Lo sport come veicolo di crescita personale e collettiva

di Filippo Alberti

L’esperienza dopo la giornata di sport e solidarietà che si è tenuta al palazzetto dello sport con Dolphins Elba Baskin, l’Audace Under 17 e i ragazzi della Fondazione Exodus è stata raccontata anche da Filippo Alberti, giovane dell’Audace, che ha condiviso le emozioni vissute durante la giornata, arricchendo il racconto con il resoconto della partita. Un esempio concreto di come lo sport possa diventare veicolo di crescita personale e collettiva, capace di rafforzare il senso di comunità all’Isola d’Elba.

Mi chiamo Filippo Alberti e sono un centrocampista dell’Audace Isola d’Elba under 17. Ho cominciato a giocare a calcio a livello agonistico abbastanza tardi, all’età di 12 anni, anche se a pallone durante l’infanzia ci ho giocato tantissimo: non su un campo di calcio vero e proprio, ma ai giardini pubblici davanti alla spiaggia delle Ghiaie, a Portoferraio. Ricordo come se fosse ieri le pedalate che facevo dalla mia casa in campagna fino alla spiaggia nel centro del paese per unirmi ai bambini miei compagni di partitelle sullo spiazzo di cemento all’interno del parco. Negli anni delle elementari e in parte degli anni delle medie il mio sport principale però era un altro: l’atletica leggera. La scelsi perché mi piaceva tantissimo correre fin dagli anni dell’asilo. Ero iscritto all’Atletica Elba, mi allenavo al campo di atletica di Portoferraio dove si respirava e si respira ancora oggi un bel clima di famiglia, con bambini, ragazzi, ragazze e adulti che si allenano tutti insieme. La mia specialità era il thriatlon per bambini: una gara fatta di tre gare; 200 metri, salto in lungo e lancio del vortrex. Una gara di triathlon la vinsi anche, a Piombino. Poi è arrivata la pandemia, e dopo il ritorno degli sport all’aperto ho preso la decisione di provare uno sport diverso, così sono passato al calcio. La mia passione per la corsa però non è affatto sparita: anzi. Non a caso ancora oggi conservo un’abitudine molto particolare per i ragazzi della mia età: due giorni alla settimana (che sia caldo o freddo, che sia bel tempo oppure pioggia) io metto la sveglia alle 5.30 di mattina e prima di andare a scuola esco a correre per 45 minuti per le strade di Portoferraio. Mi piace arrivare nella zona del porto, fino alla banchina della Blue Navy, fare una sosta flash alla fontanella pubblica dell’acqua potabile, sgusciare via per i vicoli del centro storico e poi tornare indietro fino a casa, dove mi aspettano la doccia, la colazione e lo zaino della scuola: 10 chilometri in tutto. Queste corse solitarie sono un modo per tenermi in forma ma anche per rimanere solo a pensare prima di iniziare la giornata, e anche per innamorarmi sempre di più dell’Isola d’Elba, dei nostri paesaggi unici e del nostro mare che un po’ ci isola ma un po’ anche ci abbraccia e ci protegge. Sogno di correre presto una mezza maratona o, perché no, anche una maratona. Però in questo momento è al calcio che dedico la maggior parte del mio tempo sportivo. Nell’Audace mi sono trovato bene fin da subito. Sarà stato un segno del destino, chissà: fatto sta che dopo pochissimi allenamenti e alla prima partita ufficiale della mia vita (subito calcio a 11 senza passare dalla scuola calcio) sono riuscito a segnare un bel gol con un tiro secco e angolato dal limite dell’area. Sono stati tre anni uno diverso dall’altro, questi miei primi campionati da calciatore. Nel primo ho vissuto la bellezza del cominciare subito con il piede giusto. Il secondo è stato il campionato che mi ha insegnato a perdere: quante sconfitte di fila, in una categoria regionale per cui sinceramente io e i miei compagni non eravamo all’altezza; tre soli punti in un anno intero, eppure io lo ricordo come un anno positivo, pieno di trasferte lunghe in giro per la Toscana e pieno di miglioramenti a livello personale. E poi è arrivato quest’anno: l’anno più difficile come calciatore, visto che a causa della mancanza di ragazzi della mia età sono stato inserito nella squadra dei più grandi dove lo spazio per me è pochissimo. Però non ho mai mollato: mai saltato un allenamento per mancanza di voglia, mai sprecata un’occasione per imparare qualcosa e per continuare a migliorare nonostante sia veramente difficile allenarsi, allenarsi, e poi giocare la miseria di 70 minuti in una intera stagione. Però io sono determinato e spero di trovare più spazio il prossimo anno. Devo ringraziare in modo particolare la mia ragazza, Vittoria, che è la mia mental coach insuperabile e che mi aiuta a restare col sorriso anche nelle difficoltà, cercando sempre il lato positivo delle cose.
Oggi per esempio il positivo della mia giornata l’ho trovato, a sorpresa, nel palazzetto dello sport di Portoferraio dove insieme a tre miei compagni di squadra dell’Audace ho partecipato a uno dei pomeriggi organizzati dalla Figc per far avvicinare la nostra squadra alla realtà della comunità terapeutica Exodus. Oggi noi calciatori e i ragazzi e le ragazze della comunità ci siamo trovati tutti ospiti di una squadra di basket molto speciale: non esattamente di basket, a dire la verità, ma di baskin. Il baskin è una variante del gioco della pallacanestro in cui ragazzi e ragazze giocano insieme, e ragazzi normodotati e ragazzi con disabilità giocano insieme. Un gioco che più inclusivo di così non si può. Renzo, l’allenatore della squadra, ci ha raccontato che anche ragazzi in carrozzina e ragazzi con disabilità gravi riescono a giocare nella stessa squadra con giocatori di pallacanestro forti: il trucco di questo gioco è dividere ogni giocatore delle due squadre in 5 livelli diversi di abilità. Chi ha abilità minori ha diritto a tirare liberamente a canestro senza essere contrastato o disturbato, le ragazze hanno diritto a non essere marcate strette dai ragazzi, chi è in carrozzina ha diritto a tirare a un canestro più basso rispetto a quello classico, che però porta punti esattamente come il canestro più alto. Dette così tutte queste regole sembrano complicatissime. In realtà giocando si impara tutto molto velocemente. E ci si diverte anche. E’ stato bello veder fare canestro a ragazzi come Aron, Simone e Lorenzo, che si muovono in modo goffo e a volte buttano lì frasi ripetitive e fuori luogo, ma allo stesso tempo comunicano una grande passione per il gioco: si capisce dalle loro esultanze sfrenate dopo un canestro fatto. Mescolarmi per un pomeriggio con la squadra di baskin dell’Elba mi ha fatto pensare a quanto lavoro ha fatto Renzo per creare una squadra così spettacolare: quanta pazienza per integrare tutti, per dare a tutti il loro ruolo, per aspettare pian pianino i piccoli grandi miglioramenti di ognuno… Renzo è stato bravissimo oggi anche a integrare noi. I ragazzi e le ragazze della comunità (4 in tutto) a differenza di noi calciatori hanno esitato un po’ prima di entrare nella partita. Però Renzo, con delicatezza ma anche con tenacia, ha insistito e alla fine ce l’ha fatta. Anche Alessandra, Celeste, Victoria e Lorenzo sono scesi sul parquet e hanno cominciato a giocare, suddivisi nelle due squadre. Alla prima palla giocata Alessandra ha pure fatto canestro, e sul suo viso è apparso un sorriso pieno di gioia e di incredulità. Potere del baskin, che forse non è solo uno sport, ma l’immagine della vita come dovrebbe essere: un gioco di squadra dove tutti si sentono a casa, e nessuno resta seduto in panchina.
Il video
 https://www.facebook.com/reel/922999400466300

Una risposta a “Lo sport come veicolo di crescita personale e collettiva

  1. Un genitore elbano abbastanza "attempato" Rispondi

    Bellissima questa lettera di Filippo, ha dimostrato di avere le idee molto chiare sulla sua vita e di possedere i veri valori, complimenti e bravo !
    Tutto ciò dimostra che i nostri giovani elbani stanno crescendo nella giusta direzione.

    18 Marzo 2026 alle 11:45

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