“Le rivolte di strada dei ‘trappini’

di Jacopo Bononi*

‘Abbiamo armi, coca, fumo di tutti i colori/Primo emergente italiano ad avere un Richard Mille/Per questo tutte queste cose vogliono i miei figli/Potrai vestirti come me, ma non mi assomigli/È come avessi un vetro attorno per tutti i consigli/Devo pensare, mi chiudo nel mio Range Rover Sport’ (‘Diablo’. Tony Boy, 2026). Intimamente profetico il testo di questo brano del giovane rapper che è stato arrestato in casa pochi mesi fa mentre gli sequestravano droghe di vario tipo, bilancini, una pistola con matricola cancellata, insieme a munizioni di vario calibro. Le rivolte di strada di queste ore sono il risultato di una cultura giovanile serpeggiante e tenuta nascosta di cui ho già scritto, ma è difficile anche sulla stampa avere spazio quando si affrontano certi temi scomodi. Poi quando tutto questo si trasforma in un’onda incontenibile allora forse è meglio riflettere. La rivolta dei ‘trappini’, come mi viene di chiamarli, che ha messo a ferro e fuoco Milano è solo l’inizio: esiste una tabella di ‘marcia’ e di incontri resa pubblica dai gruppi telegram e Tik Tok che stanno dietro a questo movimento giovanile o meglio infantile, ma solo anagraficamente. Le ragioni che stanno dietro a tutto questo e che sono quelle culturali come accade sempre meritano accurate riflessioni. Sembra che i ragazzi fossero italiani, figli di immigrati di seconda generazione e italiani, senza alcun legame con il fenomeno immigratorio, le cui motivazioni comuni vanno ricercate nella loro ‘cultura in comune’. Quella della generazione ‘trap’. Ricordo una cena di alcuni anni fa alla Marina tra Amici, Amici colti e preparati che si accompagnavano con i figli: fu chiaro che coinvolgere i ragazzi in una conversazione ‘da grandi’ potesse sembrare fuori luogo, specie in un contesto così alto eppure accadde e venne fuori come fosse trasversalmente in corso una cannibalizzazione culturale tra la gioventù, promossa dalla cosidetta cultura ‘trap’ contemporanea. Sgombriamo subito il campo da alcune cose evidenti: ogni cultura ha cancellato la precedente o ne ha prodotto uno sviluppo così radicale da polverizzarne i modi e i contenuti. Inoltre non scendiamo dal fico: non saranno queste riflessioni a cambiare il corso della Storia. La consapevolezza però ci aiuta capire dove siamo e allora sì che possiamo vivere nel Mondo facendo quello che facciamo, anche fare Cultura. La conoscenza del Mondo che ci circonda è prioritaria, meno la sua comprensione intesa come accettazione. Non stiamo parlando di una sotto cultura di nicchia che potrà sparire come neve al sole, bensì di una radicale trasformazione della mentalità e delle percezioni di tutta una generazione che se già non vota andrà alle urne alla prossima chiamata. ‘Trap’ deriva dallo slang trap house ed indica gli appartamenti abbandonati o i vicoli dove si spacciavano sostanze stupefacenti. La parola esprime la sensazione di essere intrappolati in un ciclo di povertà, criminalità e spaccio senza via d’uscita. I testi originari non glorificavano il crimine, ma raccontavano in modo crudo e realistico la lotta quotidiana per la sopravvivenza. La musica diventava l’unico mezzo legale per fuggire dalla povertà e dalla strada. Il denaro, i vestiti firmati e i gioielli (il cosiddetto bling-bling) vengono ostentati come simboli di successo e di vittoria sul sistema che li voleva emarginati. I pionieri del genere furono alcuni artisti chiave di Atlanta (USA). Fu Jeezya portare la trap al successo commerciale nazionale con l’album ‘Let’s Get It’. Dal punto di vista musicale, la trap si distacca dal classico rap della East e West Coast per l’uso massiccio della drum machine Roland TR-808, caratterizzata da piatti (hi-hats) velocissimi e raddoppiati e bassi profondi e distorti e un uso sistematico dell’auto-tune sulla voce per creare un effetto ipnotico e malinconico. Negli anni 2010, produttori come Lex Luger e Metro Boomin, insieme a gruppi come i Migos, hanno trasformato la trap da fenomeno locale a genere dominante della musica pop globale, influenzando profondamente anche la scena italiana a partire dal 2015-2016 con artisti come Sfera Ebbasta, Ghali e la Dark Polo Gang. La Trap in Italia si è diffusa inizialmente a livello underground nei primi anni 2010, ma l’anno di svolta assoluto è il 2015. L’arrivo del genere e il suo successo di massa si devono principalmente a due scuole geografiche e creative ossia la scuola milanese (Cinisello Balsamo / Settimo Milanese). Il punto di partenza ufficiale è l’album ‘XDVR’ di Sfera Ebbasta, interamente prodotto da Charlie Charles nel 2015. Questo duo, insieme alle prime hit di Ghali definisce il sound italiano: melodie ipnotiche di pianoforte e flauti campionati unite a bassi pesantissimi. Parallelamente, la Dark Polo Gang (guidata dalle produzioni di Sick Luke) importa un’estetica radicalmente diversa con i mixtape Full Metal Dark e Crack Musica. Essi introdussero un linguaggio spezzato, fatto di neologismi e di una forte ossessione per la moda e i marchi di lusso. Sebbene le basi musicali siano identiche, la trap italiana si differenzia nettamente da quella americana alcuni fattori culturali: il contesto sociale della ‘strada’, ossia in USA nasce nei ghetti duri di Atlanta (trap houses), contesti caratterizzati da spaccio sistematico di crack, guerre tra gang, sparatorie e povertà estrema. I trapper americani spesso provengono realmente da quel mondo criminale. In italia invece nasce nelle periferie italiane (ad esempio le case popolari di Ciny o i quartieri di Milano e Roma) hanno dinamiche di marginalità diverse. Pur essendoci il racconto della microcriminalità, dello spaccio e delle case popolari, manca la violenza strutturale delle metropoli americane. In casi italiani come la Dark Polo Gang, le origini erano persino borghesi, trasformando la musica Trap più in una scelta estetica e di attitudine che in una necessità di sopravvivenza. I testi americani mantengono un focus crudo incentrato sul ‘drug dealing’, la vita da gangster, l’esperienza del carcere e l’uso pesante di oppiacei. In Italia i trapper italiani hanno alleggerito i temi per aprirsi al mercato pop. Il focus si è spostato molto sul concetto del riscatto sociale (‘venire dal nulla e farcela per la mamma’), sul ‘flex’ (l’ostentazione di vestiti firmati) e sull’uso di droghe più da festa o generazionali (la lean o la cannabis). I testi italiani tendono a essere più melodici e accessibili, più pop insomma. Per molti anni la trap americana è rimasta una colonna sonora nichilista, legata ad ambienti underground prima di dominare le classifiche globali. In Italia invece il passaggio dalle cantine alle vette delle classifiche di Spotify Italia è stato rapidissimo. Produttori come Charlie Charles hanno fin da subito unito i ritmi trap a una sensibilità pop e orecchiabile (basti pensare alla vittoria a Sanremo 2019 con ‘Soldi’ di Mahmood co-prodotta proprio da Charles). Insomma una cultura che ereditando i suoni e parte delle ‘tecnicità’ ha portato al successo milionario i già citati trappers e altri più ‘multitasking’ come Fedez. Vengo da una esperienza assai riuscita di due mesi orsono, ossia quella di promuovere il premio Strega all’Elba al quale avrebbe dovuto partecipare Michele Mari in veste di vincitore il quale invece per motivi molto personali ha rinunciato. In ogni caso la professionalità di Stefano Petrocchi e la ‘colta istrioneria’ di Antonio Scurati hanno portato a una serata dall’indubbio successo. Tra i libri di Michele Mari appunto mi ha colpito per l’originalità dell’argomento ‘Rosso Floyd’ (Einaudi, 2010). Il libro è strutturato come un gigantesco processo metafisico e polifonico. Attraverso confessioni, testimonianze e lamentazioni, i membri del gruppo dei Pink Floyd e i personaggi che li hanno circondati (registi come Stanley Kubrick, vecchie fiamme, tecnici del suono, persino creature fantastiche) cercano di espiare il senso di colpa per aver abbandonato Syd Barrett al suo destino di isolamento. Mari indaga il mistero che si cela dietro la nascita di capolavori musicali: il testo seziona i versi e le melodie dei mitici Pink Floyd per mostrare come la grandezza artistica nasca spesso dal dolore, dal trauma e dall’ossessione. Questo per dire quanto la letteratura di alto livello possa e debba anche essere coinvolta e lasciarsi coinvolgere da quelle tematiche legate alla contemporaneità, quella che nutre le menti delle generazioni che presto saranno a capo di ospedali, di aziende pubbliche e private, al centro della scena politica. Mi chiedo e vi chiedo cosa potranno esprimere generazioni affrante nello spirito e nella mente da un diffuso senso di ‘botulismo’ mentale e culturale, cosa potranno costruire se ossessionate solo dalla voglia di sballo e di droghe di ogni tipo e da una spasmodica necessità di emulazione. Attenzione, non crediate che tutto questo sia dentro alla televisione e non ci riguardi, che sia solo il risultato di social networks come Instagram e Tik Tok, che ormai fanno sembrare Facebook come poteva sentirsi un fan di Gianni Morandi una cinquantina di anni fa di fronte alla musica e alla Poesia di Jim Morrison, ossia un boomer ante litteram: tutto questo invece è intorno a noi. Sta sgretolando le menti e i corpi di quelli che saranno i ‘padroni’ del Mondo domani. Allora questi ragazzi sono un punto di rottura traumatico con le vecchie generazioni e mi riferisco anche solo a chi ha vent’anni o poco più: loro sono una generazione diversa, strutturata in modo diverso e assai più gestibile. I ‘trappini’ under 18 no. State certi che ne sentiremo ancora parlare e parecchio. Eppoi diciamolo tra: (…) Questa è la fine, bellissima amica/Questa è la fine, mia unica amica, la fine/di nostri elaborati piani, la fine/di ogni cosa che resiste, la fine/nessuna sicurezza o sorpresa, la fine/non guarderò mai più nei tuoi occhi (‘This is the end’ The Doors, Jim Morrison, 1967) e invece (…) Tu mi fai forza anche se tengo il cuore rotto, rotto, rotto/A pensarti tutto il giorno vado fuori rotta/Outfit clean, coscienza sporca (‘Cuore rotto’. Tony Boy, 2026), avete ancora dei dubbi? Io no.

*Jacopo Bononi- presidente del Premio letterario La Tore Isola d’Elba

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