze. Napoleone era un accentratore infatti creò un’amministrazione moderna, efficiente e centralizzata proprio per superare i campanilismi storici dei singoli paesi. Chi sostiene il Comune Unico oggi come me si rifà proprio al metodo napoleonico della modernizzazione e della semplificazione centralizzata. La posizione di Barbi al contrario, cita Napoleone per giustificare la divisione in tre macro-aree, usandola come scudo contro la fusione totale e sostiene che l’Elba non sia ancora pronta al centralismo assoluto e che la tripartizione sia lo stadio intermedio ideale. La visione del sindaco Barbi si trova esattamente all’opposto dell’efficienza ‘stile svizzero’ del mio precedente intervento, creando una frizione evidente tra il pragmatismo politico locale e la razionalizzazione amministrativa moderna. Chi invoca come il sottoscritto la precisione e l’efficienza svizzera per l’Elba immagina un’amministrazione sul modello dei Cantoni o delle grandi fusioni municipali elvetiche. Un solo ufficio tecnico, un unico comando di Polizia Locale, un solo piano regolatore e un unico interlocutore per i trasporti. Meno costi di gestione politica e burocratica, processi digitalizzati e standardizzati, e un peso contrattuale enorme nei confronti della Regione. L’isola viene trattata come un’unica azienda-territorio da ottimizzare per eliminare ogni spreco. La visione di Barbi (il modello politico-identitario) frammentando l’isola in tre aree (o mantenendo le gestioni associate), mina alla base questa efficienza matematica. Le gestioni associate (come la GAT) richiedono che 7 sindaci si mettano d’accordo a maggioranza, per i sostenitori dello stile svizzero come me, questo significa lentezza decisionale, veti incrociati e compromessi al ribasso. Inoltre creare tre comuni (invece di uno o sette) riduce i campanilismi, ma non li elimina perchè ci sarebbero comunque tre sindaci, tre giunte e tre visioni diverse dello sviluppo elbano. Barbi ammette che il Comune Unico sarebbe efficiente ‘dal punto di vista tecnico e teorico’, ma lo rifiuta perché la popolazione non lo vuole. Sceglie quindi di sacrificare l’efficienza pura sull’altare della pace sociale e dell’identità storica e in buona sostanza la proposta dei tre comuni cerca di salvare l’identità locale a scapito della massima semplificazione. Per chi come me sogna un’Elba organizzata come un ‘orologio svizzero’, la visione del sindaco appare come un compromesso inefficiente che rallenta la modernizzazione dell’isola, per il sindaco invece è l’unico modo realistico per fare un piccolo passo avanti senza scatenare una rivolta nei singoli paesi. Dietro i discorsi ideologici sulla storia napoleonica e sull’efficienza amministrativa c’è quasi sempre una partita a scacchi legata al potere politico, al consenso e alla sopravvivenza istituzionale dei singoli leader e sono le dinamiche di autoconservazione della classe politica che è basata su calcoli di convenienza ben precisi per i due protagonisti che sono venuti allo scoperto per primi tra ieri e oggi sul tema. In uno scenario di Comune Unico dell’Elba, Portoferraio diventerebbe inevitabilmente il centro nevralgico della nuova amministrazione. Portoferraio è già la capitale storica, economica e demografica dell’isola. Chi governa la città medicea si troverebbe in una posizione di netto vantaggio per guidare un eventuale super-comune, al di là dell’elegante schernirsi del primo cittadino ‘ferajese’. Per un sindaco di Portoferraio (che deve gestire la complessità dei flussi commerciali, dell’ospedale e dei trasporti), dover negoziare ogni singola decisione con altri sei sindaci di piccoli comuni è un freno continuo mentre il Comune Unico eliminerebbe i ‘veti’ della periferia, mettendo Portoferraio (e chi la guida) al comando effettivo dell’intera isola. Per il sindaco di un piccolo comune montano e periferico come Marciana, il Comune Unico rappresenta il rischio concreto dell’estinzione politica e amministrativa: in un Comune Unico, Marciana e le sue frazioni diventerebbero l’estrema periferia di un territorio centralizzato. Il peso elettorale dei cittadini di Marciana verrebbe diluito e conterebbe pochissimo rispetto a quello dei centri più popolosi a meno delle garanzie già proposte del modello svizzero di rappresentanza. Meno comuni significano meno sindaci, meno assessori e meno consiglieri comunali. Per i rappresentanti
dei piccoli borghi, difendere l’autonomia municipale significa anche difendere il proprio ruolo e la capacità di incidere direttamente sul territorio quindi proporre la fusione a tre (l’Anello Occidentale) consente a Barbi di non passare per un semplice conservatore ancorato al passato, ma di presentarsi come un innovatore moderato. Al tempo stesso, unendo Marciana, Marciana Marina e Campo, si creerebbe un blocco occidentale abbastanza forte da fare da contrappeso a Portoferraio salvaguardando il potere politico locale. Il dibattito amministrativo dell’Elba è anche una lotta per la centralizzazione contro il decentramento del potere. Chi sta al centro (Portoferraio) spinge comprensibilmente per la massima unificazione, perché ha i numeri per controllarla mentre chi sta in periferia (i piccoli comuni come Marciana) frena o propone soluzioni intermedie, perché sa che in un unico grande calderone i propri bisogni specifici e la propria classe politica rischierebbero di diventare invisibili. Il sistema politico svizzero (federalismo e democrazia diretta) nasce esattamente per risolvere il dilemma che vive l’Elba, come unire territori diversi per essere forti ed efficienti senza che il centro più grande schiacci le piccole periferie. Se applicassimo, ripeto, un modello ‘stile svizzero’ adattato all’Isola d’Elba, i contrasti tra Portoferraio (Nocentini) e i piccoli comuni (Barbi) verrebbero neutralizzati attraverso alcuni pilastri fondamentali: in Svizzera non esiste un Presidente forte, ma un Consiglio Federale di 7 membri dove le decisioni si prendono per consenso (collegialità). Il ‘Comune Unico’ non avrebbe un unico sindaco onnipotente eletto a Portoferraio perché l’amministrazione sarebbe guidata da un comitato esecutivo fisso in cui siedono i rappresentanti dei vecchi municipi o delle macro-aree (es. due per l’Ovest, due per l’Est, due per il Centro, due per il Sud). Nocentini non avrebbe il monopolio del potere e Barbi non verrebbe escluso. La guida dell’isola sarebbe condivisa, obbligando i leader alla mediazione continua. Inoltre per evitare che i cantoni più popolosi dettino legge a quelli montani, il parlamento svizzero dà lo stesso peso alle regioni nella camera alta. Da noi il consiglio comunale del Comune Unico verrebbe diviso in due livelli decisionali per le materie chiave. Una camera basata sul numero di abitanti (dove Portoferraio avrebbe più peso) e una camera basata sul territorio (dove Marciana, Marciana Marina e ogni ex comune avrebbero esattamente lo stesso numero di rappresentanti, ad esempio due per ciascuno). Quindi nessuna legge o piano strutturale potrebbe passare senza il voto favorevole dei piccoli territori. Marciana manterrebbe un totale potere di veto sulle decisioni che riguardano il suo territorio. Infine i comuni svizzeri fusi mantengono un’altissima autonomia di spesa e gestione sui servizi di prossimità. Il Comune Unico elbano si farebbe carico solo delle grandi macro-funzioni (Sanità, Porti, Trasporti, Promozione Turistica, Rifiuti) e i vecchi municipi verrebbero trasformati in Municipi di Distretto con un proprio budget autonomo per gestire la manutenzione locale, le feste di paese, le scuole elementari e il decoro urbano. Quindi la burocrazia si alleggerirebbe a livello centrale (efficienza), ma il cittadino di Marciana continuerebbe ad avere il suo sportello sotto casa e la sicurezza che le tasse pagate all’Ovest rimangano in parte all’Ovest per i progetti locali. Il sistema svizzero dimostra che l’efficienza non richiede l’annientamento delle identità. Se applicato all’Elba, toglierebbe a Portoferraio la paura degli altri di essere ‘colonizzati’ e darebbe ai piccoli comuni la certezza giuridica di non sparire, realizzando quel Comune Unico efficiente che il sindaco Barbi definisce valido ‘in teoria’, ma rendendolo finalmente possibile ‘in pratica’.
Jacopo Bononi- presidente del Premio letterario La Tore Isola d’Elba



