Gli attacchi (veri) alla democrazia nel mondo

di Jacopo Bononi- presidente del Premio letterario la Tore isola d’Elba

Da Jacopo Bononi- presidente del Premio letterario la Tore isola d’Elba, riceviamo e pubblichiamo integralmente

L’attacco del 7 ottobre 2023, noto in codice all’interno di Hamas come Operazione Diluvio, ha rappresentato il più grave massacro nella storia dello Stato di Israele, provocando l’uccisione di circa 1.200 persone e il sequestro di circa 250 ostaggi. L’azione terroristica, pianificata e coordinata da Hamas con il supporto di altre milizie palestinesi della Striscia di Gaza, si è articolata in diverse fasi tattiche e ha colpito sia installazioni militari sia obiettivi civili. Il lancio di razzi e l’infiltrazione: L’operazione ha inizio con un massiccio lancio di migliaia di razzi da Gaza verso il centro e il sud di Israele, finalizzato a saturare il sistema di difesa Iron Dome e creare diversione. Contemporaneamente, i miliziani neutralizzano i sistemi di sorveglianza israeliani lungo il confine (torrette automatiche e sensori) utilizzando droni e missili. I miliziani aprono almeno sei brecce nella recinzione di sicurezza. L’incursione terrestre avviene simultaneamente tramite jeep, motociclette e a piedi. Alcuni commando penetrano dal cielo utilizzando deltaplani a motore, mentre altri sbarcano via mare sulle coste meridionali. I gruppi armati attaccano di sorpresa circa dieci installazioni della difesa israeliana dislocate lungo il perimetro di Gaza, inclusa la sede del Comando della Divisione di Gaza a Re’im, uccidendo e catturando numerosi soldati all’interno delle camerate. Superata la linea di difesa, i terroristi si dirigono verso i centri abitati civili e i kibbutz situati a ridosso della Striscia. I miliziani applicano tattiche sistematiche di rastrellamento. Le forze di sicurezza israeliane (IDF) impiegano molte ore prima di riprendere il controllo operativo dell’area a causa del caos informativo, dei danni alle comunicazioni e della frammentazione degli attacchi. Durante i combattimenti per la riconquista del territorio, in alcune specifiche circostanze i comandi applicano procedure d’emergenza restrittive (come la direttiva Hannibal) per impedire il trasferimento di ulteriori prigionieri a Gaza. L’evento ha costituito un profondo trauma geopolitico e sociale e ha provocato l’immediata dichiarazione dello stato di guerra da parte del governo israeliano, dando inizio al conflitto nella Striscia di Gaza. A tre anni di distanza dall’evento, persistono forti dibattiti e proteste interne in Israele in merito ai gravi fallimenti dell’intelligence e della sicurezza che hanno permesso l’incursione. L’attacco del 7 ottobre è stato pianificato in assoluto segreto da Hamas e non è stato preceduto da una crisi immediata o da una provocazione diretta nei giorni precedenti. Hamas ha deliberatamente mantenuto un basso profilo per mesi proprio per cogliere Israele di sorpresa. Gli analisti militari e i rapporti di intelligence successivi hanno evidenziato due aspetti centrali di questa operazione: negli anni e nei mesi precedenti, Hamas ha condotto una sofisticata campagna di disinformazione. Ha convinto l’intelligence israeliana, sia il Mossad sia lo Shin Bet, di non essere interessata a un conflitto su larga scala, bensì focalizzata sulla stabilizzazione economica di Gaza e sull’ottenimento di permessi di lavoro in Israele per i cittadini palestinesi. Questa strategia ha funzionato, portando i vertici di Israele a ritenere Hamas “deterrente” e non intenzionata a colpire. La preparazione tattica è avvenuta sotto un velo di segretezza rigidissimo: i leader dell’ala militare di Hamas (le Brigate Al-Qassam) hanno evitato telefoni cellulari, computer e internet, sapendo che l’intelligence israeliana intercettava le reti digitali. Gli ordini venivano trasmessi a voce o tramite biglietti cartacei da messaggeri fidati. La stragrande maggioranza dei miliziani che hanno partecipato all’attacco ha scoperto l’obiettivo e i dettagli dell’operazione solo pochissime ore o addirittura minuti prima del lancio dei razzi. Nemmeno i leader politici di Hamas all’estero erano a conoscenza della data e dei dettagli esatti fino all’ultimo momento. Per questo motivo, la mattina del 7 ottobre l’apparato di sicurezza israeliano è stato colto del tutto impreparato, nonostante alcuni isolati segnali di allarme registrati nelle ore e nei mesi precedenti che erano stati sottovalutati dai comandi militari. L’attacco del 7 ottobre 2023 viene interpretato da numerosi politologi, leader internazionali e filosofi non solo come un atto di terrorismo su vasta scala, ma come un vero e proprio attacco ai valori fondamentali della democrazia. Da un punto di vista simbolico e concettuale, questa lettura si basa su diversi pilastri: Israele, pur nel contesto di un conflitto storico complesso e con forti dibattiti interni, si definisce e opera come una democrazia liberale, caratterizzata dal pluralismo, dalla libertà di espressione e da una vibrante società civile. L’assalto a un festival di musica elettronica, un luogo di aggregazione giovanile globale dedicato alla celebrazione della libertà, dell’arte e della convivenza, è stato interpretato come il tentativo deliberato di colpire i simboli stessi dello stile di vita occidentale e democratico e colpire i civili all’interno delle loro case e delle loro comunità pacifiche ha rappresentato un attacco all’idea stessa di sicurezza e libertà individuale, che sono i cardini del patto sociale democratico. Hamas è un’organizzazione islamista radicale il cui statuto e la cui prassi rifiutano i principi della democrazia rappresentativa, dello Stato di diritto e dei diritti umani universali e di conseguenza, l’attacco viene visto come l’espressione di un modello teocratico e totalitario che cerca di annientare un modello democratico e pluralista. In questa chiave di lettura, la violenza non mirava a ottenere una concessione politica o territoriale negoziabile, ma a negare il diritto stesso all’esistenza di una società democratica nella regione. Le democrazie moderne si fondano sul rispetto del diritto internazionale e delle convenzioni umanitarie, come la distinzione tra combattenti e civili. L’uso sistematico di tattiche quali il rapimento di massa di anziani e bambini, la presa di ostaggi e le violenze indiscriminate spezza deliberatamente queste regole. Per il mondo democratico, tollerare o giustificare tali metodi significa mettere a rischio la tenuta del sistema giuridico internazionale che protegge le libertà di tutti i cittadini del mondo. L’azione di Hamas è stata pianificata anche per sfruttare e amplificare le forti divisioni interne che stavano attraversando la democrazia israeliana nei mesi precedenti (legata alla controversa riforma della giustizia). Colpendo lo Stato in un momento di fragilità politica, l’obiettivo era anche quello di dimostrare l’inefficacia delle istituzioni democratiche nel proteggere i propri cittadini, cercando di provocare una reazione che mettesse a dura prova la tenuta delle stesse libertà civili israeliane. L’interpretazione estrema dell’Islam costituisce il collante ideologico, politico e operativo che unisce Hamas, i Talebani e il regime teocratico iraniano: sebbene appartengano a correnti teologiche differenti poiché il regime iraniano è sciita, mentre Hamas e i Talebani sono sunniti, queste tre entità condividono una visione radicale nota come islamismo politico o fondamentalismo islamico. Il legame si articola su tre elementi dottrinali e politici fondamentali ossia il rifiuto dello Stato laico e il primato della Sharia. Tutti e tre i soggetti rifiutano i modelli politici occidentali e la separazione tra Stato e Chiesa. Per loro, la sovranità non appartiene al popolo o alle istituzioni umane, ma a Dio. Il regime iraniano ha strutturato lo Stato attorno al principio del Velayat-e Faqih (la tutela del giurista islamico), dove la guida suprema controlla ogni potere in nome della religione. I Talebani hanno restaurato in Afghanistan un ‘Emirato Islamico’ rigido, dove la costituzione è interamente sostituita da un’applicazione ultra-fondamentalista della Sharia. Hamas, acronimo di Movimento di Resistenza Islamica, nel suo statuto fondativo e nella gestione della Striscia di Gaza, persegue l’obiettivo storico di stabilire uno Stato islamico teocratico sull’intero territorio. La dottrina estremista reinterpreta il concetto di Jihad esclusivamente in chiave militare e globale: la lotta armata non è vista solo come uno strumento politico, ma come un dovere religioso assoluto e permanente contro quelli che vengono definiti i ‘nemici dell’Islam’. Questo approccio giustifica la violenza asimmetrica, il martirio (attentati suicidi) e la cancellazione di ogni distinzione tra obiettivi militari e civili. Per queste tre entità, il compromesso politico definitivo è ideologicamente impossibile: la vittoria o la sottomissione dell’avversario sono le uniche conclusioni contemplate dalla loro interpretazione testuale della fede. L’estremismo islamico identifica la cultura occidentale, il pluralismo e la democrazia come minacce corrotte alla purezza islamica. Questo odio teologico si traduce nella retorica geopolitica dell’asse guidato dall’Iran, che definisce gli Stati Uniti il Grande Satana e Israele il Piccolo Satana o un ‘tumore canceroso’ da estirpare. L’antisemitismo religioso è un elemento portante sia della propaganda iraniana sia dei documenti programmatici di Hamas, dove il conflitto territoriale viene elevato a scontro apocalittico tra il bene (l’Islam radicale) e il male. Storicamente, la divisione tra musulmani sciiti e sunniti ha generato violenti conflitti interni al mondo islamico. Tuttavia, l’interpretazione estrema dei rispettivi dogmi permette a queste forze di applicare una strategia del pragmatismo radicale e di avere come obiettivo comune di distruggere l’ordine democratico e combattere l’Occidente prevale sulle divergenze dottrinali. È questa convergenza ideologica che consente al regime sciita di Teheran di finanziare, armare e addestrare militarmente i gruppi sunniti come Hamas, e di mantenere canali di cooperazione diplomatica con i Talebani. Quindi finiamola con una cultura delle eccezioni e del relativismo culturale e storico: nessuno vorrebbe avere nemici alle porte e nessuno vorrebbe dover difendere i nostri principi e le nostre democrazie. Lungi da me avvicinarmi a visioni estremiste, politicamente e culturalmente parlando, ma l’assedio da sud e da est del nostro ‘piccolo lembo’ di democrazia europea ha non solo radici lontane e storicamente accertate, ma sempre di più appare una minaccia reale. (…) Non capire che è in corso una guerra di religione è il più grande errore che l’Occidente possa commettere. Una guerra che non mira a conquistare il nostro territorio, ma a distruggere la nostra anima, la nostra libertà, la nostra civiltà. (Oriana Fallaci). Come non essere d’accordo?

Jacopo Bononi- presidente del Premio letterario la Tore isola d’Elba

ph.-da-partito-di-alternativa-comunista.

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