Raffaello Foresi: il dovere di una memoria autentica

di Ilaria Monti

«Raffaello Foresi è morto. Il limpido cielo di Portoferraio che ne aveva ascoltate le prime voci infantili, la sera del 12 ottobre 1876 ne raccoglieva l’ultimo sospiro».Iniziava così l’omaggio accorato che Renato Fucini dedicò all’uomo che gli aveva fatto da mentore. Oggi, a centocinquant’anni esatti dalla sua morte, scelgo di ricordarlo non con la classica retorica dei monumenti o delle celebrazioni formali, ma con il realismo e il rigore di chi ha scavato a fondo nelle carte per restituire a questo personaggio la complessità e lo spessore che merita, liberandolo dalla sbiadita immagine di semplice e bizzarro “raccoglitore di sassi”.

Quando ho intrapreso le ricerche per il mio saggio Conoscere, amare e morire. La vita e il pensiero di Raffaello Foresi fra l’Elba e Firenze, l’obiettivo era proprio questo: fare luce sia sugli aspetti più tormentati della sua vita privata, sia sulla sua dirompente e poliedrica attività politica, scientifica e culturale. È stata un’opera di scavo complessa, resa difficile da un grande rammarico storico: il fatto che il suo archivio privato sia andato interamente perduto e frammentato dagli stessi familiari dopo la sua morte. Tuttavia, da quando ho iniziato ad approfondire la storia di Raffaello e della sua famiglia, è stato possibile rintracciare lettere e documenti sparsi nei faldoni di tutta Europa perché, per fortuna, i grandi scienziati, politici e artisti dell’epoca hanno custodito nei propri archivi la corrispondenza da lui ricevuta. Questo lavoro ha permesso di portare alla luce dettagli iconografici e biografici prima mai sospettati, i cui esiti e successivi aggiornamenti sono confluiti nel tempo in articoli per la rivista elbana Lo Scoglio e in monografie, tutti oggi rintracciabili e scaricabili gratuitamente sul sito Mucchio Selvaggio.

Tutto ciò permette oggi di fare luce su una vita dirompente, vissuta senza padroni e mossa da un grande desiderio di libertà, ma costretta a scontrarsi continuamente con le rigidità e le delusioni del proprio tempo. Emerge così la figura intera di un uomo che seppe intrecciare l’erudizione e la scienza più rivoluzionaria alla fatica quotidiana della gestione della terra e alle pene profonde degli affetti privati.

A testimonianza della sua anima tormentata e della grandezza scientifica riconosciuta persino nell’intimità degli affetti, le mie ricerche nell’archivio della signora Giuliana Foresi hanno portato alla luce un prezioso e toccante sonetto, scritto dal figlio Mario:

Chi della morte penetra i misteri?

In questo asil ecco in eterno spente

L’inquieta che t’uccise anima ardente

E la scintilla dei tuoi guardi austeri.

L’odiosa boria qui dei cimiteri

Non irride al dolor, sì che la mente

Raccolta il suon della tua voce sente

E agli atti egregi migra e a’ tuoi pensieri.

E ancor ti vede meditar dell’onde

l’infinito, da queste che di tanta

Scienza onorasti, tue natali sponde;

Ed agli affanni, onde la vita grave

Ti era, rapito in visïone santa,

Vagheggiar la materna ombra soave.

(Su la tomba di mio padre porgo questo caduce fior di perpetuo rimpianto. 1878, Mario)

Questi versi racchiudono una chiara chiave di lettura: Mario non attribuisce la morte del padre a una comune malattia, ma descrive un’anima consumata dal suo stesso ardore intellettuale. Al tempo stesso, rivendica con fermezza la statura dello scienziato che ha saputo onorare l’Elba attraverso lo studio, offrendo in chiusura un ritorno intimo alla pace, identificata nel ricongiungimento con la complessa e protettiva figura materna.

Ricordare Raffaello Foresi oggi, a un secolo e mezzo da quel 12 ottobre, significa accogliere l’invito a rileggere le sue pagine e i documenti superstiti per penetrare davvero nel suo animo. Se alla fine dell’Ottocento le istituzioni scelsero di intitolargli un prestigioso istituto scolastico superiore a Portoferraio, la ricorrenza di oggi diventa l’occasione ideale per riavvicinare l’intera comunità a una figura che merita di essere riscoperta e vissuta pienamente, tanto tra le strade della sua isola quanto nelle sale della cultura. Significa, soprattutto, restituire alla comunità elbana la fiera consapevolezza di aver espresso una mente straordinaria, capace di dialogare alla pari con i grandi del suo tempo, da Guerrazzi a Tommaseo, fino al pittore Antonio Ciseri (che lo ritrasse nel suo capolavoro in Santa Felicita a Firenze). Un’eredità preziosa, scientifica e umana, che oggi vive tra i ragazzi dell’Istituto Superiore che porta il suo nome e tra i visitatori delle nuove sale del Museo della Specola, del Museo Nazionale di Antropologia ed Etnologia di Firenze e della Pinacoteca Foresiana. Un patrimonio d’eccellenza che l’Elba ha il diritto e l’orgoglio di custodire, tramandare e rivendicare a testa alta.

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