Valle Giulia. Uno specchio con l’attualità moderna (2026)

di Jacopo Bononi*

(…) Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi/quelli delle televisioni)/vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio/delle Università) il culo. Io no, amici./Avete facce di figli di papà./Buona razza non mente./Avete lo stesso occhio cattivo./Siete paurosi, incerti, disperati/(benissimo) ma sapete anche come essere/prepotenti, ricattatori e sicuri:/prerogative piccoloborghesi, amici./Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte/coi poliziotti,/io simpatizzavo coi poliziotti!/Perché i poliziotti sono figli di poveri./Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.(…). La lezione del grande poeta Pier Paolo Pasolini è incisa nella pietra della Storia: marxista e polemista della prima ora vide nei fatti di valle Giulia ciò che dovremmmo vedere anche noi, quando passano in queste ore sui telegiornali le immagini oscene dei cortei traformati in guerriglia urbana. Cortei composti di ragazzi figli dei ‘trituratori di cervelli’ che sono i social media, da Instagram a Tik Tok. Le loro menti sono oscurate da una tecnologia che li ‘rende simili agli insetti’, recitava Franco Battiato anni fa su testo del filosofo Manlio Sgalambro. La famosa posizione di Pier Paolo Pasolini sui fatti di Valle Giulia ovvero gli scontri del 1° marzo 1968 a Roma tra studenti e polizia è espressa nella sua celebre poesia ‘Il PCI ai giovani!!’, pubblicata originariamente su ‘Nuovi Argomenti’ e poi sul settimanale ‘L’Espresso’. In controtendenza rispetto a tutta la sinistra dell’epoca, Pasolini si schierò provocatoriamente dalla parte dei poliziotti e contro gli studenti universitari. Le motivazioni centrali della sua posizione si articolano in due punti principali: Pasolini sottolineò che i poliziotti feriti dagli studenti erano i veri figli del proletariato e del sottoproletariato italiano. Erano ragazzi poveri, arrivati dalle periferie o dal Meridione, che facevano quel lavoro per sopravvivere. Celebre è il suo verso: «Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti! Perché i poliziotti sono figli di poveri». Al contrario, Pasolini vedeva negli studenti universitari dei “figli di papà”, esponenti della stessa borghesia che dicevano di voler combattere. Ai suoi occhi, la rivolta studentesca non era una vera rivoluzione proletaria, ma una faida interna alla borghesia: una “guerra civile” in cui i figli della classe dominante usavano i figli dei poveri come bersaglio per i loro ideali intellettuali. Pasolini non intendeva difendere lo Stato o l’apparato repressivo della polizia in sé, ma voleva smascherare quella che riteneva l’ipocrisia e la cecità sociale del movimento del ’68, incapace di riconoscere le vere barriere di classe. Gli scontri e le tensioni di questi giorni nelle piazze italiane, in città come Milano, Roma, Torino e Bologna, richiamano inevitabilmente alla memoria i nodi irrisolti sollevati da Pier Paolo Pasolini nel 1968. Sebbene il contesto storico sia profondamente mutato, la dinamica dello scontro di piazza e il posizionamento dei partiti politici odierni offrono diversi punti di contatto con le intuizioni pasoliniane. L’analisi antropologica e sociale di Pasolini sulla Battaglia di Valle Giulia può essere specchiata sulla realtà odierna attraverso tre elementi chiave: ieri come oggi, rimane evidente una frattura di classe, sebbene mutata nelle forme. Da un lato, le forze dell’ordine continuano a essere composte prevalentemente da lavoratori salariati, spesso giovani provenienti da contesti provinciali o periferici, che svolgono un compito complesso e rischioso per stipendi non elevati. Dall’altro lato, le manifestazioni, spesso focalizzate sul carovita, il clima o le riforme scolastiche, mobilitano studenti ed esponenti di movimenti sociali che, nella visione critica della destra o degli osservatori più moderati, rischiano talvolta di scivolare in un’astrattezza ideologica che non tiene conto dell’umanità del lavoratore in divisa. Pasolini parlava di una rivoluzione borghese che chiedeva solo ‘più consumi’. Oggi, molte delle proteste nascono da un reale disagio economico dovuto al carovita o al timore per il futuro, tuttavia il rischio profetizzato da Pasolini risiede nell’omologazione dei linguaggi di protesta e nell’infiltrazione di frange radicali, come i gruppi organizzati a volto coperto, che trasformano istanze sociali legittime in guerriglia urbana fine a se stessa, svuotandole di reale efficacia politica. Con un governo a guida centrodestra e un’opposizione che cerca di strutturarsi, i temi dell’ordine pubblico e del diritto alla protesta sono diventati terreno di scontro frontale. Ogni episodio di violenza in piazza viene immediatemente politicizzato: la maggioranza accusa la sinistra di soffiare sul fuoco della ‘rivolta sociale’ o di tollerare l’estremismo; l’opposizione, di contro, denuncia spesso una gestione troppo muscolare dell’ordine pubblico o una presunta repressione del dissenso. Anni di crisi economica, precarietà e riforme percepite come penalizzanti dai giovani hanno creato un terreno fertile per la rabbia sociale. Le piazze diventano così il palcoscenico in cui le tensioni politiche del Parlamento si scaricano fisicamente sulle forze dell’ordine e sui manifestanti. Il cosiddetto campo largo ovvero la coalizione che unisce Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e altre forze centriste, affronta una strutturale difficoltà comunicativa e politica davanti alle violenze di piazza. I motivi principali sono di natura strategica e identitaria: perché il campo largo ospita al suo interno anime molto diverse. Mentre le componenti centriste o riformiste, come il PD di stampo istituzionale, tendono a condannare fermamente i metodi violenti ribadendo la legittimità delle sole istanze pacifiche, le ali più radicali come Alleanza Verdi e Sinistra o frange del M5S mantengono un forte legame con i movimenti studenteschi, i sindacati di base e i collettivi. Una condanna troppo netta o generalizzata rischia di alienare la base giovanile e militante, spingendola verso l’astensionismo o formazioni extra-parlamentari. Per la sinistra, sposare acriticamente la condanna del governo significa implicitamente avallare la retorica della maggioranza sulla necessità di un ‘pugno di ferro’ o di leggi più restrittive in materia di manifestazioni. Nel tentativo di difendere il sacro diritto al dissenso, la coalizione finisce spesso per produrre dichiarazioni sfumate o tardive, distinguendo tra manifestanti pacifici e infiltrati violenti, una distinzione corretta sul piano dei fatti, ma che politicamente viene percepita dagli avversari come una timidezza o una reticenza a schierarsi con lo Stato e con le forze dell’ordine. Insomma, le difficoltà odierne del campo largo riflettono lo stesso dilemma che tormentava il PCI nel ’68 di fronte alla poesia di Pasolini: la fatica cronica della sinistra istituzionale nel gestire le spinte antisistema che nascono alla sua sinistra, divise tra il dovere di tutelare le regole democratiche dello Stato e il desiderio di rappresentare la rabbia delle nuove generazioni. Oggi, il suo sguardo si poserebbe su una società radicalmente diversa da quella del 1968, ma segnata dalle medesime ipocrisie. Il suo giudizio si articolerebbe su tre fronti principali: Pasolini vedeva nella violenza fine a se stessa un segno di impotenza culturale. Davanti alle vetrine infrante, ai furgoni blindati assaltati o ai blocchi stradali violenti, oggi probabilmente denuncerebbe la natura “rituale” e teatrale di queste proteste. Per lui, la guerriglia urbana odierna non sarebbe vera rivoluzione, ma una forma di sfogo programmato all’interno del sistema. Il capitalismo moderno, infatti, metabolizza perfettamente la rabbia giovanile: tollera la distruzione materiale nelle strade perché sa che quella violenza non mette minimamente in discussione i flussi finanziari, gli algoritmi o il potere dei mercati. Definirebbe questi cortei violenti come una recita in cui i giovani interpretano il ruolo dei ‘ribell’” assegnato loro dal sistema stesso. L’equazione di Valle Giulia ovvero ‘poliziotti figli di poveri’ contro ‘studenti figli di papà’ oggi verrebbe aggiornata da Pasolini in chiave ancora più tragica. Vedrebbe negli agenti del reparto mobile odierni dei lavoratori proletarizzati, spesso schiacciati da turni massacranti, stipendi inadeguati e usati come scudo umano’ dalla politica per coprire la propria incapacità di risolvere i problemi sociali. Oggi egli noterebbe che molti studenti non sono più i ‘privilegiati’ del 1968 destinati a una sicura carriera dirigenziale. perché molti dei giovani in piazza oggi sono precari, privi di futuro stabile e vittime della stessa crisi economica. Tuttavia, il poeta ne criticherebbe aspramente il linguaggio e l’omologazione e noterebbe come la loro rabbia, pur partendo da disagi reali quali ambiente, carovita, precariato, si esprima attraverso slogan standardizzati, simboli globalizzati e dinamiche da social network, privi di una vera alternativa culturale al modello capitalista. Ossia sarebbe esattamente come era nel 1968: un uomo lucido e disincantato, fuori dagli schemi e soprattutto libero. Anche di morire, come fece, per le sue idee.

*Jacopo Bononi- presidente del Premio letterario la Tore isola d’Elba

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