La Mardola, quando l’Elba torna a cantare e si racconta

Canti, stornelli, serenate e dialoghi in ottava rima alla Fortezza di San Nicolò

Ci sono modi diversi per raccontare un’isola. Si possono consultare gli archivi, cercare nei documenti, ricostruire le vicende attraverso libri e testimonianze. Oppure si può cominciare da una voce.
È quello che ha fatto La Mardola, il progetto musicale diretto da Daniela Soria, anima e motore del progetto, che riunisce Giampiero Grassi, Simona Lumachi, Anna Godàno e Fausto Retali.
La prima a San Piero, nella Fortezza di San Nicolò, è stata particolarmente apprezzata dal pubblico, che ha seguito con attenzione un percorso fatto di canti, stornelli, serenate e soprattutto di dialoghi in ottava rima, capaci di restituire non soltanto le melodie, ma anche il modo con cui un tempo la gente dell’isola utilizzava la musica per raccontarsi, scherzare, corteggiare e confrontarsi.
L’ottava rima per presentarsi e scherzare
Uno degli aspetti più originali della serata è stato proprio l’uso dell’ottava rima.
La Mardola l’ha utilizzata anche per presentarsi, giocando con i ruoli dei quattro componenti e costruendo piccoli scambi ironici tra una canzone e l’altra. Non una semplice introduzione ai brani, quindi, ma una parte vera e propria dello spettacolo.
Le ottave diventano così un dialogo diretto con il pubblico, fatto di battute, provocazioni e risposte. Un modo semplice per ricreare quella dimensione popolare nella quale il canto non era separato dalla vita quotidiana, ma ne faceva parte.
E proprio attraverso questi momenti emerge anche il carattere dei quattro interpreti: Fausto Retali nel ruolo del menestrello, Simona Lumachi alla voce e alla chitarra, Giampiero Grassi negli scambi a contrasto e Anna Godàno, insieme agli altri, nella costruzione di un repertorio che alterna momenti più lirici ad altri decisamente scherzosi.
Una ricerca che viene da lontano
Il repertorio proposto dalla Mardola non nasce dal nulla. Alle sue spalle c’è un lavoro di ricerca che attraversa diverse generazioni di studiosi e raccoglitori.
Un riferimento importante è quello di Alan Lomax, che negli anni Sessanta raccolse testimonianze della musica popolare anche all’Elba. A questo lavoro si sono poi affiancate le ricerche di Sergio Rossi e Patrizia Piscitello, sviluppate anche in collaborazione con l’etnomusicologa Caterina Bueno.
Un contributo importante è arrivato inoltre da Mauro Mazzei, che negli anni ha raccolto numerosi canti legati in particolare al mondo degli scalpellini di San Piero, conservando materiali che rischiavano di scomparire.
E ancora, Fernando Montauti, dal quale proviene il frammento del Maggio delle Vedove e delle Anime, proposto dalla Mardola come materiale recuperato e riportato all’ascolto.
È un percorso nel quale la ricerca documentaria incontra direttamente la pratica musicale. I canti vengono recuperati, studiati, provati e infine restituiti attraverso nuove voci.
Quando gli stornelli diventano un dialogo
Tra i momenti più vivaci della serata ci sono stati gli stornelli a contrasto.
Qui l’ottava rima torna nella sua dimensione più immediata: una voce lancia la sfida e l’altra risponde. Non c’è bisogno di una lunga spiegazione perché il meccanismo diventi comprensibile.
Il pubblico assiste a un vero e proprio gioco poetico nel quale la rapidità della risposta e l’ironia diventano parte dello spettacolo.
È forse questo uno degli aspetti più interessanti della proposta della Mardola: recuperare una forma antica senza trasformarla in qualcosa di distante o museale.
Le serenate degli scalpellini
Tra i brani eseguiti anche “Aprite la finestra o vago fiore”, una serenata legata al repertorio raccolto da Mauro Mazzei.
È un passaggio particolarmente significativo perché riporta alla luce la voce di un mondo che a San Piero ha avuto un’importanza fondamentale: quello degli scalpellini e delle cave di granito.
Accanto al lavoro, però, c’erano anche il canto, le serenate, le feste e le occasioni di incontro. La musica diventava così parte della vita della comunità.
Il Maggio e le diverse anime della comunità
Un altro capitolo importante del repertorio è quello dei Maggi.
La Mardola ha proposto il Maggio sampierese, datato nel copione al 1853, insieme al frammento del Maggio delle Vedove e delle Anime, recuperato grazie alla ricerca di Fernando Montauti.
Sono canti diversi per origine e funzione, ma entrambi raccontano una comunità nella quale il calendario, il lavoro, la religiosità e le relazioni sociali si intrecciavano anche attraverso il canto.
Nel repertorio compare inoltre l’Inno al Maggio di Ugo e Silvana Soria, che riporta il percorso verso una figura centrale per la storia musicale recente dell’isola.
La Befana e l’ironia della piazza
Non è mancato il repertorio legato alla Befana, con la Befana marinese e la Befana portoferraiese.
Erano canti legati alla questua e agli auguri: gruppi di persone passavano di casa in casa, cantando e chiedendo piccoli doni.
Ma il rapporto con chi apriva la porta poteva anche diventare un gioco. Se la richiesta non veniva accolta, arrivavano le maledizioni, naturalmente in versi e spesso costruite proprio secondo le regole dell’ottava rima.
Anche in questo caso l’ironia diventa un modo per raccontare i rapporti all’interno della comunità.
Daniela Soria e un progetto che mette insieme le voci
Al centro di questo percorso c’è Daniela Soria, direttrice del coro e anima del progetto.
Il suo lavoro non si limita alla preparazione musicale. C’è soprattutto la volontà di mettere insieme persone, repertori e materiali diversi, trasformando la ricerca in un’esperienza da condividere con il pubblico.
La Mardola nasce così dall’incontro tra voci differenti e da un repertorio che comprende “Inno all’Elba”, “La bambola nova marcianese”, “La bambola nova santilariese”, “La strada del bosco”, “Oh sciabecco algerino”, “Come t’ha fatto lollo la tua mamma”, gli stornelli a contrasto, la ninnananna, “Il merlo ha perso il becco”, i Maggi, le Befane, “Verrà quel dì”, “Son tre notti che non dormo” e il Cantico del Maggio.
Un repertorio ampio, nel quale convivono canti d’amore, serenate, filastrocche, canti rituali, brani di lavoro e momenti di puro divertimento.
Un finale nel segno di Ugo Soria
La serata si è conclusa tornando a Ugo Soria, con il Cantico del Maggio, dopo l’apertura affidata al suo Inno all’Elba.
Un ritorno alle origini, ma anche un modo per guardare avanti. Perché il lavoro della Mardola non sembra voler semplicemente conservare un repertorio: lo rimette in circolo, lo fa incontrare con nuove voci e con un pubblico che può ancora riconoscersi in quelle parole.
E alla fine basta questo: quattro persone che cantano, qualcuno che ascolta e una vecchia canzone che, per qualche minuto, torna a essere presente.

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