Il 22 e 23 marzo gli italiani saranno chiamati alle urne per il referendum sulla giustizia, una consultazione che riguarda l’organizzazione della magistratura e, in particolare, il ruolo del Consiglio Superiore della Magistratura e il rapporto tra giudici e pubblici ministeri. Il quesito propone modifiche all’attuale sistema della magistratura, aprendo il dibattito sulla separazione tra magistratura requirente – cioè i pubblici ministeri – e magistratura giudicante, ovvero i giudici. Anche all’Isola d’Elba il tema è oggetto di discussione. Due avvocati di Portoferraio, Paolo Di Tursi e Benedetto Lupi, hanno espresso pubblicamente posizioni opposte invitando i cittadini a votare rispettivamente sì e no al referendum. L’avvocato Paolo Di Tursi, sostiene il sì ritenendo necessario riformare l’attuale assetto. Secondo Di Tursi, nel processo penale il giudice deve essere una figura completamente terza e imparziale rispetto alle parti, ma oggi giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine e fanno capo allo stesso organo di autogoverno, il Consiglio Superiore della Magistratura, che decide su carriere, trasferimenti e procedimenti disciplinari. Con una metafora sportiva, l’avvocato spiega che arbitro e una delle squadre condividono lo stesso “spogliatoio”. Separare i due percorsi, sostiene, permetterebbe di rafforzare il principio di terzietà del giudice e allineare il sistema italiano a quello di molti altri Paesi europei. Di opinione opposta l’avvocato Benedetto Lupi, che invita invece a votare no. Secondo Lupi il referendum non interviene sul funzionamento concreto dei processi ma sull’assetto istituzionale della magistratura, con il rischio di indebolirne l’indipendenza. L’avvocato ricorda che la Costituzione prevede una magistratura autonoma, non sottoposta alla politica, e che il Consiglio Superiore della Magistratura è stato pensato proprio per garantire questa autonomia nella gestione delle carriere e dei trasferimenti. La riforma, secondo Lupi, frammenterebbe questo sistema creando più organismi e introducendo meccanismi come il sorteggio dei componenti, con il rischio di ridurre la qualità della rappresentanza e aumentare i costi per lo Stato. Il confronto resta quindi aperto anche a livello locale. La parola finale spetterà agli elettori, chiamati a esprimersi nelle urne il 22 e 23 marzo.
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