Riceviamo e pubblichiamo:
“Apprendo dalla stampa locale lo sfogo di una mamma della scuola primaria di Portoferraio riguardo alla frequenza delle uscite didattiche e alle difficoltà organizzative ed economiche che queste possono comportare per alcune famiglie. Comprendo il disagio espresso e credo che ogni voce meriti ascolto, tuttavia sento il bisogno di offrire anche un’altra prospettiva, maturata in oltre vent’anni di vissuto come genitore e come docente.
Sono insegnante dal 2013 ma il mio percorso come madre nella scuola è iniziato antecedentemente, prima nei servizi per l’infanzia nel 2004, poi nella scuola pubblica dal 2007. Ho più di un figlio con un disturbo del neurosviluppo e questo mi ha portata, nel tempo, a confrontarmi con molte situazioni complesse, talvolta anche difficili. In questi anni ho cercato soprattutto di costruire un rapporto di rispetto e fiducia con la comunità educante: docenti, personale scolastico e le altre famiglie, organismo vivente imprescindibile per una reale inclusione sociale e scolastica dei miei tre figli.
Ci sono riuscita sempre? Assolutamente no.
Potrei anche fermarmi qui e concludere con una frase semplice: “La scuola fa schifo, le famiglie fanno schifo, io ce l’ho messa tutta.”
Sarebbe facile. Ma sarebbe anche una semplificazione ingiusta. Disonesta verso il lavoro che svolgo come docente, scorretta verso gli insegnanti che negli anni si sono presi cura — nel senso più autenticamente pedagogico del termine — dei miei figli nonostante le difficoltà, e verso tutte quelle persone che, come famiglie, hanno camminato, sorriso e zoppicato accanto a noi, con noi o anche nel senso contrario al nostro. Anche le critiche sono state fonte di riflessione perché mi/ci hanno permesso di fare delle importanti e necessarie autoanalisi, non alla ricerca della soluzione perfetta, più nell’ottica di leggere i singoli eventi ed i contesti in un’ottica più ampia.
La scuola non è solo un’istituzione, lo sappiamo bene, è una comunità, e nel corso degli anni ho imparato anche un’altra cosa importante ovvero che la fiducia è un rapporto che si costruisce sempre in due, non dipende mai solo da una parte. Tuttavia quando questo rapporto per varie ragioni viene meno, bisogna avere anche l’onestà ed il coraggio di prenderne atto e fare dei passi su strade che possono inizialmente sembrarci impercorribili. È capitato anche a me, come madre, di trovarmi in contesti scolastici in cui le difficoltà si erano amplificate al punto da rendere il dialogo sempre più complicato. In quelle situazioni abbiamo scelto di cambiare plesso scolastico e lo scrivo senza vergogna e paura del giudizio: è successo per tutti e tre i miei figli, anche in gradi di scuola differenti, non senza timore ma cercando di riporre nuova fiducia. Lo abbiamo fatto senza denigrare il lavoro degli insegnanti o della scuola, perché spesso non sono le singole persone a “non andare bene”, ma i contesti che si creano e che talvolta finiscono per accentuare le fragilità di tutti: dei bambini, delle famiglie e anche dei docenti.
Come genitore, ricordo e vivo tuttora telefonate effettuate e ricevute alle 12:50 per chiedere un recupero last minute di un figlio allo scuolabus, dare o chiedere una mano con un compleanno, senza troppe formalità, recuperi last second al termine di una gita o ancora un compleanno che talvolta diventavano una cena improvvisata e magari anche un pernotto. Piccoli gesti quotidiani che costruiscono relazioni e fiducia, piccole “coccole” che ho imparato a dare, e con più fatica, a chiedere.
Da docente ho assistito negli anni e sempre tutt’ora vivo cose che raccontano bene cosa significa davvero comunità educante.
Ho visto genitori acquistare materiali scolastici per bambini arrivati dall’Ucraina all’inizio del conflitto, senza clamore; ho visto organizzare feste di compleanno inclusive per compagni di altre religioni, nel rispetto e con il consenso delle famiglie. Ho udito genitori dire con naturalezza: “Ho preso un biglietto del pullman in più, prendilo tu” oppure: “Ho sbagliato taglia con questo grembiule, prendilo te che il tuo è più”. “Questi stivaletti sono praticamente nuovi, ti offendi se te li do?” “Mi offendo??? Ma che mi offendo…vieni vieni!”.
Infine, ho visto insegnanti portare ogni settimana confezioni di biscotti e crackers per integrare merende e pranzi troppo insufficienti, regalare matite a tutta la classe per non mettere in evidenza chi non ne aveva una, prestare un libro di storia “tanto ne ho due”, ed invece il libro era stato comprato al mercato dell’usato on-line del testi scolastici al prezzo di un pacchetto di sigarette.
Sono gesti semplici e spesso invisibili, forse da oggi un po’ meno, che non finiscono sui giornali, ma sono proprio questi gesti a costruire nel tempo relazioni solide tra scuola e famiglie. Questo tipo di rapporti non nasce per caso ma si concretizza quando si è disposti non solo a chiedere ma anche a dare quando si è disponibili a ricevere l’aiuto degli altri senza viverlo come una… sconfitta personale.
Come già detto, le difficoltà economiche e organizzative esistono e non devono essere ignorate ed è giusto parlarne e cercare soluzioni che tengano conto delle esigenze di tutte le famiglie. Ritengo però sia altrettanto importante non trasformare la scuola in una trincea, un terreno di logorante scontro permanente. Il mio personale invito, da mamma e insegnante, è quello di deporre l’ascia di guerra poiché in ogni conflitto, lo vediamo ogni giorno guardando il mondo che ci circonda, sul lungo tempo a pagare il prezzo più alto sono sempre le persone più fragili e indifese, ei bambini sono esattamente questo.
Per loro dovremmo provare sempre, incessantemente, a costruire percorsi anziché trincee”.
Linda Del Bono


