Viste le numerose richieste di partecipazione il laboratorio “Città spugna e architettura partecipata: un laboratorio di idee per abitare il futuro” organizzato dagli architetti Massimiliano Pardi e Valentina Tosi per il 10 ottobre, si terrà alla Sala espositiva Pierluigi Nervi al secondo piano della ex Gattaia a Portoferraio dalle ore 10:00 alle 13:00. Un incontro per “immaginare insieme nuovi modi di abitare e prenderci cura dei nostri territori”. Intanto in vista del laboratorio di sabato prossimo i due architetti propongono un manifesto aperto, “Sofferenze urbane” come punto di partenza per il laboratorio: una riflessione da discutere e arricchire con chi vorrà partecipare, per immaginare insieme città più accoglienti, accessibili e capaci di affrontare i cambiamenti ambientali e sociali.
Una piazza che attraversiamo senza fermarci. Un giardino che nessuno frequenta. Un marciapiede che, per qualcuno, diventa un ostacolo insuperabile. Un quartiere nel quale si abita da anni senza conoscere i propri vicini. Le sofferenze urbane prendono forma anche così: nelle esperienze quotidiane che rendono più difficile incontrarsi, riconoscersi e sentirsi parte di una comunità.
La SOFFERENZA di una città si manifesta nel degrado degli edifici e degli spazi pubblici, ma attraversa anche le relazioni. Può assumere la forma della solitudine, dell’esclusione, della perdita di appartenenza. Quando queste condizioni si prolungano, il malessere individuale finisce per intrecciarsi con quello collettivo: ci si abitua alla distanza, si riducono le occasioni di confronto, si smette di immaginare che lo spazio in cui viviamo possa essere diverso.
La parola URBANO rimanda alla città; urbanità richiama la cortesia, il rispetto, la capacità di rapportarsi agli altri. Accostare queste parole alla sofferenza fa emergere una contraddizione: proprio il luogo nel quale si concentrano persone, attività e opportunità può diventare uno spazio di separazione.
È qui che riconosciamo una delle dicotomie più profonde del nostro tempo: la distanza tra la città costruita e la città vissuta, tra l’organizzazione degli spazi e i bisogni delle persone che li abitano.
Per ridurre questa distanza dobbiamo ricucire le nostre comunità. Dobbiamo ricollegare quelle che potremmo chiamare «SINAPSI URBANE»: le connessioni attraverso le quali circolano incontri, conoscenze, esperienze e forme di solidarietà. Come in un organismo, la vitalità della città dipende anche dalla qualità dei collegamenti tra le sue parti.
Queste connessioni hanno bisogno di luoghi concreti. Piazze accoglienti, giardini accessibili, biblioteche, musei aperti alla vita della comunità, spazi nei quali ragazzi e ragazze possano ritrovarsi e proporre attività. Luoghi capaci di favorire lo scambio tra generazioni, dove gli anziani possano condividere memoria e competenze, partecipando attivamente alla vita collettiva.
L’architettura può creare le condizioni perché questi incontri avvengano. Perché durino servono ascolto, iniziativa e cura quotidiana. Un nuovo spazio pubblico acquista significato quando le persone possono riconoscerlo come proprio, contribuire alle sue attività e sentirsi responsabili del suo futuro.
L’esperienza della pandemia e delle restrizioni ha reso evidente quanto contino la prossimità e la possibilità di stare insieme. Anche la comunicazione digitale, pur offrendo preziose occasioni di contatto, lascia aperto il bisogno di condividere fisicamente un luogo: incontrare uno sguardo, fermarsi a parlare, partecipare a qualcosa che accade vicino a noi.
Occorre quindi tornare a progettare gli spazi della socialità, recuperando prima di tutto quelli che abbiamo trascurato. Riattivare un edificio inutilizzato, restituire una piazza alla vita quotidiana, collegare un quartiere a un parco possono diventare occasioni per ricostruire relazioni. Associazioni, organizzazioni di volontariato, cooperative sociali e altre realtà del Terzo settore possono contribuire a rendere questi luoghi vivi e continui nel tempo.
La cura delle relazioni deve procedere insieme alla cura dell’ambiente. La qualità dell’abitare comprende l’aria che respiriamo, l’acqua di cui disponiamo, l’ombra che troviamo lungo una strada, la possibilità di muoverci in autonomia. Comprende anche il modo in cui utilizziamo le risorse e le condizioni che lasceremo a chi verrà dopo di noi.
Una prima direzione è chiara: ridurre. Ridurre il consumo di suolo, gli sprechi d’acqua, il fabbisogno energetico, l’inquinamento. A questa responsabilità dobbiamo affiancare la capacità di rigenerare: recuperare il patrimonio esistente, restituire permeabilità ai terreni, ricostruire continuità ecologiche, dare nuova vita agli spazi abbandonati.
È un patto da rinnovare tra le comunità e i territori che le ospitano. Un patto fondato sulla consapevolezza che ogni trasformazione produce conseguenze e che le risorse disponibili hanno limiti con i quali il progetto deve confrontarsi.
In questa prospettiva, sostenibilità ambientale, sociale ed economica sono dimensioni inseparabili. Un intervento deve poter essere realizzato, gestito e mantenuto; deve generare benefici accessibili e rispettare gli equilibri ambientali. La valorizzazione dei saperi, delle attività e delle risorse locali può sostenere lavoro e reddito, contribuendo alla cura del territorio. La solidità economica delle scelte va costruita insieme alla loro equità e alla loro durata.
Di fronte alla crisi ambientale e sociale, serve una capacità di progetto commisurata alla profondità dei cambiamenti. Le risposte frammentarie mostrano i propri limiti quando ciascun intervento risolve un problema circoscritto senza interrogarsi sulle relazioni con tutto ciò che lo circonda.
È questo il significato concreto che attribuiamo a una visione olistica: comprendere ogni intervento attraverso le relazioni che stabilisce con l’insieme.
Un parcheggio modifica i flussi, gli accessi e l’uso degli spazi circostanti. Una piazza offre opportunità diverse a seconda di come è collegata, ombreggiata, attrezzata e curata. Un parco può contribuire contemporaneamente alla vita sociale, alla continuità ecologica e alla gestione delle acque. La qualità di queste opere dipende anche dalla loro capacità di partecipare a un disegno comune.
Occorre allora superare le separazioni tra settori, competenze e ambiti amministrativi che troppo spesso si traducono in fratture nello spazio urbano. Dove la gestione distingue, il progetto deve saper costruire connessioni. Dove si sono accumulate soluzioni isolate, deve ricomporre una visione.
Ricucire la città significa assumere la qualità della vita come criterio delle trasformazioni: chiedersi chi potrà utilizzare uno spazio, chi rischia di esserne escluso, quali incontri renderà possibili e quali risorse richiederà nel tempo.
Il nuovo umanesimo dell’architettura può nascere da questa attenzione. Dalla capacità di riconoscere le persone nella pluralità dei loro bisogni e di comprendere la loro appartenenza al mondo vivente. Dalla responsabilità di progettare luoghi nei quali sentirsi accolti e partecipi.
Ugo Sasso esprimeva questa aspirazione con parole che conservano tutta la loro forza:
«Il progetto è nel cuore, nella testa, nelle mani. […] Giungiamo ad un nuovo umanesimo di un’architettura conciliata con l’uomo e con l’ambiente».
Da qui possiamo ripartire: dalla cura dei luoghi e dei legami che li rendono vivi. Perché abitare una città significa anche poter sentire di appartenervi.
Arch. Massimiliano Pardi e Arch. Valentina Tosi



