Flavio Orsi è ormai uno dei pochi pittori portoferraiesi, se non elbani, a non farsi turbare dalle meccaniche e dalle concettualità dell’arte contemporanea. Da decenni porta avanti un’opera d’osservazione e trasposizione del paesaggio cittadino e campestre, dedicandosi all’annotazione dei colori e delle luci di quei paesaggi che rendono il territorio nel quale è nato e vissuto quello che è.
Come quasi ogni anno, il cuore dell’estate è il momento da lui scelto per presentare al pubblico il nuovo frutto del suo lavoro. Accanto ai classici soggetti della campagna, che in tanti conoscono, Orsi offre ora una serie di lavori inediti, per taglio e dimensioni, ma soprattutto per soggetto.
Il mare è sempre stato inevitabilmente parte della sua pittura. Sono celebri, ad esempio, i suoi Notturni, scorci della darsena medicea che a volte sconfinano nel fantastico.
Ma il ciclo marino del 2026 si compone di alcuni dipinti che, forse per la prima volta, affondano nelle trasparenze del mare, penetrando sotto la superficie dell’acqua come a rivelare – o anche soltanto a far presagire – l’esistenza di un mondo quasi fiabesco; luogo elementare in cui, come lui stesso sottolinea, «è nata la vita».
Come mi racconta in una di queste giornate di fine luglio, il suo lavoro invernale si è concentrato sulle «trasparenze e sui fondali». Affascinato dalla proverbiale bellezza di un «creato che sempre ci stupisce», si è rivolto a ciò che avviene al di sotto dello specchio dell’acqua, riportando in studio i silenzi della vita e del paesaggio sottomarini. La visione naturale e consueta del nostro mare si è così trasmutata in «sogno materializzato», fatto di «vibranti note di colore».
Orsi ha osservato e poi fissato lo scendere digradante delle rocce di granito o d’aplite nel ceruleo delle insenature o del sottocosta, ha seguito l’immersione della pietra nuda attraverso un lento disfarsi della forma e del colore; un disfarsi che è però creazione, nuova sintesi visiva, ovvero resa di una continuità tra alto e basso, tra quello che sta sopra la terra e quello che sta sotto il mare: sono livelli di esperienza e di contemplazione legati dalla luce che penetra la soglia delle superfici e rende chiarezza alla forma (senza tralasciare il mistero delle profondità e delle ombre). Nel dipingere, ha sollevato il velo intrecciato di schiume e riflessi, affacciandosi su una visione quasi preistorica (significante è, come sempre, la quasi totale assenza di figure umane dai soggetti trattati, come se la natura venisse colta in un suo punto di purezza, incontaminata, appena creata). Vi è talvolta, in queste nuove opere, quasi una dimensione mitica, per esempio in certi scorci delle spiagge bianche, nei quali il lento avvicinarsi delle onde pare prefigurare l’apparizione dell’occhio di un’antica trireme: visione quasi di un mondo di là da venire, colta alle soglie del tempo storico.
La mostra sarà aperta dal 12 al 18 agosto, presso la sala della Gran Guardia a Portoferraio. Oltre alle nuove opere marine, saranno esposte tele e tavole a soggetto campestre; dipinte, quest’ultime – come vuole la tradizione – en plein air.

