… ) L’invenzione della stampa, tuttavia, rese più semplice il compito di manipolare l’opinione pubblica, e il cinematografo e la radio perfezionarono non poco tale tecnica e ne accrebbero le possibilità. Con l’invenzione e lo sviluppo della televisione, e il progresso tecnico che rese possibile di ricevere e trasmettere simultaneamente sullo stesso apparecchio, il concetto di vita privata si poteva considerare del tutto scomparso. Ogni cittadino, o meglio ogni cittadino che fosse abbastanza importante e che valesse la pena di sorvegliare, poteva essere tenuto comodamente sotto gli occhi della polizia e a portata della propaganda ufficiale, e avere nello stesso tempo tutte le altre possibili vie di comunicazione precluse. La possibilità di ottenere non solo una totale ubbidienza alla volontà dello Stato, ma anche una completa uniformità di vedute su tutti gli argomenti, esistette, da allora, per la prima volta. (George Orwell, 1984). Non occorre andare molto oltre la normale immaginazione per capire quanto le parole di Orwell, scritte quasi un secolo fa, siano così attuali. Non ci riferiamo a quanto già scritto azzardando accostamenti oggettivamente arbitrari, come quelli fatti con Pasolini, per capire il nostro tempo. Non siamo certo in quella società distopica descritta con tanto minuzioso ardire dallo scrittore inglese, che ampliava a tutto il pianeta, creando uno schema chiaro e definito nel quale i protagonisti del romanzo si muovono. La sua visione del mondo da socialista convinto si espresse in modo molto esaustivo mettendo in luce sotto forma di metafora il deterioramento possibile di quel modello di società che amava allora visto nella degenerazione dello stalinismo sovietico. Dobbiamo quindi capire l’uomo per comprendere le sue idee e la sua biografia descrive molto bene la sua avventura esistenziale. Eric Arthur Blair, meglio conosciuto con lo pseudonimo di George Orwell, nacque il 25 giugno 1903 a Motihari, nel Bengala. Suo padre, di origini angloindiane, era funzionario statale presso l’Opium Department. Tornato in patria nel 1904 insieme alla madre e alle due sorelle, Eric si stabilì a Henley-on-Thames. Orwell frequentò il prestigioso college St. Cyprian di Eastbourne, dal quale uscì con una borsa di studio e un profondo senso d’inferiorità, come raccontato nel saggio autobiografico ‘E tali, tali erano le gioie’ (1947). Il senso di sradicamento lo portò nel 1922 a intraprendere la carriera paterna nella Polizia imperiale indiana, a Mandalay, in Birmania. Questa esperienza, che ispirò il suo primo romanzo ‘Giorni in Birmania’ (pubblicato nel 1934), si rivelò però profondamente traumatica: il crescente disgusto per l’arroganza imperialista e il ruolo repressivo che gli veniva imposto lo spinsero a dimettersi nel 1928. Quello stesso anno si trasferì a Parigi, non solo per un pellegrinaggio intellettuale, ma per una vera immersione nei bassifondi urbani, sopravvivendo grazie alla carità dell’Esercito della Salvezza e svolgendo lavori umili. Questa esperienza ispirò il suo esordio letterario con il romanzo ‘Senza un soldo a Parigi e a Londra’ (1933), firmato come George Orwell. Tra il 1932 e il 1936 Orwell alternò l’attività di romanziere a quella di insegnante e commesso di libreria, esperienze che arricchirono le ambientazioni di ‘La figlia del reverendo’ (1935) e ‘Fiorirà l’aspidistra’ (1936). Su incarico del Left Book Club, svolse un’indagine nelle regioni inglesi più colpite dalla crisi economica, vivendo a stretto contatto con i minatori del nord. Da questa esperienza nacque ‘La strada di Wigan Pier’ (1937), una denuncia delle dure condizioni di vita della classe operaia. Poi partì come volontario per la guerra di Spagna. Qui si arruolò nel Poum (Partito operaio d’unificazione marxista, di ispirazione trotzkista) e combatté sul fronte aragonese. Ferito alla gola da un cecchino franchista, rientrò a Barcellona, ma la situazione politica era cambiata. Da questa esperienza nacque il diario-reportage ‘Omaggio alla Catalogna’ (1938). Scartato come inabile al servizio militare alla vigilia della Seconda guerra mondiale, si arruolò nel 1940 nelle milizie territoriali della Home Guard. Dal 1941 al 1946 visse a Londra. Lavorò per la BBC, curando trasmissioni rivolte all’India, e fu direttore letterario del settimanale socialista «Tribune», per cui scrisse la rubrica ‘As I please’(A modo mio). Nel 1945, anno della morte della moglie, fu inviato in Francia, Germania e Austria come corrispondente per l’«Observer». Nello stesso anno pubblicò il romanzo che gli diede notorietà internazionale, ‘La fattoria degli animali’. A metà aprile 1946, Orwell sospese temporaneamente la collaborazione con i giornali per dedicarsi alla stesura del suo capolavoro ‘1984’. Dal 1947, insieme al figlio adottivo Richard, si trasferì a Jura, una remota isola delle Ebridi. Morì a Londra il 21 gennaio 1950. Orwell fu un convinto socialista, ma la sua idea di socialismo era profondamente legata ai valori della democrazia e della libertà individuale, in netta opposizione al modello sovietico. Le esperienze vissute nella Guerra Civile Spagnola gli mostrarono la brutale realtà dei totalitarismi, sia di destra sia di sinistra, facendone un oppositore irriducibile di ogni forma di autoritarismo. Era considerato un “socialista anomalo”, difficilmente inquadrabile, e non esitava a criticare anche i propri alleati e i pacifisti, che riteneva spesso complici involontari dei regimi totalitari. I suoi valori fondamentali erano la libertà, l’equità sociale e un legame autentico con la natura e le tradizioni, valori che lo portarono a diffidare del modernismo e del progressismo radicale, visti come possibili minacce. La lezione di Orwell resta attuale per la sua difesa della dignità umana e della libertà contro ogni forma di oppressione. Dal suo romanzo di maggior successo fu tratto un celebre film omonimo con protagonisti il grande attore britannico Richard Burton, insieme con John Hurt, uno dei protagonisti dell’indimenticabile ‘Alien’ di Ridley Scott. La denuncia di ciò che accade in quella società distopica descritta dallo scrittore inglese si esprime così: (…) è controllare il presente e il futuro, rendendo la verità arbitraria e soggetta a comando. Il regime un avvertimento sui pericoli del totalitarismo, del controllo governativo sulla verità, del linguaggio manipolato (Neolingua) e della perdita dell’individualità, mostrando come il potere assoluto possa annullare la libertà, la memoria e il pensiero critico, attraverso slogan paradossali come “La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”. Il romanzo sottolinea l’importanza della resistenza interiore, della memoria e del libero pensiero per preservare l’umanità, anche di fronte alla sconfitta. Il Partito manipola la storia per distrugge ogni forma di autonomia, eliminando la sfera privata e riducendo gli individui a masse inermi, incapaci di pensare liberamente. Attraverso la Neolingua, si mira a rendere impossibile il pensiero critico, eliminando le parole che potrebbero esprimere concetti sovversivi. (…) Quello che spaventa di più è pensare che il pensiero di Orwell fu forse troppo prudente nel descrivere un futuro dominato da un Grande Fratello che si muoveva in una società comunque ordinata e regolata, una società che esprimeva sé stessa in modo chiaro e palese, che dettava regole che potevano far inorridire, ma erano lampanti e protette da un sistema ben definito. Più inquietante è invece avere oggi il dubbio che dietro alla nostra moderna democrazia esistano meccanismi nascosti e frutto di un potere ancora più occulto di quello orwelliano. Un potere che lo stesso Pasolini cercava di denunciare nel suo grido quotidiano contro un mondo occulto, di cui poteva dire di ‘sapere’ ma di cui ammetteva di non avere prove. Cinquanta anni or sono, nel 1975, Pasolini ha denunciato il potere italiano come una forma di totalitarismo peggiore di quello hitleriano, poiché manipolava le coscienze invece di limitarsi a reprimere i corpi. Con il famoso articolo sul Corriere della Sera, Pasolini ha accusato la Democrazia Cristiana, i servizi segreti e i poteri economici di essere responsabili delle stragi (Milano, Brescia, Bologna) e dei tentativi di colpo di Stato. Il potere, secondo Pasolini, ha cancellato le culture contadine e subalterne, imponendo un unico modello di vita basato sulla civiltà dei consumi. Pasolini ha mantenuto una posizione isolata e critica, odiando il potere che subiva e descrivendolo come un fenomeno anarchico, privo di logica razionale, che agisce per meri interessi economici. Ora quel mondo impera indisturbato. Se viene minacciato si difende in modo organico, in maniera completa e a tutti i livelli emette anticorpi virali che invadono ogni lembo della comunicazione ‘mainstream’. Lo fa oggi come lo faceva allora poiché se Pasolini era sì un intellettuale ascoltato e seguito da molti, era soprattutto dal potere politico temuto per la libertà non condizionabile del suo pensiero. Forse egli avrebbe fatto oggi ciò che altri tentano di fare e vengono tacitati, laddove il problema non è il contenuto in sé degli argomenti trattati, quanto piuttosto il bavaglio che, totale e assoluto, si diffonde in ogni mezzo di comunicazione di massa. Neppure Orwell di sicuro avrebbe immaginato una tanto subdola e ipocrita situazione, nella quale viviamo inconsapevoli.
Jacopo Bononi- Presidente Premio letterario la Tore isola d’Elba

