Le chiedo: qual è il modello che hanno in testa i nostri governanti? Quello per cui era proibito suonare Beethoven durante la Prima guerra mondiale? Oppure quello per cui adesso, siccome c’è la guerra russo-ucraina, diventa difficile organizzare un convegno su Dostoevskij? Questa è una follia. E quindi, se Buttafuoco reagisce a questo andazzo demenziale, ha tutta la mia solidarietà. Fa benissimo a invitare artisti russi, ucraini, iraniani, esattamente come inglesi, francesi o tedeschi. Perché la Biennale è questo. La missione delle istituzioni culturali, in momenti tragici come questi, è continuare a mantenere rapporti di dialogo e di confronto. Soprattutto tra le parti che oggi sono drammaticamente in guerra. Così il filosofo Massimo Cacciari intervistato da ‘La Repubblica’. Gli fa eco lo stesso Buttafuoco, che ha vinto il nostro premio nel 2021 ed è stato nostro ospite alla Marina in una serata con grande successo di pubblico. (…) La partecipazione della Federazione Russa è stata decisa in totale autonomia dalla Fondazione Biennale, nonostante l’orientamento contrario del governo italiano. Come ribadito più volte dal ministro Giuli, l’Italia sta dedicando grande attenzione alla tutela del patrimonio artistico ucraino, colpito dai bombardamenti russi che si protraggono da oltre quattro annim(…) e aggiunge: (…) tutti i Paesi in questo momento in guerra saranno qui a Venezia. Io apro a tutti, non chiudo a nessuno. Ci saranno Russia, Iran, Israele. Ci saranno Ucraina e Bielorussia. Tutti. La reazione del Ministero della Cultura non si è fatta attendere: (…) La partecipazione della Federazione Russa alla 61/a Esposizione internazionale d’arte di Venezia è stata decisa in totale autonomia dalla Fondazione Biennale, nonostante l’orientamento contrario del governo italiano. Tuttavia l’empasse sembra superato e derubricato a quelle inevitabili frizioni che esistono nella destra culturale italiana, già avutesi tra lo stesso Giuli e Marcello Veneziani, nostro vincitore nel 2024, alcune settimane orsono il quale, in un suo editoriale, non fu tenero sui collaboratori della Presidente del Consiglio. Al netto delle evidenti considerazioni sul fatto che sia sempre il solito ‘refrain’ che ci tocca vedere, ossia che si metta sullo stesso piano la scelta politica di un governo con quelle che sono le espressioni culturali dello stato governato. Esiste una inevitabile ‘collusione’ tra le scelte politiche e militari, in questo caso, tra i governanti e il popolo governato? Spesso, certamente. Tuttavia non è pensabile che una Istituzione culturale forse tra le più importanti del pianeta, come la Biennale di Venezia, non possa essere se non espressione di tutte le Culture e anche di quelle che vengono da Paesi magari condizionati dall’apparato politco e governativo. Anzi, possiamo immaginare e sperare che tra questi Artisti ci siano proprio quelle espressioni di dissidenza e di contestazione celata o meno attraverso i filtri appunto dell’arte e della cultura. Quindi pur, rimanendo fermi nelle nostre convinzioni assertive riguardo alla incomprensione e alla inacettabilità delle scelte politico-militari di super potenze come la Russia, in particolare in relazione al conflitto con l’Ucraina, non possiamo che condividere la scelta ‘aperta’ del presidente Buttafuoco. La sua formazione del resto e la sua carriera di scrittore, giornalista e intellettuale di punta nel panorama culturale italiano, pur essendo egli proveniente una dichiarata espressione di area, è sempre stata improntata a uno spirito di analisi libera ed indipendente, molto lontana da scelte da politico ‘irreggimentato’. Rivediamo la sua carriera, infatti, per capire meglio. Buttafuoco si è laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi di Catania e comincia la sua attività giornalistica collaborando con riviste come ‘Proposta’. Poi collabora con ‘Il Giornale’. Tra il dicembre 1995 e il 1996, è direttore del periodico ‘L’Italia settimanale’, dove si segnala per copertine dai titoli provocatori. Alla fine degli anni novanta conduce per due stagioni, su Canale 5, chiamato dall’allora direttore Giampaolo Sodano, la trasmissione ‘Sali e Tabacchi’. Lasciato Il Giornale, lavora per alcuni anni al ‘Foglio’ di Giuliano Ferrara, prima di approdare nel 2004 a ‘Panorama’ chiamato da Pietro Calabrese. Nel 2005 pubblica per la Arnoldo Mondadori Editore il romanzo di grande successo ‘Le uova del drago’, finalista al Premio Campiello 2006. In precedenza per le Edizioni di Ar, ha pubblicato una raccolta di suoi articoli dal titolo ‘Fogli consanguinei’. Nel 2006 realizza su LA7 il programma ‘Giarabub’. Il 18 maggio 2007 viene nominato presidente del ‘Teatro Stabile’ di Catania, succedendo al dimissionario Pippo Baudo. Da giugno a settembre 2007 conduce su LA7, in coppia con Alessandra Sardoni, la trasmissione ‘Otto e mezzo’, nella sostituzione estiva dei conduttori Giuliano Ferrara e Ritanna Armeni. Nel 2008 esce il suo secondo romanzo, ‘L’ultima del Diavolo’, pandemia, in cui si parla della vicenda del monaco cristiano Bahira, che secondo una leggenda avrebbe riconosciuto nel giovane Maometto i segni del carisma profetico. Nel 2008 pubblica anche ‘Cabaret Voltaire’, un saggio sul rapporto tra Islam e Occidente. Nel 2011 pubblica anche il romanzo ‘Il Lupo e la Luna’. Il 16 novembre 2011 è nominato consigliere d’ amministrazione dell’Università degli Studi di Enna ‘Kore’. Dal marzo 2012 collabora a ‘La Repubblica’. Dopo 5 anni, il 29 ottobre 2012, si dimette dalla presidenza del Teatro Stabile di Catania. Continua a scrivere sul settimanale fino al marzo 2013. Dal febbraio 2015 scrive per il ‘Fatto Quotidiano’ e a partire dal 2019 inizia anche a collaborare con ‘Il Quotidiano del Sud’. A novembre di quell’anno è nominato presidente del Teatro Stabile d’Abruzzo. Suo il discusso saggio ‘Salvini e/o Mussolini’, che è stato un ‘best seller’. Nominato Presidente della Biennale di Venezia due anni or sono ha di certo trasferito anche in questo prestigioso incarico quello spirito indipendente che ha sempre cotraddistinto le sue scelte culturali e politiche, oltre che professionali. Di fronte a un certo irrigidirsi istituzionale, rendendosi specchio di un assoluto conformismo anche verso la Cultura che appunto dovrebbe essere apertura non chiusura, ci sovvengono le parole del grande poeta Pier Paolo Pasolini il quale in una intervista, pensate del 1970, così profeticamente dichiarava: (…) Il suo sentimento di morte si è moltiplicato in questo mondo barbaro fatto di città-prigione, di autostrade implacabili, di cattivo cinema, di cattivi programmi televisivi, di informazioni false e povere di contenuto. La tecnica nega l’arte. Bisogna servirla, la tecnica, altrimenti è l’angoscia, la morte. Si impone, annienta ogni sentimento che non sia pronto a sottostarle. Uccide l’umanità, vale a dire l’umano nell’uomo. Fermarsi, rifiutare una situazione, cercare per altre vie, porsi degli interrogativi, in una parola educarsi (…). Come non concordare con lui?
*Jacopo Bononi – Presidente Premio letterario la Tore isola d’Elba


