Premio la Tore: ecologismo o ‘ecoillogicismo’?

di Jacopo Bononi*

Leggiamo sempre di più appelli in senso ecologista e siamo certi che una netta e chiara educazione ambientale sia fondamentale, specie per le nuove generazioni: il rispetto dell’ambiente e della natura deve essere prioritario, ma a certe condizioni e ammesso che l’educazione civica sia tale anche dal punto di vista storico e politico. Il primo grande argomento di critica alle politiche europee si basa sul peso matematico delle emissioni di gas serra nel mondo. L’Unione Europea è responsabile di circa il 6-7% delle emissioni globali di CO2, un dato in costante calo da decenni. Al contrario, i Paesi asiatici e la Russia trainano i volumi globali: la ⁠Cina è il maggior emettitore mondiale, da sola responsabile di circa il 30-31% delle emissioni globali. Poi l’⁠India che ha superato l’UE ed è stabilmente al terzo posto globale dietro agli USA, con circa il 7-8% delle emissioni e una traiettoria in forte crescita. Infine la ⁠Russia che pur avendo un’economia più piccola, è il quarto o quinto emettitore globale ed è un’economia ad altissima intensità di carbonio, fortemente dipendente dall’estrazione e dall’uso domestico di carbone, gas e petrolio. Anche se l’Europa azzerasse completamente le proprie emissioni domani (costando miliardi di euro a industrie e cittadini), l’impatto sul cambiamento climatico globale sarebbe minimo se Cina, India e Russia continuassero ad aumentare la loro produzione di gas serra. I trattati internazionali sul clima evidenziano scadenze e impegni temporali profondamente diversi, che creano uno svantaggio competitivo per le imprese europee: l’⁠Unione Europea (Green Deal) ha l’obiettivo vincolante di tagliare le emissioni del 55% entro il 2030 e raggiungere le emissioni zero nette entro il 2050. La ⁠Cina invece ha fissato il proprio obiettivo di neutralità carbonica al 2060. Nei suoi piani ufficiali, le emissioni cinesi continueranno a crescere fino al picco del 2030 prima di iniziare a scendere. Nel frattempo, la Cina continua ad approvare e costruire nuove centrali elettriche a carbone per sostenere la propria crescita industriale. L’India ha spostato l’orizzonte della neutralità climatica ancora più avanti, al 2070, rivendicando il diritto di utilizzare i combustibili fossili per far uscire dalla povertà centinaia di milioni di cittadini. Infine la Russia che ha un obiettivo formale al 2060, ma la sua strategia energetica punta sulla valorizzazione delle enormi riserve storiche di idrocarburi fossili e carbone, con scarsissimi incentivi politici alla decarbonizzazione interna. La Cina rappresenta un caso unico e contraddittorio che smonta le letture troppo semplicistiche perché da un lato, brucia più carbone del resto del mondo messo insieme per mantenere bassi i costi dell’elettricità per le sue fabbriche e ⁠dall’altro, domina la tecnologia pulita mondiale. La Cina produce l’80% dei pannelli fotovoltaici globali, controlla la filiera delle batterie al litio e installa ogni anno più energia eolica e solare di tutto il resto del pianeta. La Cina utilizza l’energia fossile a basso costo per produrre i componenti green (pannelli, turbine, auto elettriche) che poi esporta in Europa. In questo modo, l’Europa deindustrializza i propri settori manifatturieri a causa di rigide leggi ecologiche, finendo per dipendere commercialmente da Pechino per l’acquisto delle tecnologie pulite. Se le leggi europee diventano troppo severe e costose, le fabbriche non smettono di inquinare, semplicemente chiudono in Italia o in Germania e riaprono in India o in Vietnam. Il risultato? L’Europa perde posti di lavoro, e il pianeta subisce lo stesso inquinamento spesso maggiore. Le imprese asiatiche, non dovendo pagare tasse sulle emissioni di CO2 come il sistema ETS europeo e potendo contare su energia da carbone a basso costo, producono merci a prezzi imbattibili rispetto a quelle europee. 3.⁠ ⁠Ingiustizia nei sacrifici: I cittadini europei subiscono restrizioni severe (efficientamento forzato delle case, stop alle auto termiche) che impattano sulla vita quotidiana, mentre i paesi emergenti asiatici aprono centinaia di gigawatt di nuove centrali a combustibili fossili. I paesi occidentali (Europa e USA) hanno iniziato a inquinare a metà del 1700 con la Rivoluzione Industriale. L’accumulo di CO2 nell’atmosfera è storicamente responsabilità dell’Occidente. I paesi asiatici chiedono spazio di crescita per raggiungere lo stesso livello di benessere. Tuttavia Sebbene la Cina emetta più CO2 totale, se si calcolano le emissioni per singolo abitante, un cittadino europeo o americano ha storicamente una ‘impronta ecologica’ molto più alta di un cittadino indiano o del sud-est asiatico. Per difendere le aziende europee, l’UE ha introdotto il meccanismo CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism). Si tratta di una tassa doganale sulle merci importate da paesi extra-UE (come Russia, Cina o India) che non applicano le stesse regole ambientali. L’obiettivo è costringere i produttori esteri a pagare per il loro inquinamento se vogliono vendere nel mercato europeo. Chi guida la transizione ecologica oggi inventerà i brevetti, le tecnologie e i sistemi industriali del futuro. Il testo firmato da Stefano Ciafani (Presidente di Legambiente) e diffuso a mezzo stampa esprime una netta posizione di stampo ambientalista e critico verso le attuali politiche governative. Utilizza una forte retorica politica come ‘signori del gas e del petrolio’, attribuzione esclusiva dei conflitti a determinati attori geopolitici,’ per sostenere la tesi che l’unica via per l’indipendenza e il calo dei prezzi energetici sia l’abbandono immediato delle fonti fossili a favore di eolico e solare. Il testo attribuisce l’impennata dei prezzi energetici esclusivamente alla ‘guerra scatenata da USA e Israele contro l’Iran’ e alla successiva speculazione. Questa è una lettura parziale e fortemente politicizzata della geopolitica del Medio Oriente e dei mercati delle materie prime. I prezzi di gas e petrolio sono determinati da dinamiche globali di domanda e offerta, cartelli internazionali come l’OPEC+ che taglia la produzione per sostenere i prezzi, colli di bottiglia logistici e contratti a lungo termine, non solo dalla speculazione finanziaria a breve termine o dalle azioni di singoli blocchi politici. Il viaggio della Premier Meloni di pochi giorni orsono in Algeria e Azerbaijan per assicurare forniture di gas viene liquidato come la creazione di ‘nuove dipendenze’ inutili che non abbassano le bollette. La ricerca di nuovi fornitori di gas non è un capriccio, ma una strategia di sicurezza nazionale e diversificazione del rischio. Dopo il taglio drastico delle forniture dalla Russia a seguito della guerra in Ucraina, l’Italia ha dovuto evitare il rischio concreto di blackout fisici e razionamenti per l’industria e le famiglie. Trovare partner alternativi serve a garantire la stabilità del sistema nel breve e medio termine, mentre si realizza la transizione. Il confronto con la Spagna presta il finaco a diverse critiche. La Spagna paga l’energia a 42,5 €/MWh perché ha il 58% di rinnovabili, mentre l’Italia paga 130,5 €/MWh perché il gas influisce sull’89% delle ore nella formazione del prezzo. Il confronto omette dettagli fondamentali sul funzionamento dei mercati elettrici: la Spagna ha storicamente un mercato semisolato dal resto d’Europa, il che le ha permesso in passato di applicare misure regolatorie specifiche come il “cap al prezzo del gas” approvato dall’UE, la cosiddetta eccezione iberica non applicabili allo stesso modo in mercati iper-connessi come quello italiano. In Europa il prezzo dell’elettricità è fissato dall’ultima centrale necessaria a coprire la domanda in quella data ora (spesso il gas). Anche se l’Italia aumentasse le rinnovabili, finché il gas sarà necessario per coprire anche solo il 10% del fabbisogno in ore di picco o di assenza di sole/vento, quel gas continuerà a influenzare pesantemente il prezzo marginale. Il testo liquida il dibattito sul nucleare affermando che ‘se funzionasse, l’elettricità più bassa si pagherebbe in Francia’, mentre la Francia nel periodo citato è a 70,4 €/MWh, più alta della Spagna. Questo è un argomento parziale che analizza un dato congiunturale ossia i primi mesi del 2026 o dinamiche di borsa elettrica a breve termine, ignorando la stabilità strutturale a lungo termine. La Francia ha storicamente goduto di prezzi dell’energia domestica tra i più bassi e stabili d’Europa grazie al nucleare e le fluttuazioni recenti sono spesso legate a manutenzioni straordinarie dei reattori o a riforme del mercato elettrico europeo, non all’inefficacia della tecnologia in sé. Il nucleare fornisce energia di base costante (baseload), che le rinnovabili non programmabili (sole e vento) non possono garantire senza enormi e costosi sistemi di accumulo. Secondo il presidente di Legaambiente la soluzione è abbandonare le fonti fossili il prima possibile a favore di fotovoltaico ed eolico off-shore proponendo un obiettivo di 55.000 MWh o inteso come Megawatt di potenza entro il 2030 ma il testo non menziona i problemi di intermittenza e stabilità della rete elettrica. Se il sole non splende e il vento non soffia, la rete ha bisogno di centrali di backup attualmente a gas o di sistemi di accumulo a batterie su scala monumentale. Il costo per adeguare la rete elettrica (gestita da Terna) a ricevere una produzione massiccia e frammentata di rinnovabili, insieme al costo dei sistemi di accumulo, è altissimo e si scarica comunque sulle bollette dei cittadini tramite le tariffe di rete. Di conseguenza, ‘più rinnovabili’ non si traduce automaticamente e linearmente in ‘bollette stracciate’ nel computo totale dei costi di sistema. Volendo poi portare sempre in modo ideologico le osservazioni sul piano internazionale ecco che nel testo si cita il successo delle rinnovabili negli USA nel 2025 (92% della nuova potenza installata) per dimostrare che anche sotto l’amministrazione Trump la transizione è inarrestabile. Pur essendo vero che il mercato privato e le dinamiche economiche globali spingono sul fotovoltaico perché i costi dei pannelli sono crollati, l’analisi omette il fatto che gli Stati Uniti sono contemporaneamente diventati il maggior produttore mondiale di petrolio e gas naturale (detto shale gas). Gli USA usano le rinnovabili per la rete elettrica interna, ma basano la loro forza geopolitica ed economica sull’indipendenza e l’esportazione di idrocarburi fossili, un modello opposto alla totale rinuncia immediata proposta da Legambiente per l’Italia. Insomma analizzando le cose che ci vengono propinate come verità assolute è sufficiente leggere un po’ di ‘informazione non contaminata’ (quella sì) da dosi letali di pregiudizio per farsi un’idea più rassicurante del mondo in cui viviamo e delle politiche che i governi ‘democraticamente eletti’, a differenza di altri ‘noti’, portano avanti. Almeno ci provano.

*Jacopo Bononi- presidente del Premio letterario la Tore isola d’Elba

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